Diritti / Approfondimento

Gli affari miliardari dell’industria delle frontiere. A scapito dei diritti umani

Società, multinazionali, finanziatori privati e pubblici danno forma alle politiche securitarie dei governi in materia di immigrazione. Fatturati che portano con sé un “costo umano” molto alto. La denuncia di TNI nel report “Financing Border Wars”. Anche l’italiana Leonardo rientra nell’analisi dei ricercatori

© TNI

La sicurezza delle frontiere è un affare “sicuro” per pochi. Società, multinazionali, finanziatori privati e pubblici garantiscono infatti con i loro servizi e investimenti la realizzazione delle politiche securitarie dei governi in materia di immigrazione: un profitto certo che porta con sé un “costo umano” molto alto. Lo denuncia “Financing Border Wars”, l’ultimo studio pubblicato dal centro di ricerca internazionale Trasnational Institute (tni.org) che analizza i settori chiave dell’industria del confine e i suoi principali attori, 23 corporation, sottolineando il loro coinvolgimento nella violazione dei diritti fondamentali di migranti e rifugiati. Anche l’Italia, nello specifico Leonardo, rientra nell’analisi dei ricercatori.

Il mercato della sicurezza della frontiera vive “un’espansione incredibile e immune dalla crisi economica e dall’austerità” registrando una crescita annuale che oscilla tra il 7,2% e l’8,6%: entro il 2025 dovrebbe raggiungere un giro d’affari compreso tra i 65-68 miliardi di euro. Il settore in maggior espansione è quello della biometria. In generale, si stima che il mercato dell’intelligenza artificiale crescerà fino a 190,61 miliardi di dollari entro il 2025 (era fermo a 33 miliardi nel 2019) e i servizi inerenti alla materia dell’immigrazione sono una colonna portante delle attività.

“I migranti -si legge nello studio- sono soggetti a livelli di sorveglianza senza precedenti e spesso sono trattati come cavie dove tecnologie ancora più intrusive come il riconoscimento facciale e il tracciamento dei social media vengono sperimentate senza il loro consenso”. L’industria dei confini vede nelle “frontiere intelligenti” una delle priorità per bloccare i flussi migratori: sistemi sempre più precisi capaci di facilitare l’accesso e il passaggio per i viaggiatori accettabili e ostacolare quello dei migranti indesiderati. L’Unione europea sta lavorando, ormai dal 2013, sul sistema di ingresso e uscita che “controlla il tempo e il luogo di ingresso e uscita di tutti i cittadini e dei cittadini di Paesi terzi” attraverso i dati biometrici come le impronte digitali e le registrazioni facciali. Non solo, nel maggio 2019, il Parlamento europeo e il Consiglio d’Europa hanno adottato un regolamento che permette di incrociare i dati dei differenti database europei esistenti con un’operazione dal costo totale di 425 milioni di euro con il duplice obiettivo di rafforzare “la sicurezza interna nei confronti del terrorismo e dei migranti”.

Nonostante la confusione tra sicurezza e gestione del fenomeno migratorio, tale approccio aumenta, inevitabilmente, l’interessamento delle aziende che producono e affinano i sistemi di controllo. Le aziende chiave in questo settore, analizzate approfonditamente dal report, sono i colossi IBM e Unsys e la multinazionale dei servizi Accenture. Se per queste aziende il settore dei migranti è solo una voce del loro portafoglio, per altre come IDEMIA o Partner technologies tale settore è centrale. Così come per la società pubblico-privata francese Civipol, partecipata dal governo francese e da numerose società di armamenti d’Oltralpe, che gioca un “ruolo chiave” in questo campo ed è stata recentemente incaricata di “creare banche dati di impronte digitali di tutta la popolazione del Mali e del Senegal”.

Il rapporto analizza il caso di Civipol come esempio eclatante di un’altra tendenza che autoalimenta il mercato dell’industria dei confini: l’attività di consulenza da parte delle aziende che poi traggono profitto dalle nuove politiche dei governi e dai successivi contratti per realizzarli. Nel 2003 la società francese ha curato uno studio sui confini marittimi assegnato dalla Commissione europea che ha posto le basi per le successive politiche di esternalizzazione delle frontiere, tra cui l’accordo sulla migrazione con la Turchia e l’operazione Sophia per il controllo del Mediterraneo. Come risultato, l’azienda è stata la quarta organizzazione più finanziata nell’ambito del “Fondo fiduciario per l’Africa” (Eu Trust Fund), tra il 2015 e il 2017, per progetti legati alla migrazione. “Quando le aziende, o le organizzazioni industriali -sottolinea il report-, sono coinvolte nel processo decisionale spesso attraverso un’efficace attività di lobby di successo e un atteggiamento accogliente da parte delle autorità interessate questo può portare il prevalere degli interessi economici su altri fattori, come il rispetto dei diritti umani. Il lobbismo industriale in questo settore è caratterizzato da una spinta alla narrativa in materia di immigrazione ispirata alla sicurezza per ottenere budget più sostanziosi”.

Per raggiungere questo obiettivo le aziende “si posizionano come esperti in materia adottando un approccio tecnico per presentare i loro beni e servizi come soluzioni necessarie a problemi e minacce (percepiti)”. Le porte girevoli tra classe politica e aziende militari riguardano anche il nostro Paese. Marco Minniti, ministro dell’interno dalla fine del 2016 al giugno 2018 e architetto del memorandum con le autorità libiche del febbraio 2017, esempio più eclatante, secondo il report, delle conseguenze sui diritti umani delle politiche di esternalizzazione delle frontiere, è divenuto nel 2021 presidente della Fondazione di Leonardo “Med-Or”. Inoltre lo scorso 24 marzo 2021 ha debuttato come collaboratore del quotidiano la Repubblica con un articolo legato alla situazione geopolitica del Mediterraneo.

Proprio Leonardo, già Finmeccanica, è una delle corporation esaminate dal report. Partecipata al 30,2% dal ministero dell’Economia italiano, ha una specifica politica dei diritti umani di sei pagine sul suo sito, tra cui la dichiarazione nella quale “si impegna a prevenire le pratiche illegali […] monitorando le attività nei Paesi sensibili”, che include “Paesi i cui governi hanno agito in violazione degli accordi internazionali sui diritti umani”. “Nonostante questo -si legge nello studio di TNI- è risaputo che l’azienda fornisce equipaggiamenti e servizi ad autorità che violano il diritto”. Tra queste, la fornitura di elicotteri per i controlli dei confini ad Algeria e Libia, sistemi di sorveglianza per la Libia e droni che sorveglino il Mediterraneo, l’ultimo -come raccontato da Altreconomiacommissionato dal Viminale nel febbraio 2021.

Il controllo delle frontiere e l’esternalizzazione da un lato, la detenzione e le politiche di rimpatrio dall’altro. Proprio in questi due settori si ritrovano gli esempi di abusi diretti dei diritti umani: Classic Air Charter, Cobham, CoreCivic, Eurasylum, G4S, GEO Group, Mitie e Serco, sottolinea il report, “hanno tutte affrontato accuse di violenza e abusi da parte del loro personale nei confronti dei migranti”. Nello specifico, per quanto riguarda le operazioni di rimpatrio, seppur con differenze operative nei vari Paesi, nella maggior parte dei casi il rimpatrio avviene tramite voli commerciali o charter, solo a volte vengono utilizzati arei governativi. Il report cita la Classic Air Charter (CAC) che opera negli Stati Uniti e la Mitie nel Regno Unito come aziende private chiave nella fornitura del servizio. In Italia, e l’abbiamo ricostruito su Altreconomia, c’è scarsa trasparenza sulle ditte che si aggiudicano i servizi di rimpatrio.  

Delle compagnie analizzate dal report, come in parte già spiegato, tre grandi aziende europee di armi -Airbus, Thales e Leonardo- sono partecipate dai governi dei Paesi in cui hanno sede. Altre, dati gli investimenti e i contratti ad alta intensità di capitale, necessitano il coinvolgimento inevitabili di attori finanziari. “In entrambi i casi -si legge nello studio- il finanziamento dipende dai soldi dei cittadini. Nel caso della proprietà statale attraverso le nostre tasse, nel caso di aziende private, in termini di fondi di gestione patrimoniale, attraverso l’investimento dei nostri risparmi individuali”. Per questo motivo, i ricercatori si augurano che anche in seguito alla maggior attenzione che i movimenti sociali stanno ponendo “sui costi umani della militarizzazione dei confini” si arrivi a un cambio di rotta che metta al centro il rispetto dei diritti umani: “È ora che l’industria dei confini e i suoi finanziatori facciano una scelta”. 

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