Diritti / Reportage

I migranti in transito in Serbia, senza diritti lungo la rotta balcanica

Reportage dalla cittadina serba di Šid a cinque chilometri dal confine con la Croazia. Passano anche da qui le persone dirette in Europa, senza assistenza, esposte a violenze delle polizie, respinte illegalmente e sgomberate di continuo. Il governo di Belgrado stringe sempre più le maglie, come raccontano i volontari di No Name Kitchen, con l’assistenza dell’Agenzia europea Frontex

Un gruppo di giovani in transito a Šid © Corrado Conti

La città di Šid, in Serbia, dista appena cinque chilometri dal confine con la Croazia. Passa anche da qui la “rotta balcanica” percorsa da decine di migliaia di persone, in particolare cittadini afghani, siriani, Nordafricani. I migranti stazionano al freddo, in condizioni disumane, in attesa di riprovare ad attraversare la frontiera. A fine novembre 2019, alcuni volontari dell’associazione Mir Sada di Lecco e del circolo Arci Spazio Condiviso di Calolziocorte (LC) -chi scrive tra loro- si sono recati da quelle parti per seguire il lavoro dell’associazione No Name Kitchen (NNK), impegnata ad aiutare in ogni modo le persone in cammino.

NNK opera soprattutto con i migranti che sono meno “fortunati” (si fa per dire) rispetto a quelli ospitati nei campi profughi lungo la rotta, dalla Turchia, alla Grecia, attraverso Montenegro, Serbia e Bosnia, per cercare di entrare in Europa passando prima di tutto dalla Croazia. Sono i migranti respinti più volte soprattutto in territorio croato con una procedura illegale; sono i migranti a cui vengono tolte o tagliate le scarpe, spaccati i cellulari in modo che non riescano più ad orientarsi e non possano più ricevere i soldi che le famiglie gli inviano e a cui vengono inflitte bastonature e altre violenze fisiche. Questa brutalità, da anni, è denunciata riscontri alla mano da NNK: i suoi report mensili sono però totalmente ignorati dai mezzi di informazione, eccetto rari servizi, articoli o reportage.

I volontari di NNK al lavoro nella sede di Šid – © Corrado Conti

Mir Sada e Spazio condiviso erano già state sul posto, a Velika Kladusa, ultimo avamposto in Bosnia appena prima di (cercare di) entrare in Croazia. Lo scopo di quest’ultima visita a Šid era quello non solo di verificare sul posto quanto stava succedendo ma soprattutto di portare nei magazzini di NNK oltre 180 paia di scarpe “resistenti” donate da una ditta del lecchese e raccolte grazie all’associazione “Mani di pace”. Le scarpe, insieme agli indumenti pesanti, sacchi a pelo e tende sono fondamentali per i migranti della rotta: s’incontrano infatti giovani con ciabatte infradito a temperature sotto lo zero.
Oltrepassare le frontiere tra Slovenia e Croazia e poi tra Croazia e Serbia con una macchina piena di scarpe è stata una scommessa. Vinta, nonostante i controlli sempre più stringenti frutto di svolte repressive sia della Croazia e sia della Serbia. Ne sanno qualcosa alcuni volontari tedeschi il cui furgone carico di vestiti è stato respinto poco prima del nostro passaggio alla frontiera. Le scarpe sono arrivate a destinazione e alle prime luci del mattino del primo dicembre sono state sistemate nella “warehouse” di NNK a Šid, un grande edificio con magazzino dove ha base una decina di volontari.

Sono giovanissimi, di tutte le nazionalità: spagnoli, francesi, argentini, russi, tedeschi e italiani. Sono ragazzi eccezionali questi di NNK, vivono in condizioni difficili e ogni giorno portano aiuto agli ultimi degli ultimi. Con loro e soprattutto con Adalberto, Berto, Gonzalo, Ayat e altri trascorriamo una giornata intensa, fredda anche se per fortuna con un po’ di sole e senza pioggia.
Ci hanno fornito la documentazione dell’ondata di repressione verso i migranti da parte della polizia serba, che il 22 novembre ha toccato l’apice, non solo a Šid ma anche in altre zone del Paese. A Šid, ci racconta Adalberto -volontario italiano di Bologna di NNK che è lì da un mese- un nutrito gruppo di poliziotti ha sgomberato brutalmente tra i 150 e i 200 migranti che, da mesi, trovavano rifugio in un campo provvisorio creato presso una fabbrica abbandonata nell’ex area industriale di Grasforem. Hanno disboscato l’area davanti all’edificio che riparava il campo (in modo da poter controllare se qualcuno volesse tornare), hanno tolto le tende e l’impianto elettrico provvisorio, hanno requisito tutti i beni dei migranti; li hanno portati in diversi campi allestiti verso il confine con l’Ungheria e comunque lontano dal confine croato. Hanno anche fermato i volontari di NNK che, continua Adalberto, in quel campo provvisorio ogni giorno portavano acqua potabile, pasti caldi, tende, sacchi a pelo e indumenti pesanti, persino i fornelli. Gli agenti hanno bruciato e distrutto tutto in poco tempo. È un caso che tutto questo sia successo pochi giorni dopo l’accordo tra Serbia e Unione europea che prevede peraltro l’estensione dell’attività dell’Agenzia Frontex finalizzata a contrastare l’immigrazione definita “clandestina” e la ”criminalità transfrontaliera”?

L’interno in rovina della fabbrica abbandonata nell’ex area industriale di Grasforem © Corrado Conti
Sullo sfondo la fabbrica abbandonata nell’ex area industriale di Grasforem © Corrado Conti

In attesa della risposta, siamo tornati con i volontari di NNK proprio nella ex fabbricata sgomberata. Scarpe abbandonate, vestiti bruciati, rifiuti e oggetti sparsi da tutte le parti. Nonostante tutto, in quella struttura i migranti stanno tornando, soprattutto ragazzi afghani. Stanno cercando da anni di entrare nella “Fortezza Europa” a qualsiasi costo, compreso quello di vivere in condizioni disumane: pochi vestiti, scarpe rotte, una coperta sulle spalle, contando sul pasto che ancora i volontari di NNK continuano a fornire con caparbietà eccezionale.
Alcuni dei migranti hanno 15, 16, 18 anni. Imran ne ha solo 15 anni, da un anno ha lasciato l’Afghanistan a piedi e non ha neppure una coperta. Gonzalo di NNK lo avvicina per mettersi d’accordo su come gli si possa procurare vestiti più pesanti. Alcuni di loro (Mohamed, Nader, Alì Khan) raccontano in italiano (Mohamed il più anziano -41 anni- è stato in Italia) arabo e pashtun la loro storia e anche come sono stati sgomberati brutalmente il 22 novembre. Si vede che si fidano dei volontari di NNK, riconoscono questo dono di umanità. Le persone che incontriamo ci dicono che continueranno a tentare, due-tre-cento volte e che niente e nessuno li fermerà. La fame e la violenza da cui provengono fanno sembrare “migliori” le condizioni infernali in cui sopravvivono qui a Šid.

Le storie sono terribili: ne raccogliamo alcune nel ristorante/ostello nel centro di Šid, davanti alla stazione ferroviaria, di fianco a un piccolo campo profughi “ufficiale” per famiglie con davanti le auto della polizia serba a far da barriera. In questo locale, in cui qualcuno dice arrivino anche i “passeur”, quelli che si fanno pagare per portare i migranti in Croazia, arrivano alla spicciolata giovani migranti. Qualcuno si siede al nostro tavolo. Dopo un po’, vedendoci in compagnia di Gonzalo, il volontario di NNK, iniziano a raccontare.
Shalif, 23 anni, è algerino. È in cammino da tre anni e ha tentato il “game” (come viene definito il tentativo di entrare in Europa) almeno cinque volte. È arrivato da Atene a Belgrado, via Bosnia, legato sotto a un camion in un viaggio interminabile di dodici ore. Ci mostra il filmato che ha fatto con il cellulare, sotto all’autocarro. Ha fatto il viaggio della disperazione con un amico. Ha girato tutti i Balcani: quattro settimane a Sarajevo, tre a Bihac e due a Velika Kladusa. Ha anche fatto sei mesi di prigione in Croazia per aver rubato un’auto con cui voleva arrivare in Italia.

© Corrado Conti

Ripartiamo per l’Italia mentre i volontari di NNK pranzano tardi e al volo, con un piatto di riso cotto in grandi pentoloni all’aperto, gli stessi che usano per preparare i pasti per i migranti. Alle pareti della loro sede i turni settimanali, un piccolo vocabolario inglese/arabo, le foto del campo sgomberato, un cartello con scritto “Fuck the borders”.
Chiedono di non smettere di sostenerli con fondi e beni (scarpe, sacchi a pelo, giacconi, tende) e impegnarsi a far conoscere la situazione, a fare iniziative pubbliche. Di sera, con il freddo che si fa sempre più pungente, la strada per tornare trasmette un profondo senso di impotenza. Al confine con la Croazia un poliziotto di frontiera guarda dentro la nostra macchina. Se l’avesse fatto all’andata avremmo perso le scarpe.

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