Interni / Intervista

Andrea Di Nicola. La lezione americana sulle mafie

Negli Usa ci hanno messo 70 anni a capire quanto fosse pericolosa Cosa Nostra. Per contrastare le mafie straniere in Italia dobbiamo fare tesoro di quella esperienza

Tratto da Altreconomia 238 — Giugno 2021
Andrea Di Nicola, criminologo, è professore di criminologia all’Università di Trento dove coordina il gruppo di ricerca eCrime e l’Istituto di scienze della sicurezza © Giampaolo Musumeci

Per comprendere meglio le mafie straniere in Italia bisogna fare un salto indietro nel tempo e attraversare l’Atlantico. Tornare nell’aula del tribunale di New York dove, il 24 ottobre 1985, il pubblico ministero Robert Stewart ha pronunciato la requisitoria finale del processo “Pizza Connection”. Punto d’arrivo di un’inchiesta che ha svelato il ruolo di Cosa Nostra nel traffico di stupefacenti negli Stati Uniti tra il 1975 e il 1984, oltre che i legami tra i capi locali e quelli rimasti in Sicilia, terra d’origine di molti degli imputati alla sbarra davanti ai giudici di New York.

“Negli Stati Uniti ci hanno messo settant’anni a capire quello che stava facendo la criminalità di origine italiana e quanto fosse pericolosa. Ma fino a quando la mafia siciliana è stata considerata ‘altro’ rispetto alla società statunitense, le autorità non sono riuscite a contrastarla. A quel punto, però, Cosa Nostra aveva già affondato le sue radici nell’economia statunitense. Per evitare che questo succeda anche in Italia, dove da anni sono presenti e attive diverse forme di criminalità organizzata di origine straniera, è necessario imparare questa lezione”, spiega Andrea Di Nicola, criminologo e docente di criminologia all’Università di Trento, co-autore assieme al giornalista Giampaolo Musumeci, di “Cosa loro, cosa nostra. Come le mafie straniere sono diventate un pezzo d’Italia” (UTET 2021). Un saggio che fotografa, attraverso una collezione di interviste a magistrati e membri delle forze dell’ordine, storie e analisi di inchieste giudiziarie, le attività criminali di triadi cinesi, gruppi mafiosi albanesi, georgiani e nigeriani.

Perché è importante conoscere e monitorare la criminalità organizzata straniera?
ADN Innanzitutto perché le mafie migrano. La storia ci insegna che le reti di criminalità organizzata possono mettere radici anche in Paesi diversi da quelli in cui sono nate.
E da piccole realtà possono diventare grandi e potenti come è successo a Cosa Nostra negli Stati Uniti e in Canada. In questo momento le mafie straniere in Italia sono a uno stadio iniziale della loro evoluzione, ma stanno mettendo da parte capitali ingenti con il traffico di stupefacenti e di sigarette, con lo sfruttamento della prostituzione o la tratta di esseri umani.
Inoltre alcune di loro -penso soprattutto alla mafia nigeriana, a quella cinese e a quella albanese- stanno iniziando a creare legami con le mafie “autoctone”: Cosa Nostra, mafia pugliese, ‘ndrangheta e camorra. Ci sono poi alcuni segnali preoccupanti, che possono essere indice di un salto di qualità delle mafie straniere: buona parte dei loro profitti continua a essere inviata nei Paesi d’origine o investita all’estero, ma in parte inizia a essere investita anche in Italia. È urgente intervenire per evitare questa escalation, anche se temo sia troppo tardi.

C’è attenzione da parte della politica e dell’opinione pubblica?
ADN
 Purtroppo, quello delle mafie straniere e il loro radicamento nel nostro Paese è un tema sottovalutato. Non le stiamo capendo, proprio come era successo negli Stati Uniti con Cosa Nostra. 

Come si realizza la collaborazione tra le mafie straniere e quelle autoctone?
ADN Le mafie autoctone mantengono un ruolo di controllo, con quelle straniere in una posizione servente. Ma queste ultime iniziano a essere considerate degli interlocutori, cosa che in passato sembrava impossibile. Per quanto riguarda il traffico di droga, in Sicilia o a Castel Volturno (Caserta), ad esempio, le mafie italiane autoctone stanno facendo un passo indietro rispetto alla gestione operativa sul territorio lasciando lo spaccio e la sua organizzazione in mano alle mafie straniere, in particolare quelle nigeriane. La mafia siciliana sta lasciando sempre più spazio e trovando accordi con queste organizzazioni criminali perché sa che lo scontro sarebbe più pericoloso. Ma iniziano a esserci anche delle collaborazioni a un livello più elevato.

“Le mafie migrano. La storia ci insegna che le reti di criminalità organizzata possono mettere radici anche in Paesi diversi da quelli in cui sono nate. E da piccole realtà possono diventare potenti”

Con quali modalità?
ADN Sempre più spesso le organizzazioni criminali autoctone si servono di quelle straniere per l’approvvigionamento di stupefacenti: la mafia pugliese, ad esempio, ha stretto legami con i gruppi criminali che operano dall’altra parte dell’Adriatico e hanno trasformato l’Albania in una sorta di Colombia d’Europa. Lì si produce cannabis a basso prezzo e di buona qualità, i gruppi criminali locali hanno usato la produzione e il controllo di questa sostanza per diventare anche distributori di cocaina ed eroina. C’è poi il tema del contrabbando di sigarette: oggi le mafie dell’Europa dell’Est sono la principale fonte di approvvigionamento per la camorra. Inondano il mercato delle cosiddette cheap white, sigarette che vengono prodotte legalmente in Ucraina o in Romania, ma che non possono essere esportate in altri Paesi dell’Ue perché non rispettano gli standard comunitari. Il fatto che in Campania negli ultimi anni il problema della contraffazione di marchi noti si  sia ridotto a favore del contrabbando delle cheap white non è un caso, ma è avvenuto perché la camorra ha stretto una relazione con questi gruppi criminali. Può sembrare un fatto marginale, ma abbiamo stimato che in questo modo vada in fumo (letteralmente) circa un miliardo di euro l’anno per mancate imposte.

In Italia quali strumenti abbiamo per contrastare le mafie straniere?
ADN Con molta lungimiranza, nel 2008 il legislatore ha inserito nell’articolo 416 bis del codice penale un comma che estende il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso a quelle associazioni “straniere” che, avvalendosi della forza intimidatoria del vincolo associativo, perseguono scopi corrispondenti a quelli delle mafie italiane. Le mafie straniere hanno le caratteristiche tipiche di quelle autoctone ma le esercitano all’interno del proprio gruppo di appartenenza, tra i loro connazionali. Anche per questo motivo, le condanna per 416 bis nei confronti di gruppi criminali stranieri sono poche: se si va alla ricerca oggi, in questi gruppi criminali, della capacità di penetrare l’economia, influenzare la politica, ricevere omertà ed esercitare controllo rispetto alla comunità italiana, tali elementi difficilmente si trovano. Quindi se si interpreta così il 416 bis, difficilmente si può utilizzare. Cosa diversa è se quel metodo mafioso lo si ricerca rispetto alle comunità di appartenenza. Infatti, in anni recenti alcune sentenze ci sono state.

“Non basta trovare una persona che parli cinese perché ci sono decine di dialetti e varianti locali. Senza interpreti è molto più complesso ricorrere alle intercettazioni telefoniche”

Da un punto di vista investigativo e giudiziario siamo sufficientemente attrezzati per indagare e contrastare le mafie straniere?
ADN I pubblici ministeri antimafia italiani sono estremamente capaci, l’organizzazione delle procure nell’investigazione è rodata nel nostro Paese e rappresenta una punta di diamante se confrontata a quella di altri. I problemi riguardano aspetti più pratici.

Quali?
ADN La carenza di interpreti qualificati e affidabili, ad esempio. Non basta trovare una persona che parli cinese perché ci sono decine di dialetti e varianti locali che possono essere anche molto diverse tra loro. Senza interpreti è molto più complesso ricorrere alle intercettazioni telefoniche, che sono fondamentali per indagare la criminalità organizzata. Per non parlare della possibilità di infiltrare un agente sotto copertura. Sarebbe fondamentale iniziare a reclutare nelle forze dell’ordine i giovani stranieri di seconda generazione, ma di aquesto non si parla ed è un problema enorme. Non dobbiamo poi dimenticare che stiamo parlando di reti di criminalità transnazionali ed è molto difficile instaurare rapporti di collaborazione con le polizie dei Paesi d’origine. E anche quando si riesce a creare questo tipo di relazioni sono necessari anni mentre le organizzazioni criminali si muovono a una velocità completamente diversa. C’è poi un altro elemento apparentemente paradossale. Per certi aspetti queste mafie sono arcaiche. In un’epoca in cui è semplicissimo trasferire denaro digitale velocemente e in maniera poco trasparente, quasi tutte scelgono invece di spostare grandi quantità di denaro contante, ad esempio grazie all’hawala (un sistema informale per il trasferimento di denaro, ndr). Questo sta tagliando fuori tutta l’investigazione che si fa sugli investimenti finanziari.

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