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La stagione delle spiagge italiane, tra mercato, diritti e sostenibilità

Le concessioni per gestire i lidi dei litorali del nostro Paese sono circa 30mila. Ma la normativa comunitaria su modalità di affidamento e scadenze non è stata ancora attuata. Il nodo dei canoni e il rischio di un “esproprio mascherato”

Tratto da Altreconomia 183 — Giugno 2016

A fine aprile l’Agenzia nazionale del turismo (ENIT) ha lanciato su Twitter l’hashtag #WilkommeninItalien (Benvenuti in Italia): è una campagna di comunicazione rivolta ai turisti tedeschi (10,8 milioni di presenze nel 2015), con l’obiettivo di portarli -anche nell’estate 2016- sulle spiagge italiane: una distesa lunga oltre 3mila chilometri di sabbia e ghiaia (sui circa 8mila trecento della linea di costa), su cui insistono lidi attrezzati, chioschi, bar, ristoranti. 

Sono circa 30mila le concessioni demaniali con finalità turistico-ricreativa: in cambio di un canone versato allo Stato, i titolari hanno l’obbligo di curare la pulizia del litorale, e affittano ombrelloni, sdraio e lettini, offrendo -spesso- servizi aggiuntivi, come cabine o attività di ristorazione, e assicurando un servizio di guardiania, con la presenza di bagnini. Anche se operano sulla terraferma, le norme più importanti che regolano il loro rapporto con lo Stato sono contenute nel Codice della navigazione: è un testo approvato con Regio decreto nel 1942, quasi 75 anni fa, e oggi si scontra con la legislazione europea, in particolare quella della Direttiva CE 123 del dicembre 2006, relativa ai servizi nel mercato interno. Secondo la cosiddetta “Direttiva Bolkestein” (che prende il nome dall’ex commissario europeo olandese, Frederik) fanno parte di questo mercato anche i servizi legati al settore turistico, e quindi anche le modalità di affidamento delle spiagge: le concessioni devono avere una scadenza, ed essere contendibili. 

In questi dieci anni l’Italia avrebbe dovuto prevedere meccanismi ad evidenza pubblica per assegnarle, ma non lo ha ancora fatto, creando una situazione che è “nebbiosa”, come racconta Stefano Gazzoli, presidente di Fiba Confesercenti Toscana Nord, uno dei sindacati dei balneari: “Quattro successivi governi non hanno voluto affrontare un problema, e hanno evitato di andare a confrontarsi con l’Europa come invece hanno fatto altri Paesi”. 

Oggi i balneari italiani tengono aperti i lidi grazie a una proroga delle concessioni al 2020, che nei prossimi mesi potrebbe essere dichiarata illegittima dalla Corte di giustizia dell’Unione europea. “I media hanno affrontato la questione portando all’attenzione del pubblico un solo tema, quello delle ‘aste’, e sottolineando come i canoni di concessione che paghiamo siano troppo bassi (nel 2015 variavano tra 1,29 euro/m2 all’anno per le aree scoperte a 5,73 euro/m2 per quelle occupate da strutture di difficile rimozione, ndr), ma non  che in questi anni abbiamo bussato alle porte del governo chiedendo di adeguare, cioè innalzare, i canoni, senza trovare ascolto”. Al ministero del Turismo c’era Michele Vittoria Brambilla. Tra i gestori di beni pubblici in concessione -categoria cui appartengono i ricchissimi signori delle autostrade, i cavatori, chi imbottiglia acque minerali e chi estrae petrolio “a tempo indeterminato”- nessun altro ha mai chiesto di pagare di più. 

Per comprendere la vera posta in gioco, dobbiamo tornare al Codice della navigazione: nel 2009 il governo ha abrogato il secondo comma dell’articolo 37, quello che stabiliva un “diritto di insistenza” in sede di rinnovo della concessioni. “Quando nel 2000 ho acquistato il ‘Bagno Oliviero’, a Marina di Massa, ho fatto un investimento pensando anche ai miei figli -racconta Matteo Campatelli, segretario dell’Associazione Riviera Apuana-: immaginavo che avrebbero potuto ereditare la concessione e il bagno”. Con la fine del “diritto d’insistenza” (così lo definisce Gazzoli), il tacito rinnovo della concessione -oggi avviene ogni 6 anni- è però diventato un miraggio. Che si trasforma in un problema macroscopico leggendo l’articolo 49 del Codice della navigazione: alla fine di una concessione, “le opere non amovibili, costruite sulla zona demaniale, restano acquisite allo Stato, senza alcun compenso o rimborso”. 

“È una norma fuori dai tempi, e in pratica ci dice che le nostre aziende hanno valore pari a zero” sottolinea Gazzoli, secondo cui il 90 per cento degli operatori del settore è rappresentato da società di persone o srl a carattere familiare.  Quanto disposto dal Codice -spiega- “contraddice tra l’altro le valutazioni dell’Agenzia delle entrate, che per calcolare il prezzo di mano uno stabilimento balneare, quando c’è da formare un atto di compravendita valuta tre fattori: la struttura, le attrezzature e l’avviamento, ovvero i clienti e la storia del lido”. Ma i paradossi sono anche altri, e Gazzoli può spiegarli a partire dalla sua storia: “Nel 2006 ho acquistato uno stabilimento balneare (è il Bagno Sara, in località Poveromo, a Massa, ndr) e l’anno successivo ho acceso un mutuo da 600mila euro per la ristrutturazione”. Le banche hanno concesso un prestito per 25 anni, “e acceso un’ipoteca sullo stabilimento balneare, ma oggi io non so se sarò ancora qui nel 2032”. Tra gli interventi realizzati c’è, tra l’altro, un impianto fotovoltaico da 20 kW, che garantisce al Bagno Sara la totale autonomia energetica: “Il contratto con il GSE (Gestore servizi energetici, ndr) per la fornitura di energia rinnovabile m’impone di restare ‘collegato’ alla rete per almeno 20 anni, e cioè fino al 2028, mentre il Codice della navigazione in caso di mancato rinnovo della concessione mi obbligherebbe a smontarlo, e portarlo via”. 

380 gestori di stabilimenti balneari toscani hanno avviato un procedimento giudiziario con l’obiettivo di far dichiarare l’incostituzionalità dell’articolo 49 del Codice della navigazione, che “rappresenta di fatto un esproprio” sottolinea Gazzoli. Lo hanno fatto con un Atto di citazione -presso il Tribunale di Firenze-, al quale hanno allegato perizie sul valore aziendale di una ventina di lidi, redatte da tecnici indipendenti: “Il 24 marzo c’è stata una prima udienza, e in novembre dovrebbe essere fissato un confronto con la Corte costituzionale -spiega Stefano Gazzoli-. Le perizie ci dicono che le nostre ‘aziende’ valgono tra i 500mila e i 2 milioni di euro”. 

Di fronte all’Atto di citazione, la Regione Toscana ha fatto “un passo verso di noi”, sottolinea Gazzoli: il Consiglio ha approvato a inizio maggio una nuova legge (la numero 31 del 2016) sulle concessioni demaniali marittime, che riconosce un valore d’indennizzo pari al 90% a favore dell’eventuale gestore uscente. “È un messaggio al governo” riconosce Gazzoli, che ricorda quale sia la contropartita richiesta dalla Regione Toscana ai balneari, e che il presidente di Confesercenti Toscana Nord condivide: “Viene vietato il subaffitto della concessione: abbiamo l’obbligo di gestirla in proprio. Lo trovo corretto”. In tutta Italia oggi l’affitto è concesso, come spiega l’architetto Corinna Artom, responsabile del settore Demanio marittimo della Regione Liguria, anche se rappresenta una “distorsione”. Fino agli anni Novanta -spiega Artom- “si potevano affittare solo le attività accessorie, come la gestione del bar, mentre il concessionario doveva svolgere l’attività principale”. Per dipanare tutti i fili di questa matassa servirebbe, intanto, chiarezza. Il primo passo potrebbe essere un censimento che definisca quante siano le concessioni in essere, quale la superficie media, quanti i subaffitti. “Il sistema informativo delle aree demaniali, gestito dal ministero delle Infrastrutture, non è a regime” racconta Artom. La Regione Liguria coordina il tavolo tecnico della Conferenza delle Regioni sul demanio marittimo, quello che dialoga con il governo in vista dell’approvazione del decreto: “Si è d’accordo sull’esigenza di tutelare i concessionari esistenti”, mentre l’esecutivo pare intenzionato a mettere all’asta i rinnovi. 

A marzo 2016 la senatrice Manuela Granaiola (eletta a Viareggio) ha presentato un disegno di legge sul demanio marittimo -il cui iter non è nemmeno iniziato in Commissione-, che introdurrebbe nell’ordinamento alcuni elementi “qualitativi” per valutare il comportamento dei balneari, commisurando la durata massima della concessione al rispetto di criteri ambientali e paesaggistici e alla regolarità contributiva e assicurativa del personale. Meccanismi di “premialità ambientale”, ragione Sebastiano Venneri, vicepresidente nazionale di Legambiente, che sono “fondamentali nella gestione di un territorio delicatissimo come il litorale italiano: ogni concessione dovrebbe prevedere vincoli ambientali e controlli severi. Eventuali abusi, potrebbero essere puniti con la revoca”. Legambiente Turismo, insieme all’associazione Donnedamare (donnedamare.it), promuove il progetto “Lidi sostenibili”. “È figlio del nostro manifesto” spiega Beatrice Bolla, una delle 50 Donnedamare, che gestisce i Bagni Mafalda Royal a Varazze (SV). Nel loro decalogo si legge: “I balneari sono le sentinelle del rispetto dell’ambiente delle riviere”. 

 

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