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Terra e cibo / Attualità

L’agricoltura sociale, il ritorno alle origini e le nuove culture rurali

Le fattorie e le altre prassi di agricoltura sociale ribaltano il paradigma produttivistico: dalla terra fioriscono benefici socio-culturali che abilitano al lavoro. E alla felicità

Tratto da Altreconomia 190 — Febbraio 2017
Andrea Morandi di Ortociclo, un progetto di spesa con consegna a domicilio in bicicletta di frutta e verdura di aziende sostenibili dal punto di vista sociale e ambientale nell’area di Brescia - www.ortociclo.it
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Fu una donna la prima a intuirlo, osservando le spighe di un antico cereale che nascevano ed erano pronte per il raccolto in un tempo “ciclico” non troppo diverso da una gravidanza. Così l’uomo diventò stanziale. L’agricoltura non aveva in origine l’obiettivo primario di “produrre cibo”, ma era la condizione stessa che “generava la comunità”: una funzione sociale. Questo libro -10mila anni più tardi- racconta una storia analoga: ovvero come i saperi e le pratiche agricole permettano a ogni individuo -comunque abile in modo differente da un altro- di esprimere al meglio le proprie capacità.

In concreto, “L’agricoltura è sociale” fornisce al lettore la chiave per capire il nuovo modello agricolo di cui la legge 141/2015 ha sancito i termini formali, ma che comprende forme plurali di rapporto con la terra.

Le “fattorie sociali” (di cui si parla anche nei numeri 154 e 186 di Altreconomia) sono solo il primo passo nel “campo aperto” della ruralità sociale, cammino in cui ci accompagnano padri fondatori come Alfonso Pascale e l’attuale presidente della Rete Fattorie Sociali Marco Berardo Di Stefano. Il percorso prosegue con il racconto delle mille realtà che hanno “affinità elettive” con l’agricoltura sociale: in primis i contadini biologici e biodinamici, che lavorano su piccola scala, senza chimica, proteggendo il suolo fertile e il territorio; le cooperative agricole che recuperano alla legalità le terre confiscate alle mafie; le realtà di economia carceraria che coltivano e trasformano intra muros o nelle terre limitrofe al carcere; le fattorie didattiche il cui sussidiario è la terra; i migranti che si autorganizzano contro lo sfruttamento, il caporalato, le agromafie; i coltivatori “custodi” che recuperano varietà locali e dimenticate; le comunità locali che realizzano orti collettivi e altre forme di Community Supported Agricolture; il commercio equo e solidale, che assicura un giusto compenso ai lavoratori del Sud, nel mondo e in Italia; i Gruppi di acquisto solidali e tutte le realtà che organizzano progetti di filiera corta.

L’agricoltura è sociale perché riguarda il tempo e lo spazio, permette di padroneggiarli e riconnettere il proprio orologio biologico ai ritmi armonici delle stagioni, del sole e della luna, del passo e delle fermentazioni. Scrive il curatore Roberto Brioschi: “L’agricoltura è sociale perché costruisce modelli di comunità inclusivi, produce lavoro e reddito,  promuove integrazione e salute, sviluppa capacità collettive e individuali, restituisce scopo, senso e felicità all’esistenza”. Gli fa eco nella prefazione il ruralista Massimo Angelini: “Contadini semplicemente si è o, nel tempo lento, si diventa, non si fa. È categoria dell’essere, non maschera esistenziale o abito sociale. È vivere con le mani, con i sensi accesi. Fa bene lavorare la terra o sulla terra o con la terra? Forse. Certamente può aiutare a risvegliarsi alla realtà, ad aderire alla realtà, quella visibile e quella invisibile. A riprendere contatto. Da nuvole a diventare alberi”. Un libro che mette a favore di sole uno straordinario modello di sviluppo economico e culturale.

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