Economia / Attualità

False cooperative e interessi mafiosi, la sfida dello Stato prosegue

Dopo la sospensione del Protocollo di legalità del 2013 tra governo e Alleanza delle cooperative italiane, mancano ancora linee guida che rendano efficace la normativa di contrasto della falsa cooperazione. Una spia si accende intanto sul fenomeno delle Srl semplificate. Mentre il “regolamento Sogemi” sull’ortomercato milanese è un modello. L’analisi di David Gentili e Ilaria Ramoni

© Andrea Ferrario - Unsplash

“Milano, le mani della ‘ndrangheta sui servizi di pulizie”. S’intitola così il bell’articolo di Nicola Palma su Il Giorno del 3 agosto scorso. Riprende un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria (16 arresti). L’azienda in questione è una cooperativa: la “Helios” di Milano, con sede legale via Caretta 3. Nel suo sito si trova di tutto: codice etico, modelli operativi 231/2001, certificazioni ISO, persino il rating di legalità, conferitole a maggio 2021 dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

Per la “Helios” scatterà l’amministrazione giudiziaria, la sfida dello Stato alla mafia prosegue. Dopo gli arresti della Dda di Reggio Calabria e il sequestro, ora si parla della sopravvivenza della cooperativa, della sua seconda vita. Deve rimanere sul mercato proseguire a offrire lavoro nello spirito cooperativistico, saldamente in mano ai soci lavoratori. Il ruolo dell’amministratore giudiziario sarà fondamentale. Accanto a lui, Confcooperative e Legacoop possono offrire il loro preziosissimo contributo.

Nel Documento d’intesa per la gestione e lo sviluppo dei beni e delle aziende sequestrate e confiscate, promosso dal presidente della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano e firmato da diversi attori il 18 ottobre 2018 (nell’addendum), sono indicati gli impegni del mondo cooperativo. Il secondo punto fa proprio al caso nostro: “Promuovere, attraverso le imprese cooperative associate, l’azione di supporto per il consolidamento e lo sviluppo imprenditoriale delle aziende sequestrate/confiscate e delle cooperative che gestiscono beni e aziende sequestrati/e e confiscati/e con il tutoraggio e il trasferimento di know how“.

Ma questo viene dopo, dopo gli arresti e i sequestri. Ma prima? Quante cooperative sono uno strumento in mano alle mafie? Quante false aziende stanno nel mercato e lo drogano, lo falsano e danneggiano chi alla cooperazione ci crede veramente? Ancora è impressa nella mente l’immagine ramificata della struttura “societaria” della “29 Giugno”, cooperativa sociale tristemente famosa per essere al centro dell’inchiesta Terra di Mezzo (o “Mafia Capitale”) con i 37 arresti del 2 dicembre 2014. Rimasto indelebilmente nei nostri ricordi come il processo alla cooperazione malsana, corruttrice dei potenti. Nell’albero societario della “holding”, con a capo una cooperativa figuravano sei Srl, due consorzi, un’immobiliare, una cooperativa sociale, un CAF.
Nella stessa inchiesta un’altra cooperativa -“La Cascina soc. coop.”- subì un’interdittiva, revocata con l’arrivo nel settembre 2015 dell’amministrazione giudiziaria. Nel 2013 aveva preso in gestione i bar Nannini di Siena: il “Conca d’Oro”, il “Nannini Toselli” e il “Nannini Massetana”.

Un anno prima degli arresti di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, il 14 novembre 2013, viene sottoscritto il Protocollo di legalità, tra governo (ministro Alfano, Governo Letta) e l’Alleanza delle cooperative italiane (Aci), per il potenziamento dell’azione di prevenzione delle infiltrazioni della criminalità nell’economia legale.
Gli impegni stabiliti dal protocollo di legalità si applicavano ai contratti sia pubblici sia privati per lavori, servizi e forniture. È questa la grande innovazione prodotta dal testo. La cooperativa si impegnava a rispettare una serie di obblighi primo fra tutti quello di sottoporsi all’accertamento antimafia, eccezion fatta se fosse già iscritta nelle “white list” delle prefetture. Non si parla solamente di comunicazione antimafia, ma della più efficace e terribile informativa antimafia che blocca quelle realtà che stiano subendo o sostenendo dall’interno tentativi di infiltrazione mafiosa. L’informativa la emette la prefettura e si basa sull’analisi dei profili dei vertici (rappresentanti legali, amministratori e direttori generali, direttore tecnico), ma anche dall’accesso all’elenco dei soci e dei dipendenti, valutando precedenti penali, ma anche sui legami parentali e sulle frequentazioni.

Gli obblighi e gli impegni antimafia si riverberavano, a cascata, anche sulla cosiddetta “vendor list”, il ciclo passivo dell’impresa, prevedendo nel testo del contratto clausole risolutive per le ipotesi di sopravvenuta adozione da parte della prefettura di una comunicazione antimafia ostativa e/o di un’informazione antimafia interdittiva. Peccato che il Protocollo non venisse applicato dappertutto. A Milano la prefettura non si attiva, a Mantova e a Cosenza sì. Un manto a macchia di leopardo che è dipeso dall’insindacabile atteggiamento delle singole realtà territoriali, diretta emanazione del ministero dell’Interno.

La sentenza del Consiglio di Stato n. 250/2020, secondo la quale i protocolli già siglati dal ministero dell’Interno, volti a estendere l’applicazione della disciplina delle verifiche antimafia anche ai rapporti tra privati, debbano considerarsi illegittimi, blocca tutto. Una doccia fredda. Il Protocollo di legalità sottoscritto dall’Aci (Confcooperative, Legacoop e AGCI) viene sospeso, anche ai fini dell’attribuzione del rating di legalità.

Nelle more del rinnovo -e cioè dopo la bocciatura del Consiglio di Stato e prima della riscrittura del Protocollo- è intervenuto l’art. 3, cc. 7 e ss., D.L 76/2020, convertito nella L n. 120/2020 (Governo Conte II), che, di fatto, “disciplina gli effetti dei protocolli, superando i rilievi della giurisprudenza amministrativa”. Così viene scritto sul sito di Aci. “La novella modifica il Codice antimafia introducendo un nuovo articolo secondo cui i protocolli di legalità possono essere sottoscritti dal ministero dell’Interno, oltre che con i soggetti istituzionali, con le associazioni maggiormente rappresentative a livello nazionale di categorie produttive, economiche o imprenditoriali; possono prevedere modalità per il rilascio della documentazione antimafia anche su richiesta di soggetti privati”.
Viene inoltre inserito, nel Codice antimafia, un articolo, l’83-bis (Protocolli di legalità). Al comma 3 di questo articolo c’è un’enorme novità: le stazioni appaltanti prevedono negli avvisi, bandi di gara o lettere di invito che il mancato rispetto dei protocolli di legalità costituisce causa di esclusione dalla gara o di risoluzione del contratto. Da qui si deduce che, la mancata sottoscrizione del “Nuovo protocollo” da una cooperativa in gara pubblica, sarà motivo di esclusione.

Per il momento però tutto è fermo. Ci dice Marco Venturelli segretario generale di Confcooperative: “Stiamo aspettando le linee guida. Per il momento senza questo testo, le novità normative rimangono sulla carta”. È lui che ha seguito la vicenda dagli inizi. Ma non è finita qui. Lo sforzo per salvaguardare le cooperative sane ha un’altra data fondamentale: il 16 aprile 2015. Quel giorno viene depositata sempre da Aci in Corte di Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare per mettere definitivamente fuori gioco le false cooperative.

La proposta non viene mai votata dal Parlamento ma la legge di Stabilità 2018 (Governo Gentiloni) ne sussume alcune peculiarità. Venturelli è sicuro: “La normativa ha diminuito gli spazi per le false cooperative, eliminando, per esempio, la possibilità dell’amministratore unico e dell’amministratore a tempo indeterminato, e accorciando i tempi di comunicazione dello scioglimento delle cooperative all’Agenzia delle entrate”. Ora il tempo a disposizione del ministero dello Sviluppo economico è di un mese. L’obiettivo è contrastare il fenomeno di cooperative che nascono e cessano l’attività nel giro di pochi mesi accumulando debiti nei confronti dell’erario. “Gli effetti evidenti delle novità legislative” ci dice Venturelli, “si vedono anche dai numeri: 8.000 le cooperative nuove nel 2015, 4.000 nel periodo pre Covid-19, ancor meno nel 2020”.

Secondo Venturelli, ora, sono, soprattutto, le Società a responsabilità limitata semplificata (Srls) che devono essere oggetto delle attenzioni degli inquirenti. L’alert sulle Srls viene rilanciato da Aci in audizione alla XI Commissione Lavoro pubblico e privato in Camera dei Deputati un anno, fa il 5 agosto 2020: “Per avere un quadro completo del sistema imprenditoriale del nostro Paese è opportuno porre in evidenza che, mentre nel tempo, come si è appena esposto, venivano adottate azioni volte a contrastare fenomeni criminali che potevano generare anche falsa cooperazione, con l’entrata in vigore dell’art. 3 del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1 recante ‘Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività’, meglio noto come decreto sulle liberalizzazioni convertito con L. 24 marzo 2012, n. 27, il legislatore ha introdotto il nuovo art. 2463 bis c.c. che istituisce la fattispecie della società a responsabilità limitata semplificata con l’obbiettivo di favorire l’accesso soprattutto dei giovani all’esercizio dell’attività di impresa. La crescita esponenziale del numero di Srls dal 2012 al 2017 anno in cui su 111.313 società di capitali che hanno aperto i battenti, 50.190 erano Srl semplificate, con un aumento rispetto al 2016 del 35%, accende la spia. Trend confermato anche per l’anno 2019, dove il 96,2% delle società di capitali costituite in Italia, hanno assunto la forma della Srl e oltre il 47% delle nuove costituite è riconducibile alla forma giuridica della srl semplificata, mentre le cooperative “neocostitutite” crollano e sono solo il 3,4% del totale. […] I dati dimostrano quindi, in misura ineccepibile, come i fatti politici e legislativi summenzionati abbiano prodotto non solo una riduzione della falsa cooperazione, ma una contrazione della cooperazione in generale. Di contro, la possibilità di costituzione di nuove forme di impresa, a bassissima capitalizzazione, come le srls ‘a un euro’, con capitale sociale da uno a 9.999 euro, con forma standard non modificabile, senza l’obbligo di versare diritti di bollo e di segreteria per l’iscrizione al Registro delle imprese, e senza onorario da versare al notaio che scrive l’atto, ha prodotto una crescita esponenziale di altre forme di impresa utilizzabili in misura strumentale dalla criminalità per generare profitto illecito, attraverso fenomeni di sfruttamento di manodopera a basso costo ed elusione ed evasione fiscale”.

Con la riforma del 2018 viene anche modificato il comma 3 dell’art. 12 del D.Lgs. n. 220/2002, prevedendo che le cooperative che si sottraggono alla vigilanza o non rispettino le finalità mutualistiche siano cancellate dall’Albo nazionale degli enti cooperativi. Particolare importanza è stata attribuita al reato di ostacolo all’esercizio dell’attività di vigilanza, punito con la reclusione da uno a quattro anni.
La revisione periodica è fondamentale. Molte cercavano e cercano di sottrarsi. Ad oggi il numero di cooperative iscritte all’albo è di 110.000, ma le attive sono meno di 80.000. Trentamila circa non depositano da anni il bilancio e dovrebbero essere cancellate con provvedimenti d’ufficio. Circa 40mila vengono controllate dalle sei centrali riconosciute (Legacoop, Confcooperative, Agci, Unci, Unicoop e Uecoop) che possono autonomamente revisionare le proprie consociate. Le altre si devono avvalere del ministero dello Sviluppo economico. Solo in Sicilia è permesso revisionare anche le non aderenti. Basterebbe un atto amministrativo del ministero per far sì che tutte le Regioni autorizzino questa procedura. Permetterebbe di aumentare i controlli esponenzialmente. Sono le Regioni che dovrebbero insistere. Ma i dati del Mise sono effettivamente insufficienti: 64mila cooperative revisionate nel giro di quattro anni.

Terzo e ultimo tassello di questa cornice è quello offerto da Sogemi. La società in house del Comune di Milano che gestisce i mercati generali: ortufrutta, pesce, avicunicolo fiori. Gli eventi negli anni che hanno dimostrato l’interesse delle cosche per la logistica, l’ortofrutta, i camion e il carico-scarico merci di notte è molto presente a Milano (e impresso nella memoria degli addetti ai lavori e tra i cittadini più sensibili). L’ultimo “boss” a innamorarsi del sito di via Lombroso, a Est di Milano, poco prima dell’aeroporto di Linate, è stato Antonio Piromalli. Le sorelle Mangano, figlie di Vittorio, e, soprattutto, Salvatore Morabito, nipote di “u’ tiradrittu”, erano già entrati nel mercato sotto le mentite spoglie di cooperative di facchinaggio.

Il nuovo regolamento che permette a cooperative o enti privati di accedere all’albo per svolgere i servizi di facchinaggio, viene presentato in Commissione ortomercato a maggio del 2019. Durata biennale. A luglio 2021, poche settimane fa, viene rinnovato. Fortemente voluto dalle cooperative sane e da Iose Dioli, dipendente di Sogemi ormai in pensione, vittima di intimidazioni, aggressioni e attentati, premiato con l’Ambrogino d’Oro nel 2011, il regolamento rappresenta un fiore all’occhiello, replicabile, per Milano. Sancisce per esempio l’obbligo di applicare ai propri soci lavoratori, dipendenti e collaboratori impiegati nel Mercato il contratto collettivo nazionale della logistica. Si dà uno stop al “dumping” contrattuale, che generava concorrenza sleale ai danni dei lavoratori. Aumenta i controlli tramite l’accesso ai documenti sociali e l’incrocio dei dati. Partendo dalla copia del libro unico del lavoro, presentata mensilmente insieme all’estratto UNIEMENS individuale, da cui risulti la situazione retributiva e contributiva di ogni singolo lavoratore, si verificano paghe e contributi attraverso il confronto con gli accessi ai rilevatori situati ai varchi veicolari o pedonali. La prefettura controlla anche i grossisti e attraverso un protocollo raccoglie direttamente dalla società segnali da verificare con l’ausilio anche della Guardia di Finanza.
Infine, tra i documenti previsti all’atto di iscrizione per gli enti cooperativi c’è la copia dell’attestato o certificato di revisione. In autocertificazione anche se questa possibilità non è rientrata nella norma legata alla legge di Stabilità del 2018. Una buona prassi che ha decimato le realtà operanti. Erano 20 ora sono quattro. Un buon segnale, purtroppo.

David Gentili, counsellor psico-sociale, ha lavorato per anni in ambito educativo, in particolare come mediatore sociale nel carcere di San Vittore, ha insegnato educazione etica all’istituto professionale Rizzoli e oggi lavora per la Fondazione ENAC occupandosi di inserimento lavorativo delle categorie protette. È Consigliere comunale del Comune di Milano dal 2008 Presidente della Commissione antimafia da febbraio 2012. 
Ilaria Ramoni, avvocata, si occupa da sempre di contrasto alle mafie, personalmente e professionalmente. Ha militato per 10 anni in Libera Milano, di cui è stata coordinatrice. È esperta in diritto del lavoro, ambientale e legislazione antimafia e Amministratore Giudiziario di beni confiscati. Autrice del libro “Per il nostro bene” (Chiare Lettere) con Alessandra Coppola sul tema dei beni confiscati.

Con Mario Turla sono autori del volume “Il giro dei soldi”.

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