Finanza / Approfondimento

Russia, sanzioni economiche e finanza privata: qualcosa va cambiato

Le sanzioni, specie finanziarie, possono essere un forte strumento di orientamento dei comportamenti degli Stati. Ma non funziona un approccio in cui l’uso “orientato” del denaro sia prigioniero di volubilità politica e intermittenza di comodo. Va pretesa coerenza da istituzioni e banche private. L’analisi di Alessandro Messina

Mosca © Astemir Almov - Unsplash

La Russia, o per meglio dire la Federazione russa, rappresenta l’undicesima economia del mondo in termini di Prodotto interno lordo. A fine 2020 i suoi 144 milioni di abitanti producevano beni e servizi per circa 1.500 miliardi di dollari contro i 1.900 dell’Italia, i 3.800 della Germania, i 5mila del Giappone, i 15mila della Cina e i 21mila degli Stati Uniti (fonte: Oecd). L’economia russa è dimensionalmente sotto quelle francese, inglese, sud-coreana e indiana ma sopra quelle brasiliana, australiana, spagnola, messicana, indonesiana, olandese, iraniana, svizzera, turca, e così via.

L’indice di sviluppo umano misurato dalle Nazioni Unite, che combina reddito pro-capite, speranza di vita e livello di alfabetizzazione, è per la Russia pari a 0,824, in crescita lenta ma costante da vent’anni (era 0,722 nel 2000), ponendo la federazione al 52esimo posto nel mondo, molto dopo Usa, Giappone e tutti i Paesi dell’Europa occidentale, vicino a Stati come Montenegro, Romania e Kazakhstan, appena sopra Bielorussia, Turchia, Uruguay e Bulgaria, ma in posizione ben migliore di Cina e Brasile (dati al 2020, fonte: Undp).

L’indebitamento della Russia verso le altre economie ammonta a 470 miliardi di dollari, circa un terzo del Pil, per tre quarti in valuta estera, prevalentemente dollari, euro, sterline e renmimbi (dato a metà 2021, fonte: Banca mondiale). In termini assoluti, si tratta del 27esimo stock di debito estero al mondo, in forte calo negli ultimi anni (era sopra i 700 miliardi nel 2014).

Anche i flussi finanziari dall’estero (investimenti diretti) sono in significativa discesa: erano 14 miliardi di dollari nel 2005, hanno toccato i 32 miliardi nel 2010, ora sono poco sotto i 10 miliardi. Le rimesse dall’estero di persone emigrate sono invece in crescita e pesano ormai per lo 0,66% del Pil (fonte: Unctad).

Le esportazioni pesano per il 28% del Pil e per la metà circa riguardano fonti energetiche: verso la Cina (48 miliardi di dollari nel 2020), l’Olanda (25), il Regno unito (23), la Germania (18) e poi le altre economie. Le importazioni ammontano al 21 per cento del Pil. 

Pochi numeri per sintetizzare che la Russia è sì un Paese importante, per tanti aspetti nevralgico, ma comunque dalle dimensioni economiche non proporzionate al proprio peso geopolitico, che risulta assai maggiore per fattori diversi, quali la collocazione geografica, la storia e le dimensioni territoriali.

Sanzioni sì, sanzioni no?
In tale contesto, non è facile valutare quale effetto ci si può attendere dalle nuove sanzioni economiche applicate verso la Russia dai paesi occidentali. In generale queste misure nella politica internazionale si adottano per diversi motivi (Giumelli, 2018). Il primo è il più ovvio e consiste nel tentativo di indurre il Paese bersaglio a riconsiderare i propri calcoli costi-benefici, per cambiarne le scelte e condizionarne gli obiettivi. Il secondo è l’indebolimento operativo del Paese soggetto a sanzioni, che avrà a causa di esse più difficoltà nell’approvvigionamento di beni e servizi, anche funzionali all’azione oggetto di condanna internazionale, che dunque ne verrà rallentata se non fermata. Il terzo motivo, pur rilevante, è il segnale politico che si invia, attraverso le sanzioni, all’interno e all’esterno dei singoli Paesi che le adottano. Che ha valore, pertanto, se ad esso si conformano le economie, sì, ma anche le società e le forze politiche dei Paesi sanzionanti. Anche gli effetti negativi -indesiderati- delle sanzioni possono essere diversi: ottenere il risultato paradossale di rafforzare i governi che si vorrebbe indebolire, che faranno ampia leva su nazionalismo e patriottismo (Galtung, 1967); favorire la crescita dell’economia criminale e illegale (Andreas, 2005); causare sofferenze alla popolazione (Moret, 2015).

Un altro problema delle sanzioni è che nel XXI secolo stanno diventando strumento inflazionato. In particolare gli Stati uniti ne fanno un uso talmente ampio e diffuso che spesso il loro effetto rischia di diluirsi e perdere o cambiare significato rispetto al momento storico in cui sono introdotte. Come ha scritto Marco D’Eramo, “Il problema è che le sanzioni non solo in alcuni casi sono di un’efficacia letteralmente letale, ma sono anche facili, dal punto di vista sia pratico sia politico (fanno fare bella figura e sono semplici da far approvare al Congresso). Il punto è che sono diventate quasi un tic della diplomazia mondiale, reazione automatica a ogni e qualunque contrarietà: 9.421 sanzioni in un anno significano circa 26 sanzioni per ogni giorno che dio comanda, più di una sanzione l’ora”.

Le sanzioni economiche, dunque, possano avere un impatto ambivalente.

Se l’obiettivo è indebolire un Paese, fiaccarne l’economia, anche considerando il rischio di colpire in modo indistinto la popolazione, sono spesso efficaci, pur considerando gli effetti indesiderati che ricadranno sui Paesi abituati a commerciare con quello bersaglio: registreranno un calo delle esportazioni e, sul fronte delle importazioni, potrebbero avere difficoltà a sostituire in tempi rapidi i beni essenziali (come, ad esempio, materie prime o fonti energetiche). Se invece l’obiettivo è colpire il governo dello Stato che viola il diritto internazionale per favorire un cambio di regime, e dunque di policy, quasi sempre nella storia si sono rivelate inefficaci, se non addirittura controproducenti: in un articolo del 2020 il Financial Times ha addirittura ipotizzato che le sanzioni abbiano tonificato l’economia russa, dunque abbiano favorito il governo di Vladimir Putin.

La Russia e le sanzioni
Proprio il caso della Russia è plastico davanti ai nostri occhi. Già dal 2014, infatti, Stati Uniti ed Unione europea hanno applicato sanzioni economiche alla Federazione russa, per l’annessione militare della Crimea e il sostegno a ribelli separatisti del Donbass, in Ucraina orientale.

Gli effetti economici di quelle misure non è stato irrilevante:

  1. il Pil russo, è stato calcolato, è cresciuto di 2,3 punti percentuali in meno di quanto avrebbe potuto; 
  2. le esportazioni dell’Unione europea verso la Russia sono passate dal 2,7% del totale del 2013 all’1,6% del 2020 (un calo di quasi il 40%): solo la Germania ha perso tra 2014 e 2015 un valore di export pari a 23 miliardi di dollari (fonte: Julian Hinz);
  3. la Banca centrale russa è stata costretta ad utilizzare il 32% delle proprie riserve (circa 170 miliardi di dollari) per sostenere il rublo, una proporzione non dissimile da quella utilizzata durante la Grande crisi finanziaria del 2008-2009, quando le riserve russe si contrassero del 36% (fonte: Ispi).

Si è già visto anche come, dopo il 2014, tanto l’esposizione debitoria complessiva quanto gli investimenti diretti dall’estero siano calati. Accompagnati, però, da una crescita delle riserve finanziarie russe, strategicamente accumulate da Putin per tempi difficili come quelli odierni, che ora ammontano a 630 miliardi di dollari: una cifra relativamente assai maggiore di quelle europee (40 per cento del Pil russo, contro una media del 9 per le banche dell’Eurozona), e che negli ultimi cinque anni ha ribilanciato la propria quota in dollari (scesa dal 40 al 13 per cento) a favore di quella in renminbi (triplicata, dal 5 al 15 per cento).

L’economia russa si è dunque indebolita, a seguito delle sanzioni, ma forse non quanto ci si sarebbe atteso. E comunque non è accaduto lo stesso alla legittimazione di chi governa la Federazione, o almeno non a sufficienza. Fino ad arrivare alla tragica escalation odierna.

A dimostrazione che del meccanismo delle sanzioni, nell’applicazione russa qualcosa non ha funzionato. I fattori di disturbo all’efficacia delle sanzioni sono stati molti. È poco più che folclore ricordare gli scivoloni della politica nostrana, che negli ultimi anni ha giocato all’amicizia con Putin in cambio dei suoi opachi servizi. O l’incoerenza rispetto a un orientamento internazionale di condanna, della Federazione mondiale del calcio (Fifa) che nel 2018 ha organizzato proprio in Russia i campionati mondiali di calcio. Sono indicatori di un contesto internazionale quantomeno ambivalente verso l’autocrazia russa.

In una delle indagini periodiche svolte dalla Banca mondiale, tra gennaio e aprile 2021, sono stati sentiti 545 stakeholders residenti in Russia. Rappresentanti del governo, delle istituzioni, consulenti della stessa Banca mondiale, imprenditori, banchieri, Ong e sindacati, gruppi religiosi e giovanili hanno raffigurato un quadro dell’economia russa a luci ed ombre:

  1. il 56% dei rispondenti riteneva che la guida della Russia andava nella giusta direzione;
  2. il 39% che le opportunità per i cittadini russi erano in aumento (28% in riduzione e 32% stabili);
  3. il governo federale godeva di un livello di fiducia pari a 6,3 in una scala da 1 a 10, pari a quello della Banca mondiale e superiore a quello di Organizzazione mondiale della sanità (6,1), Nazioni Unite (5,7) e istituzioni religiose (4,9).

Emergeva, peraltro, un chiaro allarme corruzione (priorità per il 22% dei rispondenti). Un dato riscontrato anche da Transparency International, secondo cui la Federazione russa è al 129esimo posto nel mondo per livello di trasparenza delle istituzioni, dunque per qualità nel contrasto alla corruzione, con un punteggio pari a 30 (su 100), quando il Paese meno corrotto è la Danimarca (con 88) e l’Italia -che non brilla sul tema- è al 52 posto, con 53 punti. La Russia, che pure registrava nel 2020 un leggero miglioramento rispetto agli anni precedenti, si trova in un gruppo di Stati a bassissimo livello di capitale sociale e qualità delle istituzioni come Mali, Malawi, Laos, Mauritania, Togo, Liberia, Myanmar.

Si capisce che in un Paese corrotto, con istituzioni e società civile deboli, il rischio nell’applicare le sanzioni è proprio che le ricadute pesino soprattutto sulla parte meno forte della società, sugli ultimi, mentre gli autocrati continuano a godere dei propri privilegi. Che potranno accrescere attraverso due strategie: verso la pubblica opinione, facendo leva su un uso strumentale dei sentimenti patriottici e su una conseguente maggiore chiusura al mondo (grazie al controllo dell’informazione, di Internet, dei social media, ecc.); a tutela dei propri interessi materiali, avvalendosi di pochi soggetti fidati, incaricati di sviluppare quell’intreccio di affari tra pubblico e privato che è strettamente funzionale al consolidamento del potere. Così in Russia si è nutrita la casta degli oligarchi, pienamente funzionale alla crescita e al mantenimento del potere di Putin, la cui ricchezza è cresciuta proprio mentre scattavano le sanzioni post 2014. Ma tutto ciò non si fa da soli.

Il ruolo della finanza privata
L’aspetto da non trascurare allora riguarda chi e come nel mondo occidentale ha sostenuto, anche indirettamente, tale strategia. Come già svelato più in generale dall’inchiesta Suisse Secrets, le banche possono avere (e hanno avuto) un ruolo di primo piano nel favorire la rapida ascesa di neocapitalisti, faccendieri, ambigue figure con (tanti) soldi sporchi da riciclare. Proprio come gli oligarchi vicini a Putin.

Il concreto comportamento delle banche che finora si sono interfacciate con la Russia, in Europa e nel mondo, sarà pertanto determinante, come lo è stato negli anni del primo blocco di sanzioni. Non sempre nella direzione auspicata dai paesi occidentali. 

È istruttivo osservare l’andamento della raccolta di banche estere da clienti russi, aspetto assai delicato e funzionale alla riconversione, se non al riciclaggio, delle risorse finanziarie di residenti di un Paese sotto boicottaggio. Su un totale di 128 miliardi di dollari depositato presso banche estere, 38 miliardi (circa il 30%) sono riferibili a soggetti non finanziari, dunque imprese o persone fisiche (dato a settembre 2021, fonte: BIS). Qui la parte del leone è delle banche svizzere, che ne raccolgono il 33 per cento, seguite da quelle di Regno Unito (13%), Stati Uniti (12%), Hong Kong (8%), Austria (6%), Francia e Lussemburgo (entrambe al 4%), Spagna (3%).

In proposito, molto si è parlato del valore strategico che avrebbe l’esclusione delle banche russe dal circuito dei pagamenti internazionali denominato SWIFT. Con qualche enfasi di troppo, a guardare bene la sostanza delle decisioni assunte.

Infatti va detto che la misura appare ancora parziale, in quanto riguarda solo sette banche (fonte: Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea) e -soprattutto- tra queste non figurano la principale banca del Paese, Sberbank, che detiene una quota del 65 per cento del mercato russo in termini di risparmio raccolto, e Gazprombank, che gestisce gran parte dei flussi di pagamento collegati alle fonti energetiche.

In ogni caso, se nel breve termine è indiscusso il disagio prodotto con tale sanzione ad imprese e residenti russi, gli effetti più a medio termine potrebbero rivelarsi diversi da quelli desiderati, ad esempio -come ha scritto Vincenzo Comito– spingendo le banche russe ad integrarsi nel sistema cinese, denominato CIPS (Cross-Border Interbank Payment System) e creato dalla seconda economia mondiale proprio per favorire gli scambi in renmimbi, valuta di cui, come visto, oggi la Russia è particolarmente fornita.

Ancor più interessante è guardare all’attività d’investimento compiuta da banche estere verso la Russia negli anni delle sanzioni post 2014. 

Oggi le banche estere hanno complessivamente un’esposizione pari a 89 miliardi di dollari per crediti verso residenti russi. Uno stock in forte calo rispetto ai massimi del 2013, pari a 184 miliardi di dollari (-52%), ma comunque rilevante. 

Il 15 per cento di tale stock di credito afferisce a banche del Regno unito, il 10 per cento a banche italiane, e poi via via a scendere con banche francesi, tedesche, lussemburghesi, austriache. Le banche Usa sono prossime allo zero.

In particolare, l’andamento delle esposizioni di banche italiane è sorprendente (purtroppo non in senso positivo), essendo passato dal niente del 2013 ai 9,2 miliardi di settembre 2021. Un’escalation che inizia proprio in coincidenza delle sanzioni del 2014, per poi impennarsi a partire dal 2016.

Insomma, proprio mentre il mondo occidentale decideva di sanzionare la Federazione russa, inibendo gli scambi commerciali e riducendo l’afflusso di capitali, alcune banche italiane andavano in direzione completamente opposta. Per fortuna, poche. Il grosso di tali esposizioni riguarda, infatti, due soli istituti: Intesa Sanpaolo, che ha recentemente dichiarato che “i crediti a clientela russa sono pari a circa l’1% dei crediti a clientela totali del Gruppo” (fonte: Borsa italiana), e Unicredit, per la quale “l’esposizione cross border nei confronti di clientela russa è attualmente pari a circa 4,5 miliardi di euro” (fonte: Borsa italiana).

Uno strano modo, questo della finanza privata, di rispettare gli indirizzi di policy dei Parlamenti europeo e nazionale. Si direbbe che poco “responsabile”, in termini sociali e civili, è stata la decisione di sostenere un regime noto per le violazioni dei diritti umani. Sicuramente poco “prudente”, in termini bancari, possiamo giudicarla ora, che di quelle esposizioni parecchio rischia di andare in fumo.

Proprio come ha dovuto constatare BlackRock, gigante della finanza mondiale, oltre che sedicente paladino della finanza sostenibile, che ha annunciato la perdita di 17 miliardi di dollari (su 18) in investimenti russi. Se avesse applicato veramente i criteri di esclusione coerenti con i principi Esg (ambiente, società e qualità della governance), di cui tanto ama parlare il suo Ceo Larry Flint, forse il denaro affidatogli da risparmiatori e pensionati sarebbe ancora lì.

Ecco dunque una piccola grande lezione per tutte le democrazie oggi (giustamente) indignate a causa dei comportamenti criminali del governo russo. Le sanzioni economiche possono essere un potente strumento di orientamento dei comportamenti degli Stati. E, tra esse, quelle basate sulla finanza possono essere forse le più efficaci. Ma non funziona un approccio in cui l’uso “orientato” del denaro sia prigioniero di volubilità politica e intermittenza di comodo dei mercati. Pretendere coerenza nel tempo da istituzioni pubbliche e banche private è un presupposto cruciale per fare in modo che risparmio e investimenti siano al servizio del progresso umano e dello sviluppo ecocompatibile, prevenendo il consolidarsi di abusi e situazioni che poi rischiano di sfociare nei tragici eventi di queste settimane.

Alessandro Messina è nato a Roma nel 1969. Di formazione economico-finanziaria, si occupa da 25 anni di banche, terzo settore e politiche pubbliche per lo sviluppo, alemessina.blogspot.com

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