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Economia / Attualità

Più che dei balneari il governo dovrebbe occuparsi delle spiagge. Che stanno sparendo

© michaela - Unsplash

Quasi il 10% dei Comuni costieri presenta alti tassi di erosione. La tesi dell’esecutivo per cui il bene “spiaggia” non sarebbe scarso -a tutela solo degli interessi dei concessionari- fa a cazzotti con i dati cartografici dell’Ispra. Mentre la Commissione europea intima all’Italia di adeguarsi alla direttiva sui servizi entro due mesi

Mentre il Governo Meloni tenta di rispedire nuovamente al mittente la richiesta europea di bandire gare per dare in concessione il demanio marittimo, cioè le spiagge che ospitano i lidi a pagamento, l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra) -uno dei più importanti centri di ricerca pubblici- avvisa che quasi il 10% dei Comuni costieri del nostro Paese presentano alti tassi di erosione. Tradotto: le spiagge italiane stanno letteralmente scomparendo.

L’argomento del governo, cioè il fatto che il bene non sarebbe scarso, fa a cazzotti con i dati cartografici secondo cui tra i 644 Comuni costieri italiani ben 54 al 2020 hanno visto arretrare il loro tratto di costa su più del 50% dell’intero territorio di competenza.

Per 22 Comuni l’erosione riguarda linearmente tra il 50% e il 60% della costa; per 16 tra il 60% e il 70%, otto tra 70% e 80% e sette tra 80% e 90%. Rotondella, in Basilicata, risulta essere l’unico Comune caratterizzato da un’erosione diffusa sull’intero tratto costiero. “Se il numero dei Comuni appare limitato, a fronte di un numero totale di 644 Comuni costieri, va considerato che le percentuali riportate riguardano l’intera costa di ciascun Comune, occupata anche da tratti che non sono spiagge e che non possono quindi andare in erosione, come la costa rocciosa, le foci fluviali e tutte le opere antropiche”, avvisa però l’Ispra. 

Anche se l’Italia possiede 8.179 chilometri di costa, le spiagge ne occupano meno della metà, 3.300 chilometri. Sono prevalentemente lunghe (per il 70% superano il chilometro) ma non troppo ampie (il 94% meno di 50 metri). Tra il 2006 e il 2019 oltre l’1% della loro superficie complessiva è stato consumato dal mare.

È di questo, forse, che avrebbe dovuto occuparsi il Tavolo tecnico consultivo in materia di concessioni demaniali marittime, lacuali e fluviali, istituito ai sensi del decreto legge 198 del 2022, lo stesso che ha allungato ulteriormente la scadenza delle concessioni demaniali al 31 dicembre 2024 mentre definiva “i criteri tecnici per la determinazione della sussistenza della scarsità della risorsa naturale disponibile”. Il risultato del tavolo interministeriale è uno scarno comunicato soltanto -diffuso a ottobre 2023- secondo il quale la “quota di aree occupate dalle concessioni demaniali equivale, attualmente, al 33% delle aree disponibili”. Resterebbe, hanno tradotto i media, il 67% da occupare, come se ogni chilometro di litorale potesse esser dato in concessione e come se non fosse già così in particolari territori, cioè quelli più attraenti per il turismo, dalla Liguria alla Romagna, dalla Campania alle Marche, alla Toscana, dove le concessioni occupano già una porzione tra il 50% e il 70% della costa bassa, arrivando in alcuni Comuni anche al 100%. 

Anche in questo caso l’opposizione alla Commissione europea -che nel 2006 ha approvato la direttiva Bolkenstein (DE 2006/123/CE)- ha una spinta sovranista. Secondo Assobalneari, l’associazione di categoria dei gestori dei lidi affiliata a Confindustria, “le imprese italiane non devono cadere in mano a multinazionali straniere”. Ad aprile, però, la Corte di giustizia dell’Unione europea, pronunciandosi su un ricorso contro il Comune pugliese di Ginosa, che aveva prorogato al 2033 le concessioni demaniali, ha ribadito che “la direttiva si applica a tutte le concessioni di occupazione del demanio marittimo”.

Anche per questo, la Commissione è preoccupata dal comportamento del governo italiano sul “dossier balneari”. Giovedì 16 novembre Bruxelles ha così inviato al governo italiano una lettera contenente un parere motivato di 31 pagine che invita l’Italia ad adeguarsi alla direttiva sui servizi entro due mesi dal ricevimento della missiva. Il documento, visionato dall’Ansa, attacca l’esito del Tavolo tecnico sui balneari diffuso dal governo a ottobre, secondo cui la quota di aree occupate dalle concessioni equivale al 33% delle aree disponibili, perché “non riflette una valutazione qualitativa delle aree in cui è effettivamente possibile fornire servizi di concessione balneare” e “non tiene conto delle situazioni specifiche a livello regionale e comunale”. L’Italia ha provato ad andare alla guerra e lo ha fatto tra l’altro senza considerare che la materia del contendere sta letteralmente sparendo sotto i nostri occhi.

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