Ambiente / Opinioni

“Questa corsa alla pannellizzazione fotovoltaica non fa il bene dei suoli agricoli”

A maggio il Governo Draghi ha messo a punto un nuovo “decreto energia” per accelerare l’avvio degli impianti fotovoltaici ed eolici. La Valutazione di impatto ambientale è sacrificata ed è assente il ruolo del pubblico. “Così è un gioco in perdita”, è il punto di vista del prof. Pileri, che riapre il dibattito sulle “solar belt”

© Michael Fortsch, unsplash

Sulla scia del panico da energia e con lo stile delle politiche emergenziali, il Governo Draghi a maggio ci ha consegnato un nuovo decreto energia (Decreto legge 50 del 15 maggio 2022) per accelerare l’avvio degli impianti fotovoltaici ed eolici. Il decreto aggiorna il suo gemello del novembre 2021, il 199. Siccome uno dei nodi cruciali è il reperimento di aree sulle quali poggiare i pannelli solari, proviamo a capire se all’orizzonte si stagliano nubi preoccupanti o cieli sereni per i suoli agricoli italiani.

A tal proposito il decreto definisce le aree idonee alla pannellizzazione fotovoltaica: “le aree dei siti oggetto di bonifica” (c. 8, pt. b); “le cave e miniere cessate, non recuperate o abbandonate o in condizioni di degrado ambientale” (c. 8, pt. c); “i siti e gli impianti nelle disponibilità delle società del gruppo Ferrovie dello Stato italiane e dei gestori di infrastrutture ferroviarie nonché delle società concessionarie autostradali” (c. 8, pt. c-bis); “le aree classificate agricole, racchiuse in un perimetro i cui punti distino non più di (500 metri) da zone a destinazione industriale, artigianale e commerciale, compresi i siti di interesse nazionale, nonché le cave e le miniere” (c. 8, pt. c-ter, n. 1); “le aree interne agli impianti industriali e agli stabilimenti, […], nonché le aree classificate agricole racchiuse in un perimetro i cui punti distino non più di (500 metri) dal medesimo impianto o stabilimento” (c. 8, pt. c-ter, n. 2); “le aree adiacenti alla rete autostradale entro una distanza non superiore a (300 metri)” (c. 8, pt. c-ter, n. 3); […] “le aree che non sono ricomprese nel perimetro dei beni sottoposti a tutela ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 [Codice dei beni culturali], né ricadono nella fascia di rispetto dei beni sottoposti a tutela ai sensi della parte seconda oppure dell’articolo 136 del medesimo decreto legislativo. Ai soli fini della presente lettera, la fascia di rispetto è determinata considerando una distanza dal perimetro di beni sottoposti a tutela di sette chilometri per gli impianti eolici e di un chilometro per gli impianti fotovoltaici” (c. 8, pt. c-quater)”.

Il criterio seguito è geometrico: aree-cintura attorno o lungo impianti o infrastrutture. Le chiamano solar belt. Le aree agricole sono pienamente ricomprese tre le pannellabili, e non sono poche. Il decreto rallenta solo davanti al vincolo paesaggistico, mentre le altre tutele contano poco o nulla. Ma non vorrei che sfuggisse il fatto che non vi è alcuna ragione oggettiva o scientifica o agronomica per dichiarare le aree agricole attorno ai siti produttivi o lungo le autostrade idonee a esser coperte di pannelli solari. Essere a meno di 500 metri da un capannone non significa essere automaticamente aree meno fertili, di minore qualità, meno importanti di altre.

Esiste in tutta Italia una mappa della capacità d’uso dei suoli agricoli che, con criteri scientifici, individua le aree meno buone per la produzione agricola (ma sempre suoli importanti sarebbero) e questa mappa avrebbe potuto essere usata. Il dubbio legittimo è che la trovata della solar belt sia una forzatura, una scappatoia per non mettere in campo criteri tecnici e scientifici più rigorosi e per non obbligare gli sviluppatori a usare prima i tetti dei capannoni e poi -se proprio serve- altre aree, a partire da quelle più problematiche. Se penso alla logistica che, urbanisticamente parlando, è classificata come zona produttiva e quindi potrà andare alla caccia delle aree agricole limitrofe, penso a migliaia e migliaia di ettari agricoli a rischio: un disastro.

Per un altro verso anche l’idea di pannellare le aree ferroviarie è una forzatura imbarazzante. Innanzitutto, lo ricordo, queste superfici arrivano originariamente dal demanio pubblico perché il Gruppo Ferrovie dello Stato era una azienda dello Stato e quelle aree erano dello Stato. E poi perché oggi molte di quelle aree potrebbero essere finalmente l’occasione per realizzare verde urbano nelle città soffocate dal cemento, mitigando così le isole di  calore, per fare servizi pubblici che mancano, per mantenere biodiversità in aree urbane che ne sono carenti. I campi solari, lo ricordo, non sono aree accessibili a tutti ma recintate, sorvegliate e quindi diverrebbero delle vere e proprie cesure che andrebbero separare parti di città e territorio.

È chiaro che decreti imperativi come questo vanificano ogni idea di pianificazione e incaricano l’urgenza e il business di disegnare la città e il territorio. Ma leggendo meglio, vi è altro oltre l’idoneità ope legis delle aree pro-pannelli, vi sono gli spazi per le infrastrutture accessori. Già il decreto di governance del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Dl 31 maggio 2021 n. 77) sancisce che sono parte integrante degli impianti energetici anche “le opere connesse e le infrastrutture indispensabili alla costruzione e all’esercizio degli stessi impianti” (art. 30, c. 1). Il decreto energia lo conferma e questo aggiunge un macigno al consumo di suolo.

I rischi per i suoli non finiscono qua. L’art. 7 (Semplificazione dei procedimenti di autorizzazione di impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili) pare depotenziare ulteriormente le Valutazioni di impatto ambientale (Via) che già il decreto di governance del Pnrr aveva indebolito. L’art. 7 comma 1 stabilisce che in caso di Via nazionale le decisioni saranno prese direttamente dal Consiglio dei ministri e queste “sostituiscono ad ogni effetto il provvedimento di Via”. Significa che l’organismo politico va a occupare il posto del tecnico il quale ha un ruolo terzo ed è un esperto.

Non è quindi una buona notizia per l’ambiente, come non lo è la contrazione del tempo lasciato alle amministrazioni locali per ribattere la decisione: perentoriamente compresso in non più di 60 giorni. Sappiamo perfettamente che le nostre amministrazioni locali sono affaticate da carenza di personale, frammentazione amministrativa, deficit di competenze e di mezzi e sono soffocate da una marea di pratiche. Sappiamo bene che leggere un progetto definitivo di un impianto fotovoltaico da venticinque ettari richiede tempo e confronti. Per non dire che spesso sono gli stessi progetti a essere carenti, ma dei progettisti il decreto non si occupa. In ogni caso con soli 60 giorni non è possibile chiedere integrazioni o incontri con le parti, specie se lo stesso personale deve occuparsi di una grande varietà di questioni della vita quotidiana dei Comuni: dai cimiteri alle Via. Semplificare togliendo tempo è come pagare un corriere in funzione del minor tempo che impiega a consegnare pacchi: è naturale che aumenti il rischio a infrangere i limiti, passare con il rosso, non riposare quanto è necessario.

L’assalto alla Via non termina qua. Nel decreto energia si lavora in profondità e con maestria chirurgica cercando di rendere innocui gli ultimi vincoli che ancora contano qualcosa: quelli culturali, paesaggistici e monumentali che richiamavo sopra. All’art. 10 (comma 1, punto a) il decreto va a togliere il diritto di voto proprio all’unico rappresentante del ministero della Cultura rimasto in seno alla commissione Via per i progetti energetici, così come era previsto dal comma 2-bis dell’art. 8 del testo unico ambientale (L. 152/06). Chiamatela come volete, ma togliere un diritto di voto a chi rappresenta il paesaggio in una commissione Via non riesco a pensarlo come un rafforzamento delle tutele del paesaggio. Diciamo che se i vincoli non si possono rimuovere per legge, si può abbassare il volume della voce di chi li rappresenta. È questa una buona notizia?

Altre minacce ai suoli arrivano da quel che manca nel decreto energia. Manca un osservatorio pubblico al quale affidare il monitoraggio dei suoli e dei paesaggi pannellati. Manca l’istituzione di momenti di partecipazione e coinvolgimento dei cittadini. Manca un piano di formazione per i tecnici pubblici. Manca un organismo indipendente che aiuti i governi a decidere. E non può esserlo un’associazione come Italia Solare che è una lobby di coloro che fanno business con il fotovoltaico. Nulla contro le lobby: fanno il loro mestiere ed è legittimo che esistano. Ma non possiamo rinunciare ad avere un comparto pubblico robusto e preparato in grado di non farsi influenzare e soprattutto in grado di vedere le questioni nell’interesse ecosistemico e pubblico. Non è detto che il consumo di suolo agricolo o i danni al paesaggio rientrino tra le priorità di una lobby di sviluppatori, progettisti, installatori, produttori, rivenditori di sistemi fotovoltaici. E la soluzione non può essere l’agri-fotovoltaico -ovvero i pannelli appesi a un palo- per salvare l’agricoltura. Là sotto non si potrà coltivare come prima né sappiamo con quali rese, visto che molta ombra si stenderà su quelle aree. E non dobbiamo dimenticare che ogni campo fotovoltaico -con o senza i pali- prima di poter avviare la produzione è un grande cantiere in cui gli escavatori prepareranno le fondazioni per i pali, sconquassando i suoli; i camion solcheranno i campi per portare pannelli e cavi; dive verranno realizzate nuove strade e infrastrutture.

È evidente che dell’energia abbiamo bisogno noi e le nostre imprese. Ma è altrettanto vero anche che è un gioco in perdita continuare a produrre energia sottraendola ad altri modi di produrre energia ancor più vitale, ovvero alla terra e alla produzione di cibo. Se i nostri campi diverranno watt, noi mangeremo watt? Ovvio che no. Chi sta mettendo in conto che la riduzione di produzione alimentare innescherà la spasmodica ricerca di terre da qualche parte, verosimilmente nel Sud del mondo, e così a fragilità aggiungeremo fragilità? A loro volta il Sud dell’Italia o del mondo si vedrà sottratto il cibo e quelle popolazioni già in sofferenza lo saranno ancora di più. E questo innescherà altri problemi e ulteriori conflitti. Questo per dire che la reazione sviluppista e facilista del governo, appoggiata da tanti e troppi silenzi, non è automaticamente indolore e sostenibile e non può essere la risposta corretta in questo momento storico stretto tra guerre, pandemie e una enorme crisi climatica che incombe ogni giorno di più. Non può esserlo soprattutto perché non si interroga sul cambiamento che questo modello sociale ed economico deve compiere.

Tornando a suolo&solare, abbiamo un’ultima grande preoccupazioni da segnalare, ignorata dai decreti. I proprietari delle terre che fanno gola agli sviluppisti fotovoltaici sono spesso deboli e perdenti nelle negoziazioni, specie se sono piccoli proprietari. In questo senso il Governo nazionale e le Istituzioni locali farebbero bene ad assisterli, proteggerli, far emergere i loro diritti e offrire tavoli di mediazione. Insomma, un’agenzia pubblica che si interponga tra uso del suolo ed energia avrebbe potuto essere utile e preziosa. Ma tutto questo non è neppure previsto ed è difficile pensare una transizione ecologica senza equità e senza che i diritti non vengano scalfiti da egoismi o furbizie da mercato.

Questi decreti che in modo “sbarazzino” e con troppa fretta decidono quali aree possono essere idonee e quali no, inducono un’accelerazione frenetica nelle decisioni che certamente non aiuterà chi è in una posizione già debole come i piccoli proprietari, i piccoli Comuni, gli agricoltori in maggior sofferenza. O, per inverso, finiranno per agevolare coloro che hanno tra le mani grandi estensioni di terreno e vedono nella conversione energetica un facile guadagno. Questi aumenteranno il loro potere e le pretese di gestire il territorio come vogliono. Un ulteriore rischio starà poi nella tariffa energetica. Se la generazione di potenza elettrica si concentrerà in poche mani non pubbliche, lo Stato sarà in grado di garantire nel futuro una tariffa accessibile a tutti? E se saremo più carenti di cibo, lo Stato sarà in grado di controllare le speculazioni nelle filiere alimentari? Per rispondere a tutti questi e a tanti altri dubbi che la sostenibilità non ci evita, occorre discutere di cambio di paradigma e innescare una coraggiosa svolta culturale che non può prescindere da una abilitazione del ruolo del soggetto pubblico, cosa che non vedo nei decreti energia tutti disegnati sulla forma del mercato e, sotto sotto, cavalcando ancora un’idea di sfruttamento senza limite delle risorse, come i fragili suoli.

Come non vedo, accanto a questa corsa all’energia solare, un’altrettanta enfasi su tutto quel che ci sarebbe da dire e fare in settori imparentati con le energie alternative come il fronte del risparmio energetico, la riduzione degli sprechi, l’efficientamento del patrimonio immobiliare, la mobilità di persone e merci, il tipo di agricoltura, i modelli di impresa e di turismo, il paradigma urbano. Alla fine si è ancora scelto di “vincere facile” e i suoli sono tra le vittime. Se però non sarà un “vincere facile”, non è che sarà un “perdere sicuro”?

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

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