Diritti / Attualità

Cinque anni di bombe in Yemen: le armi all’Arabia Saudita e il ruolo dell’Europa

Il 26 marzo 2015 si aggravava il conflitto armato in corso a seguito dell’intervento militare di una coalizione guidata da Riyad e dagli Emirati Arabi Uniti. I bombardamenti continuano in quello che le Nazioni Unite hanno definito come “il peggior disastro umanitario causato dall’uomo”. Come l’Ue, anche l’Italia ha gravi responsabilità nell’export di materiale d’armamento denunciano le organizzazioni della società civile

Il 26 marzo di cinque anni fa in Yemen si aggravava il conflitto armato in corso a seguito dell’intervento militare di una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti.
I bombardamenti a sostegno del governo riconosciuto dalla comunità internazionale del presidente yemenita Abd Rabbuh Mansur Hadi continuano ancora oggi. La guerra che infuria da allora nel Golfo di Aden è stata descritta dalle Nazioni Unite come “il peggior disastro umanitario causato dall’uomo”. Solo nel 2019 ci sono stati più di 3.000 decessi diretti e 24 milioni di persone dipendono attualmente dall’aiuto umanitario. Sono invece 12.366 i morti tra la popolazione civile tra il 25 marzo 2015 e il 7 marzo di quest’anno. La crescente crisi umanitaria ha portato circa 14 milioni di persone alla fame, e in cinque anni di conflitto ha fatto aumentare di 4,7 milioni il numero di persone sui 17 totali (di cui 7 in modo acuto) che soffrono di insicurezza alimentare. È una tragedia che riguarda da vicino i Paesi dell’Unione europea, Italia inclusa.

a cura di Amnesty International Italia – Comitato Riconversione RWM – Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari – Oxfam Italia – Rete Italiana per il Disarmo – Rete della Pace

Il nostro Paese infatti non è stato un semplice spettatore: dal 2015 al 2019, per la sola e limitatissima voce “Armi e munizioni” fotografata dal servizio del commercio estero dell’Istat, l’Italia ha esportato direttamente materiale bellico per un valore pari a 201,5 milioni di euro. Lo scorso anno l’export italiano ha fatto registrare un livello più “basso” dei precedenti (23,6 milioni di euro, dati Istat) a seguito della decisione del Governo a metà 2019 di sospendere dell’invio di bombe e missili verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi.

“Tutte le parti in conflitto si sono rese responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario”, ricordano il Centro europeo per i diritti costituzionali (ECCHR), Mwatana for Human Rights (Mwatana) e la Rete Italiana per il Disarmo (RID)”. L’Europa ha una responsabilità enorme: “Alcuni Paesi e aziende traggono persino profitto da questa guerra producendo o fornendo armi ai Paesi che conducono attacchi nello Yemen”, spiegano le organizzazioni. “Tra il 2015 e il 2018 i governi europei hanno concesso licenze per 42 miliardi di euro di armi in controvalore alla coalizione a guida saudita, che le ha utilizzate nel conflitto dello Yemen”. C’è anche l’Italia, come detto.

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“L’8 ottobre 2016 un attacco aereo a Deir Al-Hajari, nello Yemen Nord-occidentale, ha ucciso una famiglia di sei persone, tra cui quattro bambini. Tra le macerie è stato trovato un gancio di sospensione prodotto dalla RWM Italia Spa, una consociata italiana del produttore tedesco di armi Rheinmetall AG. È quindi provato che forniture europee siano state utilizzate per eseguire questo attacco aereo contro i civili. Nonostante numerose evidenze sulle violazioni del diritto umanitari internazionale da parte degli attacchi aerei della coalizione militare, RWM Italia ha esportato un gran numero di bombe della serie MK80 in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti tra il 2015 e il 2018. Sono stati trovati resti di questo tipo di bombe in diversi siti di attacchi aerei in tutto lo Yemen”.

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L’organizzazione yemenita Mwatana per i diritti umani, l’italiana Rete Disarmo e il centro ECCHR in Germania chiedono da tempo alla magistratura italiana di indagare sulle “potenziali responsabilità di RWM Italia e dell’Autorità nazionale italiana sull’esportazione militare (UAMA – Unità per le autorizzazioni sui materiali d’armamento)” a riguardo degli “illeciti attacchi” della coalizione in Yemen e che potrebbero anche “equivalere a crimini di guerra”. Nell’aprile di due anni fa le organizzazioni hanno infatti presentato una denuncia contro RWM Italia e UAMA presso la Procura della Repubblica di Roma. “Un anno e mezzo dopo il Pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione del caso invece di condurre una valutazione completa dei fatti -lamentano le Ong-. Ma la popolazione dello Yemen merita un esame adeguato del ruolo dell’Italia negli attacchi aerei”. Motivo per cui Mwatana, Rete Disarmo ed ECCHR hanno presentato appello alla decisione del Procuratore e “finalmente nel febbraio 2020 è stato nominato un giudice per decidere del caso”. La palla è ora in mano all’ufficio del Gip di Roma che dovrà decidere, dopo un’audizione delle parti, l’eventuale prosecuzione delle indagini.

La tesi delle organizzazioni poggia sul diritto: la legge italiana 185/1990 vieta infatti le esportazioni di armi verso Paesi in stato di conflitto armato, così come la Posizione comune dell’Unione europea sul controllo delle esportazioni di armi (2008) e il Trattato internazionale sui trasferimenti di armi (ATT – 2014). “Anche il diritto penale internazionale è rilevante ai fini della valutazione della legalità delle esportazioni di armi in conflitti come lo Yemen”, ricordano. Anche perché “non sono state solo le armi italiane ad essere utilizzate nello Yemen: aziende con sede in Germania, Francia, Spagna e Regno Unito hanno fornito alla coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti armi, munizioni o supporto logistico. Le aziende europee stanno quindi traendo beneficio dal dolore di milioni di persone”.

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Mwatana, Rete Disarmo ed ECCHR non si sono quindi limitate alla sola indagine in Italia ma hanno anche presentato nel dicembre scorso -insieme ad altre Ong europee- una “comunicazione” alla Corte penale internazionale dell’Aia. “Le organizzazioni coinvolte in tale iniziativa -spiegano i promotori- chiedono alla CPI di indagare sulla responsabilità delle autorità italiane e di RWM, come così come su quelle di industrie a produzione militare come Rheinmetall AG (Germania), Airbus Defence and Space GmbH (Germania), BAE Systems Plc. (Regno Unito) e Leonardo S.p.A. (Italia)”.

Di fronte a tutto questo le organizzazioni della società civile hanno organizzato per il 25 marzo una serie “proteste virtuali” e rilanciato una richiesta: “Imporre un embargo sulle armi in tutta l’Unione europea nei confronti di tutti gli Stati membri della Coalizione guidata dai sauditi e tutte le parti in causa nel conflitto. Questo embargo non dovrebbe consentire alcuna eccezione per le licenze di esportazione già concesse o le consegne di componenti nell’ambito di progetti comuni europei”.

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