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Terra e cibo / Approfondimento

Vendite bloccate, raccolto scarso. Il “sistema cacao” in Costa d’Avorio è in tilt

Sul mercato futures di Londra il prezzo vola alle stelle. La produzione locale è diminuita del 25% a causa delle piogge e dello swollen shoot. Così, le multinazionali non comprano le licenze di esportazione e i produttori si affidano ai pisteur. È online il report del viaggio di Altreconomia e Mani Tese nel Paese

Una piantagione colpita dallo swollen shoot a Meaguì, nell'Ovest della Costa d'Avorio © Luca Rondi

Il “sistema cacao” in Costa d’Avorio è in tilt: le multinazionali non stanno acquistando i contratti di esportazione delle fave e la produzione scarseggia, sia per l’eccessiva piovosità ma soprattutto per la diffusione dello swollen shoot. L’agente patogeno ha infatti colpito migliaia di ettari di piantagioni in tutto il Paese e si stima una riduzione del raccolto che oscilla tra il 20 e il 25%. Un quadro attuale che ha subito fatto salire alle stelle i prezzi sul mercato futures di Londra, a cui si riferisce il sistema ivoriano, che è cresciuto tra inizio e fine ottobre 2023 del 12% superando i 4mila dollari per tonnellata.

E così tutto è fermo. Le grandi multinazionali come Nestlé, Mondelez, Barry Callebaut non stanno acquistando le fave e a rimetterci sono, come sempre, è la “base” della catena. “I produttori sono obbligati a vendere subito per coprire i costi della vita quotidiana -spiega Andrea Mecozzi, operatore di filiera che si occupa del cacao ivoriano da oltre dieci anni- il blocco delle vendite genera fenomeni di vendita su sistemi ‘paralleli’ e contrabbando verso altri Paesi”. 

Andiamo con ordine. A inizio ottobre il Consiglio caffè e cacao, l’ente regolatore del mercato interno ivoriano, che fissa il prezzo per ogni “pezzo” del processo di produzione ha fissato a circa 1,5 euro il prezzo riconosciuto ai produttori per un chilogrammo di cacao, in aumento dell’11% rispetto alla stagione 2021-2022. Un prezzo riferito non al “prodotto cacao” ma alle licenze di esportazione del prossimo anno: le multinazionali, quindi, comprano di fatto il diritto di poter avere quella tonnellata di fave di cacao tra dodici mesi. Ma l’aumento del prezzo ha fermato il meccanismo e bloccato la vendita dei contratti anche vista la riduzione nel raccolto.

L’Organizzazione internazionale del cacao (Icco), con sede ad Abidjan e finanziata da 53 Stati con l’obiettivo di mettere in rete i Paesi che producono, distribuiscono e consumano cacao, stima nell’ottobre 2023 una riduzione del 23,1% delle fave di cacao che hanno raggiunto i porti ivoriani (circa 227mila tonnellate). Le ragioni individuate dalla Icco sono diverse: “Le forti piogge fuori stagione hanno impedito l’essiccamento delle fave e hanno portato a un degrado della qualità delle fave -si legge nel report mensile-. Nelle regioni del cacao sono state segnalate malattie dei baccelli neri e il virus dello swollen shoot, dovuti alle eccessive piogge nelle regioni del cacao. Inoltre le inondazioni che hanno anche reso difficilmente accessibili le strade principali”.

Meno prodotto e prezzi sui mercati futures che volano alle stelle. Come detto a Londra l’aumento è del 12% mentre a New York, l’altra Borsa in cui si fissa il “valore del cacao” e a cui fanno riferimento soprattutto i Paesi produttori del Sud America, si registra un più 9%. C’è insomma chi, da questa situazione, ci guadagna. Ed è chiaro chi ci perde: i piccoli produttori, oggi, faticano a resistere in un contesto così precario e cedono alla tentazione dei pisteur. Sono di fatto dei contrabbandieri che vanno direttamente in piantagione a comprare le fave di cacao e garantiscono un guadagno immediato. Chi ha acquistato le licenze per quest’anno, 2022-2023, infatti, rischia di rimanere senza prodotto. Così dal campo diversi produttori testimoniano di acquisti da parte dei “commercianti” di cacao direttamente in loco con premi elevatissimi in contanti.

Swollen shoot significa “germoglio gonfio”, il primo segnale che presenta la pianta malata © Luca Rondi

Il presidente di una cooperativa che preferisce l’anonimato spiega ad Altreconomia che il premio è quasi di 300 euro in più a tonnellata, dato subito. Un importo impressionante: basti pensare che quello riconosciuto per il cacao biologico, il più elevato quindi, è di 500 euro a tonnellata ma alla cooperativa, non al produttore. Così, soprattutto i più piccoli, decidono di vendere subito. È un circolo vizioso. La cooperativa, non riuscendo a garantire il prodotto promesso (e quindi vedendo diminuire il suo introito), dovrà infatti aumentare il prezzo e uscendo dal mercato non riuscirà ad avere acquirenti. E così la cooperativa perde la possibilità di fornire servizi di assistenza logistica e sociali ai propri soci. 

A questo si aggiunge il contrabbando verso i Paesi confinanti. In Ghana, ad esempio, dove il prezzo riconosciuto a tonnellata è più alto di circa 200 euro. Oppure in Burkina Faso, Guinea e Liberia: in questo caso per gli esportatori è più conveniente l’acquisto del prodotto di contrabbando perché si evita la tassazione relativa al passaggio dei prodotti dai porti ivoriani e si sfugge al meccanismo delle licenze di esportazione. 

Ma è soprattutto il prossimo futuro a spaventare i produttori. Il problema delle piogge, almeno nei prossimi mesi, potrebbe rientrare e favorire un aumento della produzione. Ma lo swollen shoot, invece, non sparirà: la sua diffusione in tutto il Paese sembra essere ormai un dato di fatto. “Di fronte ai dati di quest’anno sarà difficile negare che i patogeni stanno avendo un impatto drammatico sulla produzione -conclude Mecozzi- Serve prendere provvedimenti urgenti, per incentivare in modo più veloce la transizione verso modelli di produzione più sostenibili per il mercato ma soprattutto per la vita dei produttori. Quindi piantagioni che prevedano anche altre piantagioni associate in sinergia al cacao”.


Il 27 novembre è uscito il report “L’insostenibile prezzo del cacao” realizzato da Altreconomia per conto della Ong Mani Tese nell’ambito del progetto “Food wave”, finanziato dalla Commissione europea e coordinato dal Comune di Milano. 

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