Esteri / Reportage

Guadare la Drina, sognando l’Europa. Storie di frontiera lungo il fiume

Il confine serbo-croato è segnato dal corso d’acqua, attraversato a nuoto dai migranti che puntano alla Bosnia. Una rotta che è costata la vita a giovani senza nome. I sopravvissuti si dirigono in Croazia, ma la polizia li respinge con violenza

Tratto da Altreconomia 211 — Gennaio 2019
In apertura, due ragazzi siriani guadano il fiume Drina che separa la Serbia dalla Bosnia

“Sono partito dall’India e ho preso un aereo fino a Belgrado. Poi ho bruciato il mio documento e mi sono messo in cammino, arrivando fino in Bosnia. Ora sono bloccato qui, al confine con la Croazia, a Velika Kladuša, vorrei arrivare in Inghilterra”. Abishar, 25 anni, è di Calcutta ed è in viaggio per cercare una prospettiva di vita migliore. È riuscito ad attraversare la frontiera serbo-bosniaca e può considerarsi tra i “fortunati”. Non a tutti, infatti, è andata come a lui. Quella tra Bosnia e Serbia è una frontiera difficile e per la maggior parte segnata dal fiume Drina, un lungo corso d’acqua che separa i due Stati e che i migranti guadano per arrivare in Bosnia. Acque basse ma con forti correnti, che nel 2018 hanno ucciso cinque persone, a detta delle autorità di confine bosniache.

A far da cornice alle storie e ai racconti in questo pezzo di Europa sono i numeri dell’ultimo report dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR) sulla situazione dei migranti in Bosnia (pubblicato a fine ottobre 2018). Dalla panoramica generale sulla condizione dei migranti bloccati nel Paese balcanico, sono stati certificati 21.201 arrivi tra gennaio e ottobre 2018. In seguito sono aumentati, ma i dati ufficiali tardano ad arrivare. Quello che invece è arrivato puntuale è l’inverno, le temperature rigide e le conseguenti condizioni di vita estreme per migliaia di persone. Sempre secondo il report dell’agenzia Onu, si stima che a ottobre fossero presenti sul territorio bosniaco tra i 4mila e i 6mila migranti. Tuttavia, i centri d’accoglienza raggiungono una capacità massima di 2.000 posti. Così, più di duemila persone vivono in palazzi abbandonati, dentro tende improvvisate o in qualunque luogo non sicuro dove attendere. L’unico obiettivo è riprovare a superare i confini croati e “completare” così la rotta balcanica arrivando in Europa. Una situazione che l’organizzazione internazionale Human Rights Watch (hrw.org) aveva previsto già nell’aprile dello scorso anno, denunciando mancanze di strutture adatte a far fronte all’aumento esponenziale dei migranti in transito. Un percorso che, come confermano gli ultimi dati dell’UNHCR, per la maggior parte dei migranti presenti in Bosnia ha origine dalla vicina Serbia.

Lungo la Drina c’è Zvornik, città di frontiera nella repubblica Srpska, la parte serba della Bosnia ed Erzegovina. Arrampicato sulla collina che guarda il ponte-dogana sulla Drina, sorge il cimitero della città. Qui ci sono due tombe senza nome, defilate e poco visibili. “Sotto quella terra ci sono i corpi di due migranti”, raccontano due agenti della Polizia di confine bosniaca. Uno dei due corpi, spiegano, è stato riconosciuto. Il ragazzo affogato proveniva dall’India, come avrebbe dimostrato il passaporto ritrovato in una tasca dei pantaloni. Ciononostante è stato seppellito senza nome in un cimitero cristiano. “La famiglia è stata avvertita e sono venuti qui in Bosnia. Presto porteranno indietro il corpo”, continuano i poliziotti.

Per l’altro defunto, invece, la storia è più complessa. “Questo è il corpo che abbiamo trovato, e che è seppellito lì sotto”, dicono gli agenti mentre mostrano il cadavere grigiastro e gonfio d’acqua di un uomo annegato. Non sono riusciti a identificarlo poiché era sprovvisto di documenti.

Ma quella tomba, un nome e una storia sembra averli. E una famiglia che sta cercando da mesi di riportare il corpo a casa. “Sono sicuro che sotto quella tomba ci sia il corpo di mio fratello Chakib”, afferma con sicurezza Yasin Belhaidja, un ragazzo di trent’anni algerino che grazie a un fotografo bosniaco pensa di essere risalito alla tomba del fratello che di anni ne aveva diciannove. In effetti, stando alla storia di Yasin, le circostanze sembrano combaciare con quelle della polizia. “L’11 agosto è stato l’ultimo messaggio che ci ha mandato, dicendo che avrebbe provato a superare la Drina. Poi non abbiamo saputo più nulla”. La polizia ha riferito di aver trovato quel corpo il 17 del mese. “Il coroner dice che quel corpo ha almeno una settimana di decomposizione in acqua. Il che si sovrappone con quello che dice il fratello. Il problema, però, è che non è stato preso il DNA. E dalla foto del passaporto del giovane algerino non si può definire l’identità”, chiariscono i poliziotti mentre gli mostriamo la foto di Chakib. L’unica cosa da fare è riesumare il corpo, analizzare il DNA dalle ossa, farsi spedire il sangue dal padre e dalla madre di Chakib, e così finalmente stabilirne l’identità. “Mia madre vuole solo un corpo su cui piangere. Nulla di più. Sono mesi che proviamo a riportarglielo, ma le autorità bosniache non ci considerano e l’ambasciata algerina non è d’aiuto”, racconta Yasim, in collegamento dall’Algeria. Raggiunto al telefono, il medico che ha fatto l’autopsia si mostra rammaricato per non aver preso il DNA, assicurando che avrebbe fatto di tutto per riesumare il corpo. Sono passate settimane.

La presunta tomba dove sarebbe seppellito il corpo di Chakib Belhaidja, diciannovenne algerino

“E comunque -raccontano i poliziotti, prima di andare via- ieri abbiamo fermato e assistito due siriani che hanno guadato la Drina. Ci hanno detto che erano partiti in tre. Uno dei compagni è stato preso dal fiume, ma il corpo non è stato ancora trovato. Da queste parti è un continuo”. Un’altra vittima anonima vaga per il fiume, in attesa di essere ritrovata dai pescatori

Anche sul confine a Nord, dove il tragitto della rotta balcanica passa per Croazia e Slovenia, le cose non vanno meglio. C’è un fiume anche da queste parti: la Kupa, che per molti chilometri separa la Slovenia e la Croazia, e che ha già mietuto molte vittime. A ciò si aggiunge la violenza con cui la polizia croata respinge illegalmente i migranti trovati. Nassim Termech era un giovane algerino che voleva raggiungere la Francia. È morto a fine novembre del 2018 sul fiume Kupa. I suoi compagni del game (viene così chiamato dai migranti il tentativo di superamento dei confini) una volta respinti in Bosnia, hanno raccontato ai volontari di “No Name Kitchen” (NNK) le dinamiche dell’accaduto. NNK è un’associazione di volontari indipendenti presenti a Velika Kladuša, al confine con la Croazia che, oltre a prestare assistenza umanitaria ai migranti, raccoglie le testimonianze dei violenti respingimenti delle autorità croate.

“L’11 agosto è stato l’ultimo messaggio che ci ha mandato, dicendo che avrebbe provato a superare la Drina. Poi non abbiamo saputo più nulla” – Yasin

Dai racconti trascritti dai ragazzi di “No Name Kitchen”, Nassim stava scappando dalla polizia, ferito a un piede era poi caduto nel fiume annegando nella corrente. I compagni di viaggio che stavano con lui non hanno fatto in tempo nemmeno a vedere il corpo. Sono stati caricati sul cellulare della polizia croata e successivamente respinti in Bosnia. Uno a uno li hanno fatti scendere dal van, continuano da NNK, e li hanno picchiati prima di ributtarli dall’altra parte. La testimonianza continua raccontando come uno dei ragazzi del gruppo, dopo aver visto il suo amico morire, sia collassato a seguito dello shock. Dopo essere stato portato all’ospedale, è stato unito nuovamente al gruppo. Al confine un poliziotto lo ha picchiato con il calcio di un coltello, rompendogli il setto nasale e poi l’hanno ricacciato in Bosnia.

La violenza della polizia croata è continua. Medici Senza Frontiere è presente a Velika Kladuša tre volte a settimana con una cabina mobile di pronto soccorso. Molti dei loro referti parlano di contusioni da colpi di manganello e lesioni da violenze fisiche. Le autorità croate, attraverso il ministro degli Interni, respingono ogni accusa, puntando il dito verso i migranti stessi, visto che quelle ferite sarebbero causate da liti settarie fra i respinti. Qualche giorno dopo la tragedia del giovane ragazzo algerino, è annegato Ahmad, un cittadino siriano intorno ai trent’anni anni. Anche lui è morto sul fiume Kupa, che separa la Slovenia dalla Croazia. Dei loro corpi si sa poco, se siano stati sepolti o se sia stata aperta alcuna indagine. Le autorità croate spesso lasciano cadere nel dimenticatoio queste morti, visto che nel 2018 ce ne sono state altre di tragedie come questa, denunciano sempre i volontari di NNK.

Infine c’è Mohammed, 24 anni, dall’Afghanistan. Racconta un’altra pratica che negli ultimi mesi ha interessato questa volta il nostro Paese: ovvero i respingimenti illegali in Slovenia. “Ce l’avevo fatta. Ero arrivato in Italia, poco dopo il confine. Tredici giorni di viaggio in mezzo alle foreste. Poi però la polizia italiana ci ha trovati”, spiega il giovane afgano dentro l’hangar per elicotteri abbandonato dove vive con altri dieci connazionali. Il giovane afgano pensava di essere in salvo. Le autorità italiane, sostiene, lo avrebbero rassicurato sul fatto che sarebbe stato tratto al sicuro. Poi, una volta caricato sul van, lo hanno riportato con gli altri in Slovenia. “Eravamo stupiti, ci avevano detto che la polizia in Italia non ci avrebbe respinto. Invece lo hanno fatto”. A quel punto gli sloveni li hanno consegnati ai croati, che dopo averli picchiati e aver distrutto i telefoni li hanno ricacciati in Bosnia. “Tanto ci riproverò e arriverò in Europa. Maledetta Europa, quello che sta facendo a noi è vergognoso, sono anni che mi trovo bloccato nei Balcani”, finisce di raccontare Mohammed. La questura di Trieste nega di aver mai effettuato questi respingimenti, il che confligge con molte testimonianze raccolte nel Nord della Bosnia.

Dai racconti trascritti dai ragazzi di “No Name Kitchen”, Nassim stava scappando dalla polizia, ferito a un piede era poi caduto nel fiume annegando nella corrente

Nel frattempo migliaia di persone rimangono bloccate in un Paese in cui non vogliono stare. Secondo i dati dell’UNHCR, la nazionalità più rappresentata è il Pakistan, poi Iran, Siria, Afghanistan, Iraq, Libia. Per chi riesce a essere incluso nel sistema ufficiale di accoglienza, ci sono tredici centri per migranti in tutto il Paese. “Le condizioni di questi centri non sono buone. I servizi igienici sono spesso pochi, il riscaldamento non sempre presente, risse e ruberie fra migranti all’ordine del giorno”, racconta Nidzara Ahmetasevic, giornalista e attivista locale, che ha girato quasi tutti i campi della Bosnia.

Oggi i migranti sono anche privati del diritto di movimento all’interno del Paese. “Per non far arrivare più la gente al Nord, al confine con la Croazia e farli ammassare a Velika Kladuša o Bihac, ai migranti viene vietato l’utilizzo di bus o treni per viaggiare. Una pratica totalmente illegale”, denuncia Nidzara. Anche l’UNHCR, nell’ultimo report, ha accusato il governo bosniaco di un comportamento illegittimo.  Il tentativo evidente è quello di chiudere la rotta balcanica, che rappresenta ancora una spina nel fianco per l’Europa. Il governo croato controlla scrupolosamente i confini d’Europa, e non risparmia modalità violente per “proteggere” i confini nazionali ed europei.  “La Croazia, vista la sua intenzione di entrare a far parte dell’area Schengen, sta facendo il lavoro sporco per conto di Bruxelles”, spiega Nidzara.

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