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Crisi climatica / Attualità

Così il gas fossile cancella la giusta transizione della Sardegna

Vista notturna della raffineria Sarlux a Sarroch © Wikimedia commons

L’uscita dell’isola dal carbone avrebbe potuto essere un’occasione per costruire un futuro energetico diverso, democratico e incentrato sulle rinnovabili. È andata diversamente. “Sono anni che Snam spinge per la metanizzazione dell’isola”, denuncia ReCommon

Come diverse altre isole del Mediterraneo, la Sardegna era arrivata alla primavera del 2020 senza mai bruciare gas fossile: dagli anni Ottanta, infatti, la produzione di energia sul territorio è affidata a due centrali a carbone (la cui chiusura è programmata per il 2025) e una centrale a olio combustibile. Il phase-out dal carbone avrebbe quindi potuto essere un’occasione senza precedenti per costruire sull’isola un futuro energetico diverso, democratico e incentrato sulle rinnovabili. Al contrario, il futuro della Sardegna sarà a gas.

“Sono anni che Snam spinge per la metanizzazione dell’isola”, denuncia l’Ong ReCommon del report “Snam, giù le mani dalla Sardegna” pubblicato il 6 giugno. Gli interessi di una delle più importanti aziende italiane, spalleggiata dal governo, starebbero infatti penalizzando il percorso verso una transizione energetica giusta. “Siamo di fronte a un’occasione persa: la Sardegna avrebbe potuto cogliere l’occasione data dalla chiusura delle centrali a carbone per ripensare il modello energetico e industriale dell’isola degli ultimi decenni. Un modello che in realtà non ha mai funzionato ma che ha lasciato grandissime sacche di inquinamento ambientale, con serie ripercussioni sulla salute degli abitanti -racconta ad Altreconomia Elena Gerebizza di ReCommon e autrice del report con Filippo Taglieri-. L’isola aveva la possibilità di chiudere le centrali a carbone, bonificare le aree contaminate e programmare un futuro diverso, che mettesse al centro la produzione di energie rinnovabili attraverso il confronto con i territori”.

Al centro dell’analisi di ReCommon c’è la vicenda della cosiddetta “dorsale”, un metanodotto lungo circa mille chilometri che avrebbe dovuto attraversare l’isola da Nord a Sud, voluta da Snam ma bocciata nell’estate 2020 dal ministero dello Sviluppo economico sulla base di un’analisi costi-benefici realizzata dall’Autorità di regolazione per energia e reti (Arera). Ma il progetto non è mai stato realmente abbandonato. Ad aprile 2021 Snam ha fatto sapere di aver modificato la proposta originaria in tre “mini dorsali” del gas: ovvero tre reti locali di gasdotti, ciascuna collegata con un rigassificatore che le avrebbe messe in rete “virtualmente” con altri rigassificatori esistenti sulla terraferma (in particolare quello di Livorno, controllato dalla stessa Snam) tramite delle navi gasiere destinate a fare la spola per rifornire l’isola. Il “Dpcm energia” approvato a metà maggio di quest’anno conferma che la strada delle “virtual pipeline” è quella che l’esecutivo vuole perseguire.

Nel giro di pochi anni al rigassificatore già costruito a Oristano, se ne dovrebbero affiancare altri due a Portovesme (nel Sud-Ovest dell’isola) e Porto Torres (a Nord-Ovest). L’entrata in funzione della Floating storage and regassification unit (Fsru) di Portovesme è prevista per il 2024, l’impianto avrà una capacità di 3,5 miliardi di metri cubi di Gnl all’anno e una capacità di stoccaggio di almeno 110mila metri cubi. A metà maggio Snam ha annunciato l’acquisto della nave metaniera “Golar Arctic” e si è impegnata a riconvertirla entro due anni, per un costo di 269 milioni di euro. La Fsru di Porto Torres, invece, entrerà in funzione un anno dopo, nel 2025, ma la società non avrebbe ancora avviato nessuna procedura di gara per individuare la nave. Il piano, annotano Gerebizza e Taglieri, appariva già assurdo del 2020: “Oggi, con i prezzi del gas a livelli mai visti prima e la crisi climatica sempre più evidente, sembra ancora più folle”.

Non è un caso che la mappa delle “mini-dorsali” progettate da Snam segua quelle dei principali poli industriali sardi, aree segnate dalla presenza di centrali a carbone e impianti come quella di Porto Torres, dove le concentrazioni di inquinanti nel terreno, nell’aria e nell’acqua hanno portato a definire la zona Sito d’interesse nazionale. Come la zona del Sulcis Iglesiente, una vasta “area di sacrificio” in perenne crisi, o l’area industriale di Sarroch dove si trova l’impianto di raffinazione della Saras. Per garantire il funzionamento dell’azienda è presente al suo interno una centrale a gas a ciclo combinato alimentata dal gas di sintesi derivante dal processo di raffinazione. “La scelta di investire sul gas naturale liquefatto mantiene ancora in piedi il modello industriale fossile che ha segnato per decenni il territorio sardo -continua Gerebizza-, il quale rimane ancorato al modello di sviluppo fossile ed estrattitivsta del passato, anziché guardare a un futuro più sostenibile e più democratico”.

Un modello che, paradossalmente, rischia di essere applicato anche nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Il “Dpcm energia” prevede infatti la realizzazione del “Tyrrhenian Link” un doppio cavo sottomarino al centro del Mediterraneo che collegherà la Sardegna (nello specifico il Comune di Terra Mala, in provincia di Cagliari) con la Sicilia (Termini Imerese) e la terraferma. “Con 950 chilometri di lunghezza e 1.000 MW di potenza si tratta di un’opera infrastrutturale di importanza internazionale, un altro passo in avanti verso un futuro energetico più sostenibile –dice Terna-. Il collegamento migliorerà la capacità di scambio elettrico, favorirà lo sviluppo delle fonti rinnovabili e l’affidabilità della rete”.

ReCommon propone invece una lettura diversa ed evidenzia come in Sardegna sia in corso da oltre un anno una nuova ondata speculativa di mega progetti per la produzione di energia rinnovabile: “Centinaia di progetti di fotovoltaico ed eolico, per una grande quantità di ettari, sono stati presentati alla Regione Sardegna da numerose società energetiche, alcune sconosciute e con un capitale sociale irrisorio, altre molto note, come Enel ed Eni. Progetti calati dall’alto e senza una pianificazione territoriale, e tanto meno senza un’adeguata informazione e partecipazione della popolazione”, denuncia il report della Ong.

Già nel 2017, quando la potenza rinnovabile installata era di 2.300 MW, la Sardegna non utilizzava il 40% dell’energia prodotta con impianti eolici e fotovoltaici. Sempre secondo Terna, a marzo 2022 l’isola risulta avere installati ben 1.111 MW da eolico e 1.005 MW da fotovoltaico oltre a impianti a bioenergie e mini-idroelettrico per un totale di potenza rinnovabile di 2.870 MW. “Il piano del ministro della Transizione ecologica Cingolani -conclude ReCommon- prevede che la spinta continui, ma soprattutto per grandi impianti orientati all’esportazione: 1 GW di nuove risorse di accumulo; 2,6 GW di eolico, onshore e offshore (pari a una energia potenziale quattro volte la produzione a carbone dell’isola); 2,2 GW di fotovoltaico totale, raddoppiando l’attuale quantità installata”.

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