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Terra e cibo / Reportage

Un viaggio tra i produttori italiani di miglio bio. Un cereale dal passato per il futuro

Il 2023 è l’anno internazionale dei millets, gruppo eterogeneo di piccoli e preziosi cereali dalle ottime proprietà nutrizionali e notevole resilienza nell’adattamento ai cambiamenti climatici. Abbiamo visitato chi coltiva in campo il Panicum miliaceum e non solo. Dando un contributo fondamentale alla biodiversità colturale

Il miglio dell'azienda agricola Una Garlanda © Marinella Correggia

“La polenta nel Veneto, prima che Cristoforo Colombo portasse il mais dalle Americhe, era fatta con il miglio, meno produttivo ma più ricco in vitamine. E i contadini non si ammalavano di pellagra. Nel 1374, durante l’assedio da parte dei genovesi, i magazzini pieni di questo cereale salvarono Venezia”, spiega Alfredo Fasola Bologna durante la mietitura settembrina del miglio, cerale caratterizzato dalle insolite spighe e dai piccoli chicchi, a Torre Colombaia (PG), presso l’azienda agricola biologica di cui è titolare fina dagli anni Ottanta.

Là il Panicum miliaceum -insieme ad altri cereali, a legumi e semi oleosi- è di casa da almeno 25 anni. Ma questo raccolto ha di speciale che il 2023 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite l’anno internazionale del miglio, o meglio dei millets. Si tratta infatti di un gruppo eterogeneo di piccoli e preziosi cereali, dal Panicum adatto alle nostre latitudini, al miglio giapponese, all’indiano, alla setaria (per gli uccelli), al miglio di kodo, fino al fonio, al teff e al sorgo, detto anche “miglio grande”. Antiche coltivazioni, antichi alimenti, dal passato per il futuro.

Un insieme di specie accomunate dalla resilienza alle alee climatiche, dal carattere rustico, adattabile anche ad aree marginali, naturalmente privo di glutine, dal contributo alla biodiversità colturale, dalla ricchezza di principi nutritivi (come vitamine e sali minerali) e perfino dalla praticità di cottura. Il miglio ha anche un corto ciclo di crescita, pochi mesi, che permette di lasciare spazio ad altre colture. Non è irriguo. Così, spiega Franco Zecchinato, altro miglicoltore del padovano e agricoltore bio fin dagli albori, nonché presidente della cooperativa El Tamiso. “Alcuni secoli fa era il cereale estivo per eccellenza, insieme al sorgo, della Pianura padana. Poi è arrivato il mais e non c’è stata storia. Ma c’è stato un prezzo da pagare in termini di fertilità ed equilibrio alimentare”. Insomma, un miglio di virtù.

“Sessanta quintali su tre ettari”, annunciano soddisfatti a Torre Colombaia qualche giorno dopo la raccolta. Un ottimo risultato, dopo alcuni anni di raccolti scarsi, probabilmente a causa della siccità. “Deve piovere al momento giusto. Così quest’anno abbiamo cercato di anticipare la semina e il miglio ha preso le piogge di aprile. In Umbria si dice: ‘aprile ogni goccia mille lire’”, spiegano Alfredo Fasola e l’agronoma Cecilia Corneli, collaboratrice dell’azienda. Il miglio non richiede tante cure. Si prepara il terreno con la rippatura ogni tre o quattro anni, ogni anno si pratica la morganatura, smuovendo la terra solo per i primi dieci centimetri. Si semina, si aspetta e si raccoglie. Dopo aver decorticato il seme, il che riduce quasi a metà il raccolto, l’azienda prepara sacchi da 25 chilogrammi per quei gruppi d’acquisto (Gas) che provvedono da sé alla suddivisione, e per il resto piccole confezioni da 500 grammi. “Facciamo anche la farina, e un preparato per zuppa con due terzi di miglio e un terzo di lenticchie decorticate; hanno tempi di cottura uguali, abbiamo fatto la prova”.

Coltiva un po’ di miglio accanto al riso anche l’azienda biologica Una Garlanda nella Baraggia vercellese. Ed è un rito coinvolgente la Festa del miglio, del riso e della biodiversità che si tiene sull’ampia aia, tra conferenze, musica, visita allo stagno della biodiversità, assaggi (abbondanti) basati anche su tradizioni culinarie riscoperte: visto che la panissa vercellese, paniscia nel novarese, adesso fatta con riso, fagioli e l’aggiunta facoltativa di cotica, sembra che si preparasse in origine con il miglio. Ricetta che ripropongono a Una Garlanda, insieme ai fagioli dall’occhio e verdure bio.

I millets rimangono una coltura di nicchia nei Paesi occidentali. Ma negli stessi Stati Uniti, benché sia ampiamente minoritario e sottoutilizzato rispetto, ad esempio, a mais e soia, sta ricevendo sempre più attenzione per la sua resilienza, come informa uno studio dell’Università del Missouri. Se per ora la maggior parte delle varietà sono destinate all’alimentazione animale (tranne per il Panicum miliaceum che è per il consumo umano diretto), più di recente si registrano altri usi: per il sostegno a specie animali selvatiche e come coltura intercalare, piantata tra due. Certo, l’industria non aiuta molto e il mercato è limitato, oltre al fatto che le rese non sono certo paragonabili a quelle del mais.

Invece per il sorgo (Sorghum bicolor), gli statunitensi sono i maggiori produttori mondiali, con dieci milioni di tonnellate annue. In Italia se ne coltivano circa 40mila ettari, per quasi 300mila tonnellate. La destinazione di gran lunga più importante negli Stati occidentali è per la produzione di mangimi o di biocarburanti a base di etanolo; tuttavia, se ne stanno scoprendo le virtù nutrizionali, analoghe a quelle del miglio.

Una coltivazione spesso minacciata da specie aliene invasive. A differenza del miglio, infatti, il sorgo piace ai cinghiali. Lo ha tristemente sperimentato quest’anno, nella campagna romana, la cooperativa Coraggio, partita anni fa dalla vertenza per l’affidamento di terre pubbliche e arrivata all’agricoltura multifunzionale, comprese la formazione e l’educazione ambientale, e una gestione in agroecologia della tenuta agricola di Borghetto San Carlo nel parco di Veio (ne abbiamo scritto qui).  

Pini di Roma e ruderi sullo sfondo, Giacomo Lepri, presidente della cooperativa, cammina in quello che è stato un campo di sorgo. È completamente devastato dagli ungulati, niente da raccogliere quest’anno. Le spighe a terra sono mangiate. “Dovevate proteggere con il recinto con la corrente, potrebbero dire. Ma lo abbiamo fatto. Anzi di norma si mettono due fili e paletti ogni dieci metri, noi lo abbiamo fatto ogni cinque metri e con quattro fili, due che portano la corrente e due scaricano a terra. Tagliavamo anche l’erba sottostante, per evitare che interferisse con il filo”. Tutto inutile. 

È il primo anno che perdiamo tanto raccolto, mai successo”, continua Giacomo. Un vero peccato: “Il sorgo lo abbiamo messo dopo il sovescio. Dà buone rese, e in asciutta. Poi è nutriente e senza glutine, ce lo compravano tutto per le pizze. Lo abbiamo seminato fin dal primo anno dopo il nostro arrivo qui. Gli agricoltori non credevano al nostro progetto. Ci siamo inventati la farina senza glutine. Il sorgo poi fa un gran bel lavoro sul terreno. È come se ti diserbasse. Pianta alta, fa ombra ovunque. E quando lo trebbi hai un campo pulito, perfetto per chi come noi lavora in biologico. Inoltre, è una pianta da rinnovo, con radici molto fitte e migliora il terreno. Non solo: ti sta pochissimo in campo, da maggio agli inizi di settembre”.

Il presidente della Coraggio mostra il vicino recinto delle galline, ben protette contro i carnivori selvatici da una barriera interrata, ben più costosa però del filo intorno al sorgo e alle altre colture in campo: “Il nostro contoterzista che ci fa le operazioni per le semine ha messo il sorgo in un campo protetto come queste galline e ha fatto 18 quintali in mezzo ettaro”.

Avanza una possibilità: “Se la Regione, anziché spendere soldi per dare gli indennizzi, che sono insufficienti, arrivano tardi quando magari hai già chiuso l’attività, e comunque non sono la soluzione perché chi coltiva vuole produrre cibo e mantenere gli acquirenti, fornisse i mezzi per comprare questo genere di protezioni, non sarebbe meglio?”.

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