Diritti / Attualità

Sulla rotta balcanica la pandemia colpisce i diritti dei migranti

Dalla Grecia alla Bosnia, passando per la Serbia, le misure di contenimento per l’emergenza Covid-19 hanno avuto gravi ripercussioni sulla vita delle persone dentro e fuori i centri di accoglienza. Le testimonianze dei volontari e operatori umanitari rimasti e dei richiedenti asilo

L'irruzione delle forze di polizia serbe nel campo di Krnjaca il 10 aprile 2020

Le condizioni dei migranti in transito lungo la rotta balcanica verso l’Unione europea si fanno sempre più difficili, aggravate dall’introduzione di misure di contenimento del virus Covid-19. A denunciarlo sono i (pochi) volontari e operatori umanitari rimasti sul campo, dalla Grecia fino alla Bosnia ed Erzegovina.

Grecia: la quarantena senza protezione
“La quarantena in Grecia è entrata in vigore a partire dalle 6 del 23 marzo: non si può uscire se non per questioni urgenti come fare la spesa, andare in farmacia o andare a lavorare -racconta Julia Ortiz, volontaria di Women In Solidarity House a Lesbo-. Per chi vive nei campi profughi valgono le stesse misure, ma le condizioni sono molto diverse”. Solo una persona per famiglia può uscire un giorno alla settimana per motivi di prima necessità, ma non ci sono mezzi pubblici. A Moria -nel centro di accoglienza sull’isola di Lesbo con una capienza di 3mila posti, dove sono ammassate 20mila persone- dal campo alla città non si può andare a piedi o usare la bicicletta, restano solo i taxi. Normalmente una corsa costa dieci euro, ma per via delle misure non possono salire più di due persone per auto e così il prezzo è raddoppiato: “Il risultato è che nessuno esce del centro -continua Ortiz- e questa situazione è particolarmente complicata per chi ha patologie gravi, come le quattro persone che devono recarsi ogni settimana in ospedale per la dialisi”. Il governo greco non ha pensato a nessuna strategia di supporto, contenzione o cura per chi vive qui: “Le persone si sono auto-organizzate cucendo mascherine, condividendo il sapone, predisponendo delle tende per l’isolamento di chi potrebbe essere infetto”. Intanto la maggior parte delle Ong ha dovuto chiudere i progetti perché operatori e volontari hanno fatto rientro nel proprio Paese, i cooperanti rimasti stanno facendo squadra per far fronte alle necessità delle persone che continuano ad arrivare sull’isola.

La situazione degli arrivi delle persone sulle isole greche nell’Egeo aggiornata all’inizio di aprile 2020. Fonte: UNHCR

Il 2 aprile l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu (Oim) ha confermato la positività di 23 persone al test per il Covid-19 nel centro di accoglienza di Ritsona, ex base militare a 70 chilometri da Atene e a dieci da Vathy, il paesino più vicino. Le autorità greche hanno messo il sito in quarantena, chiedendo agli ospiti di rimanere nei loro alloggi, ma la situazione è preoccupante. I 30 centri di accoglienza della Grecia continentale ospitano ufficialmente -secondo l’aggiornamento del 6 aprile dell’Unhcr- 20.475 persone, a cui si aggiungono quelli negli insediamenti informali. “A Patrasso da quando è entrata in vigore la quarantena, tutto il nostro lavoro si è concentrato nella prevenzione dell’espansione del virus nelle ‘factories’, gli stabilimenti abbandonati dove trovano rifugio i migranti -ha spiegato a fine marzo Alex, volontario spagnolo di No Name Kitchen (Nnk), Ong nata a Belgrado nel febbraio 2017 e oggi attiva lungo gli snodi principali della rotta balcanica-. Incontriamo circa 200 persone a settimana per dare assistenza sanitaria e consegnare cibo, sapone e shampoo: il loro stato di salute è precario, sia per le condizioni igieniche degli alloggi, sia per le violenze inferte dalla polizia e dalle forze della capitaneria di porto. Nell’ultima settimana di marzo ci sono stati tre scontri al porto, che hanno causato feriti tra i migranti”. Anche per i volontari è molto complicato: di Nnk è rimasto solo Alex, ad esempio, supportato nella sua attività da una studentessa di medicina della città e da un’associazione locale, Kinisis, che fornisce mascherine e guanti all’interno degli insediamenti.

Le violenze generalizzate in Serbia e la resistenza di No name kitchen
In Serbia No Name Kitchen alla fine di marzo ha dovuto interrompere le attività per via della diffusione del Coronavirus in Europa. Ma a Šid, sul confine con la Croazia, anche le settimane precedenti alla pandemia erano state difficili per i migranti e per i volontari. “La tensione è cominciata a crescere sensibilmente il 25 gennaio, quando la polizia ha avviato lo sgombero dei migranti dallo stabile abbandonato della ex fabbrica Grafosrem” ricorda Mattia Iannacone, volontario della Ong. Contestualmente all’iniziativa “istituzionale” (allo sgombero era presente il vicesindaco) un gruppo di Cetnici, formazione paramilitare di estrema destra, ha dato fuoco alle tende attorno allo stabilimento dove dormivano i migranti e aggredito una delle volontarie di Nnk presenti, tagliando una gomma del furgone della Ong. Qualche giorno dopo, sempre nei pressi dell’insediamento informale, gli attivisti dell’organizzazione sono stati nuovamente aggrediti, una delle volontarie ha rischiato la vita all’interno di una tenda data alle fiamme da un operaio. In conseguenza di quell’episodio c’era stato un processo farsa, a seguito del quale tre volontari erano stati espulsi dalla Serbia. Nelle settimane successive sia la polizia sia i Cetnici hanno continuato ad attaccare Nnk, rendendo impossibili le attività dell’organizzazione: “Il furgone veniva fermato non appena lasciava la sede, tagliavano le gomme dal van, e anche quando è arrivato quello nuovo è stato vandalizzato e imbrattato con svastiche e frasi razziste, come anche la casa del resto” testimonia Iannacone.

L’aggressione ai volontari di No name kitchen nella città serba di Šid. 10 marzo 2020

Ai migranti in transito non viene riservato un trattamento migliore. “Il 29 febbraio si sono insediate a Šid nuove forze speciali di polizia che hanno dato il via ad una vera e propria caccia all’uomo con l’obiettivo di ‘ripulire’ la città, costringendo nei campi chiunque si trovasse al di fuori di essi. Moltissime tende sono state bruciate e con esse coperte, sacchi a pelo e vestiti. Per tutto il mese di marzo hanno preso piede rastrellamenti sistematici: ogni giorno è stato sottratto denaro a decine di persone che si trovavano nella campagna o lungo la strada che porta dai campi alla città, persone che oggi mostrano i lividi delle percosse inferte dai manganelli delle forze speciali”, spiega Iannacone. Ma non è solo la polizia ad esercitare violenza contro i migranti: “Nello stesso periodo abbiamo registrato attacchi da parte di gruppi locali e di movimenti nazionalisti che hanno incendiato due insediamenti di cittadini afghani per due volte in 48 ore: la prima nel pomeriggio e poi la mattina presto quando hanno versato benzina nelle tende e hanno dato fuoco, nonostante alcuni ragazzi stessero ancora dormendo all’interno -racconta un altro volontario di Nnk, Nelson Soto-. Poi abbiamo avuto il caso di un 15enne iracheno che si trovava con un amico di fronte al campo dove vive con la sua famiglia, quando è stato avvicinato da due macchine con quattro individui a bordo. Lo hanno chiamato chiedendogli aiuto, ma quando si è avvicinato gli hanno puntato una pistola alla testa e lo hanno colpito in faccia con un tirapugni. Dopo essere stato curato in ospedale, il ragazzo ha denunciato la violenza subita alla polizia, ma non è stata fatta nessuna indagine”.

Il furgone dei volontari di No name kitchen vandalizzato da un gruppo di nazionalisti serbi nel marzo 2020

Dopo che domenica 15 marzo il presidente serbo Aleksandar Vučić ha dichiarato lo stato di emergenza, la situazione sul confine è peggiorata. “Prima è arrivato l’esercito -continua Nelson- e ha catturato gli ultimi migranti che ancora vivevano nella ‘jungle’, i boschi attorno alla città, spostandoli nel campo principale dell’area. Da allora i tre campi esistenti sono stati circondati dall’esercito. Anche la presenza della polizia è diventata evidente, non solo a Šid ma anche nelle altre città di frontiera, come ad esempio a Subotica. È iniziato a fine febbraio, quando si è aperta la ‘crisi’ tra Turchia e Grecia, per la paura che arrivassero nuovi migranti nell’area e ora si è intensificato per via della diffusione del Coronavirus”. Per quanto riguarda l’attività della Ong, l’ultima distribuzione di beni che è stato possibile fare è stata quella dei vestiti puliti e delle batterie esterne ai ragazzi che vivono ora nel campo principale. Due volontari sono riusciti a inviare le borse attraverso le sbarre, d’accordo con i militari. Poi quasi tutti i cooperanti sono tornati nel loro Paese appena prima che il governo chiudesse i confini. “Le notizie che ci arrivano dai campi sono molto tristi: i ragazzi sono disperati, i siti affollatissimi, le persone dormono ovunque, senza avere mai un momento di privacy. Il cibo scarseggia, le condizioni igieniche sono pessime e mancano le distanze minime di sicurezza tra le persone, che corrono così un grande rischio di contagio” conclude il volontario. Le cose non vanno meglio nel centro di Krnjaca, a dieci chilometri da Belgrado. Secondo la testimonianza che un cittadino iracheno ha affidato al proprio profilo Facebook, venerdì 10 aprile le forze speciali sarebbero entrate nel campo portando via delle persone, partite poi a bordo di due pullman verso una destinazione ignota. Durante questa “operazione” alcuni ospiti del centro sarebbero stati feriti e la polizia avrebbe utilizzato gas.

L'irruzione delle forze di polizia serbe nel campo di Krnjaca il 10 aprile 2020
L’irruzione delle forze di polizia serbe nel campo di Krnjaca il 10 aprile 2020

Il lavoro di No name kitchen rallenta ma non si ferma. I volontari stanno infatti lavorando al “programma salute”. La questione sanitaria, insieme alle distribuzioni di cibo, alle ricariche delle batterie e alle raccolta di testimonianze delle violenze subite dalle persone migranti, è centrale per chi porta assistenza lungo la rotta balcanica. Se le attività di primo soccorso sono prestate direttamente dai volontari con formazione medico-infermieristica, più complicata è l’erogazione delle cure specialistiche. In questo caso gli operatori sono chiamati a identificare le persone che hanno bisogno di un dermatologo, di un ginecologo, di un dentista o di un intervento chirurgico -per esempio-, per poi individuare una struttura disposta a garantire la prestazione e quindi accompagnare l’interessato. Per affrontare  i costi di questi servizi, che nella maggior parte dei casi sono a pagamenti, intervengono donatori privati che vengono poi messi in contatto con le persone a cui è destinato il loro aiuto tramite il volontario presente sul campo.

Un altro snodo fondamentale della rotta è la Bosnia ed Erzegovina, dove, in particolare nel cantone di Una Sana -confinante con la Croazia-, il numero di migranti presenti è cresciuto nel corso degli ultimi due anni. Parte di queste persone non riesce a superare il confine per le violenze delle polizie e -secondo le stime delle Ong sul campo- sono oltre 8mila i migranti presenti nel Paese, circa 6mila accolti nei nove campi dell’Oim e 2mila sistemati in centri informali, concentrati lungo il confine bosniaco Nord-occidentale tra Bihać e Velika Kladuša in vecchie fabbriche ed edifici occupati, o appartamenti affittati illegalmente.

Centri chiusi in Bosnia. Slovenia e Croazia continuano a respingere
Anche la Bosnia il 14 marzo ha sancito il lockdown: bambini, ragazzi e adulti sopra i 65 anni non possono uscire di casa, le frontiere sono blindate, in entrata e in uscita, i negozi che non vendono beni essenziali sono chiusi. “Il contagio sembra sotto controllo, almeno secondo le fonti ufficiali – spiega Silvia Maraone, project manager dell’Ong Ipsia che dal 2017 porta avanti con Caritas progetti umanitari lungo tutta la rotta -. La distanza sociale viene mantenuta, così come è rispettato l’obbligo di indossare mascherine e guanti. Come per gli altri Paesi balcanici anche qui i campi sono stati chiusi: non vengono accolti nuovi ospiti e non possono andarsene quelli presenti, ad eccezione di quei centri dove c’è la possibilità di mettere in isolamento i nuovi arrivati. Questo vuol dire che i migranti non possono provare il ‘game’, ovvero non possono tentare di attraversare il confine per andare in Croazia e continuare il loro percorso verso altri Paesi europei. Il Coronavirus ha rallentato il flusso in entrata e in uscita, anche per chi ancora è nei campi informali: sono consapevoli che anche superati i Balcani non sarà facile raggiungere la loro destinazione per le difficoltà di movimento dettate dalla pandemia”. Anche la vita quotidiana in Bosnia si è fatta più complicata: “Tanti negozi che prima accettavano la presenza di migranti adesso non li vogliono: non hanno i guanti e le mascherine, girano in gruppo e questo suscita la paura del contagio -continua Maraone-. I volontari che cercano di sostenere le persone accampate negli squat devono fare i salti mortali per procurarsi le scorte alimentari”.

I migranti nel campo di Bira in Bosnia
I migranti nel campo di Bira in Bosnia
Un avviso discriminatorio nei confronti dei migranti apparso fuori da un negozio a Bihać, in Bosnia

Un giovane cittadino pakistano accolto nel campo Oim di Bira racconta al nostro collaboratore Stefano Cortese la situazione in una delle due strutture di Bihać: “A Bira vivono attualmente tra le 2.000 e le 2.300 persone. Le condizioni di vita sono cattive, come lo erano anche prima del Coronavirus. Nella sezione per adulti ci sono 143 container, più le tende, e in ogni container alloggiano da 7 a 11 persone. Il sistema di pulizia è molto scarso. La qualità del cibo è pessima e l’Oim non ci consente di cucinare. Tre mesi fa nel campo c’era una piccola cucina, che ora è stata chiusa. Prima ci fornivano cucchiai usa e getta di plastica, ma da una settimana ci danno cucchiai d’acciaio e quelli non sono sicuri e non vengono adeguatamente puliti”. Rispetto alle misure di distanziamento sociale previste, racconta: “Possiamo stare a un metro di distanza solo quando facciamo la fila per il cibo prima di andare in sala da pranzo, ma questo è inutile perché poi siamo seduti fianco a fianco quando mangiamo. L’Oim non ci fornisce alcun tipo di mascherina. Hanno messo solo tre piccoli erogatori di disinfettante sulle pareti di tutto il campo, che alcune volte vengono riempiti con liquido antibatterico, ma per lo più sono vuoti e quando arriva il momento del pranzo una persona spruzza l’antibatterico sulle mani di tutti. Non possiamo uscire dal campo, abbiamo chiesto molte volte all’Oim di installare un negozio nel campo perché molti vorrebbero acquistare prodotti alimentari e pane fresco, tè, sigarette, e così via, ma l’Oim ci ha detto che è difficile”. Anche le condizioni di salute riferite dall’intervistato sono preoccupanti: “Gli ospedali locali sono chiusi per rifugiati e migranti, ma ci sono tante persone malate qui. C’è una piccola clinica nel campo che funziona dalle 9 alle 15 da lunedì a venerdì, ma non hanno abbastanza medicine. Ho visto molti casi di emergenze, con persone diabetiche che hanno perso conoscenza, tanti hanno dolori ai reni, oppure ai denti, o prendono la febbre alta, ma non riescono ad avere neanche il primo soccorso, al massimo una visita quando è in programma”.

Intanto le autorità bosniache sono all’opera per costruire un nuovo campo nel cantone di Una Sana a Lipa a trenta chilometri da Bihać nel mezzo di un altopiano isolato, dove verranno installate tende e container destinate alle persone che attualmente vivono negli insediamenti informali.

I lavori per il nuovo centro di “accoglienza” di Lipa, in Bosnia, a trenta chilometri da Bihać nel mezzo di un altopiano isolato – © Città di Bihać, aprile 2020

“Il Comune di Bihać da tempo voleva aprire un nuovo centro per togliere le persone dagli squat, con l’arrivo del Covid-19 sono state stanziate delle risorse dall’Unione europea e il progetto, considerato una ‘misura di prevenzione’, ha registrato un’accelerazione -chiarisce Maraone-. Crediamo che l’obiettivo delle istituzioni sia quello di chiudere i campi di Bira (a Bihać) e di Miral (a Velika Kladusa), lasciando solo quello di Bihać che ospita famiglie”. Negli ultimi giorni le partenze delle persone che sono fuori dai campi hanno avuto un nuovo impulso, per il timore di finire “reclusi” nel nuovo centro e per il fatto che ha smesso di nevicare: “Da alcune testimonianze abbiamo la sensazione che in questo momento sia più semplice attraversare la Croazia -spiega ancora la project manager di Ipsia-. Non sappiamo se sia dovuto alle misure di prevenzione del Coronavirus che richiedono la presenza della polizia altrove, oppure se la nuova politica croata sia quella di ‘lasciare passare’ le persone purché non si fermino. Certo è che si sono rafforzati i controlli in Slovenia: vediamo tornare qui i migranti respinti da Lubiana in Croazia e dalla Crozia in Bosnia. Certo non è la regola, proprio qualche giorno fa un ragazzo afghano che aveva tentato di attraversare il confine è tornato indietro dopo essere stato violentemente picchiato dalla polizia croata”.

Ha collaborato Stefano Cortese

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