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Terra e cibo / Reportage

Le sfide per rendere sostenibile la produzione del cacao in Ghana

Assieme alla vicina Costa d’Avorio, il Ghana è uno dei principali produttori mondiali di cacao. Secondo le stime del National opinion research center dell’Università di Chicago sono circa 1,5 milioni i bambini che vengono impiegati nelle piantagioni © Evelyn Addor

L’Unione europea ha approvato un regolamento per frenare la deforestazione legata alla produzione di materie prime. Ma senza una strategia di adattamento, i piccoli coltivatori rischiano di essere esclusi. Abbiamo raccolto le loro voci

Tratto da Altreconomia 252 — Ottobre 2022

“Coltivo il cacao da circa 15 anni. Prima facevo un altro lavoro e ho deciso di lasciarlo, credevo che produrre cacao mi avrebbe permesso di sostenere meglio la mia famiglia. Ma mi sono pentito”. Emmanuel, 60 anni, coltiva un terreno di 15 ettari ed è presidente della cooperativa Baakoye. Alla domanda su quali crede siano i fattori che rendono il suo lavoro così poco remunerativo spiega che il prezzo di vendita è troppo basso, l’andamento irregolare delle piogge sta riducendo i raccolti e l’inflazione sta facendo aumentare i costi. “La produzione del cacao di solito segue un’alta e una bassa stagione, ma ora non otteniamo una resa elevata nemmeno in quella di punta -racconta-. I costi della manodopera sono in aumento e non sappiamo quando usare i fertilizzanti perché le precipitazioni sono irregolari. A luglio, ad esempio, ci aspettavamo delle piogge ma non ce ne sono state”. A metà settembre, quando lo incontriamo nei pressi della sua comunità nella regione di Ashanti in Ghana, le precipitazioni erano più abbondanti di quelle previste.

In Africa occidentale la coltivazione del cacao è la principale fonte di reddito per molte famiglie: secondo le stime dell’International cocoa organization (Icco), nel 2020 la Costa d’Avorio e il Ghana da soli hanno fornito circa due terzi della produzione mondiale. Eppure, secondo il Cocoa Barometer, “attualmente quasi nessun coltivatore di cacao nei principali Paesi produttori dell’Africa occidentale percepisce un reddito dignitoso”. In Ghana si stima che soltanto il 9,4% raggiunga o superi la soglia necessaria alla sussistenza. “Se l’aumento dei costi di produzione non è accompagnato da un aumento dei prezzi riconosciuti al produttore, i piccoli coltivatori si vedono costretti a entrare nelle riserve per ridurre l’uso di fertilizzanti e a impiegare forza lavoro minorile per ridurre i costi della manodopera”, spiega Evelyn Addor, responsabile comunicazione di EcoCare Ghana, mentre ci dirigiamo verso la città di Nkawie per incontrare alcuni agricoltori.

Della stessa opinione è Ismail, coltivatore di cacao e presidente del consiglio dell’associazione Cocoa abrabopa. “Una delle ragioni per cui gli agricoltori si addentrano nelle foreste è che lì non hanno bisogno di applicare fertilizzanti, perché il terreno è ricco di sostanze nutritive. Se fossero pagati meglio, sarebbero meno incentivati a farlo. Anzi, potrebbero permettersi di pensare da imprenditori e investire in tecniche agricole più innovative, magari anche diminuendo l’uso delle sostanze chimiche”, dice. 

Secondo Global forest watch tra il 2002 e il 2019 Costa d’Avorio e Ghana hanno perso rispettivamente il 25% e l’8% della superficie di foresta primaria. Per entrambi i Paesi, la conversione delle aree boscate in terreni agricoli -in particolare piantagioni di cacao- rappresenta una significativa causa di disboscamento. Anche l’estrazione dell’oro rappresenta una minaccia crescente alla salvaguardia delle foreste, nonché alla sicurezza economica dei piccoli agricoltori: molti di loro, infatti, non possiedono la terra che coltivano e vivono sotto la costante minaccia che i proprietari possano sfrattarli per cederla a qualche compagnia estrattiva. 

Il ricorso al lavoro minorile è il terzo aspetto di questa vicenda. Ismail ci tiene a precisare che “nessun agricoltore è contento di farlo, ma bisogna guardare alle cause: se non hai soldi per pagare i lavoratori sarai tentato di chiedere a tuo figlio di interrompere gli studi per aiutarti”. Un report pubblicato nel 2020 dal National opinion research center dell’Università di Chicago, stima che circa 1,5 milioni di bambini lavorino nella produzione del cacao in Costa d’Avorio e Ghana; la maggior parte lo fanno all’interno della loro famiglia diretta o allargata. La quasi totalità (il 95%) è esposto alle peggiori forme di lavoro minorile, come l’utilizzo di strumenti pericolosi o l’esposizione a pesticidi nocivi. 

Di fronte a tale scenario, nel 2019 l’Ivorian conseil du cafe-cacao e il Ghana cocoa board hanno adottato il cosiddetto “Living income differential”, che prevede il pagamento di una somma aggiuntiva pari a 400 dollari per ogni tonnellata di cacao venduta, oltre al prezzo del mercato. In uno scenario commerciale caratterizzato da forti asimmetrie di potere, dove i coltivatori non hanno alcun margine di contrattazione e sono costretti ad accettare un prezzo già stabilito, questa iniziativa sembra livellare (almeno parzialmente) il campo di gioco, conferendo maggiore potere di determinazione del prezzo ai Paesi produttori. Eppure i piccoli coltivatori sembrano non aver ricevuto alcun beneficio significativo. Leticia, coltivatrice di cacao e presidentessa della cooperativa di sole donne CocoaMmaa, racconta come l’inflazione abbia privato i piccoli coltivatori di ogni miglioramento nel prezzo. “Prima, un lavoratore avrebbe chiesto 30 cedis alla giornata (la valuta locale, circa 3,80 euro) oggi ne chiede 70. Nel 2019, un gallone di benzina costava 18 cedis, oggi 50. Anche se otteniamo un aumento del prezzo di vendita, paghiamo più dell’aumento. Quindi ci stiamo perdendo”.

Nel 2020 Costa d’Avorio e Ghana da soli hanno fornito circa due terzi della produzione mondiale © Sara Lorenzini

Dall’altro lato, c’è chi prova ad affrontare il problema della deforestazione partendo dalla punta dell’iceberg. Il 13 settembre il Parlamento europeo ha approvato la proposta per un nuovo regolamento contro il disboscamento e il degrado forestale presentata nel novembre 2021 dalla Commissione europea. L’iniziativa si rivolge al mercato europeo e disciplina l’ammissione, la circolazione e l’esportazione di materie prime e prodotti correlati -tra cui il cacao- la cui estrazione, raccolta o produzione rischiano di avere o hanno un impatto negativo sulle foreste. Dal 1990 al 2008 l’Ue ha importato e consumato un terzo dei prodotti agricoli commercializzati a livello globale legati alla deforestazione, rendendosi così responsabile del 10% del disboscamento mondiale associato alla loro produzione. Secondo i dati, regolare la domanda europea di determinati beni e prodotti potrebbe evitare la distruzione di circa 71.920 ettari di foresta ogni anno entro il 2030.

© Sara Lorenzini

Per quanto riguarda il cacao, l’Unione europea è il più grande consumatore a livello mondiale. Tuttavia, la società civile e gli ambasciatori di 14 Paesi produttori, oltre ai piccoli coltivatori, stanno sollevando critiche per l’assenza di una strategia di sostegno all’offerta che permetta ai produttori di potersi adeguare prontamente ai nuovi requisiti e non essere esclusi dal mercato. “In Africa dipendiamo completamente dalle piogge e oggi gli effetti del cambiamento climatico sono reali. Da un lato sosteniamo l’iniziativa e vorremmo rispettarla, ma dobbiamo essere messi nelle condizioni di poterlo fare. La maggior parte degli agricoltori non è preparata e dovrà assumersi ulteriori costi; senza un adeguato sostegno questo avrà conseguenze di vasta portata sugli agricoltori e sull’economia ghanese e effetti nulli o inversi sulle foreste”, spiega Elvis, responsabile progetti di Civic response Ghana, durante un incontro organizzato da EcoCare Ghana e Tropenbos International ad Accra, per discutere degli impatti che il nuovo regolamento potrebbe avere sui Paesi produttori e i piccoli coltivatori. 

Le piantagioni di cacao hanno un pesante impatto sulla distruzione delle foreste primarie in Ghana e Costa d’Avorio: secondo le stime dell’Ong Global forest watch, tra il 2002 e il 2019 i due Paesi hanno perso rispettivamente il 25% e l’8% delle loro foreste © Evelyn Addor

Che la filiera del cacao sia insostenibile e ingiusta non è una novità, ma la percezione è che si continui a guardare a quello che accade nelle piantagioni con un atteggiamento punitivo e discriminatorio invece di contribuire alla creazione di un ambiente favorevole al cambiamento. Per i coltivatori sono tre i punti chiave per riequilibrare la filiera: aumentare il prezzo garantito alla vendita, garantire il diritto alla terra e rafforzare le cooperative. Queste ultime, insistono, rappresentano il modo più efficace per permettere agli agricoltori di avere accesso a maggiori input, anche finanziari, e soprattutto di organizzarsi per avanzare le proprie richieste. “Oggi si parla molto di sostenere gli agricoltori tramite mezzi di sussistenza alternativi. Certo può essere una soluzione parziale, ma dovremmo avere il diritto di vivere del nostro lavoro -conclude Ismail di Cocoa abrabopa-. Se si considera l’intera filiera, quanti hanno intrapreso attività alternative di sostentamento? È solo all’agricoltore che diciamo di farlo per avere un reddito dignitoso. Non è giusto. Fateci avere maggior voce in capitolo e sicurezze e vediamo se le altre sfide aumenteranno o se riusciremo ad affrontarle”.

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