Diritti / Opinioni

L’Europa e la violenza come strategia politica per controllare i confini

Dalla Grecia alla Bosnia si radicano gli abusi per respingere i migranti. I sistemi democratici non sono più una protezione. La rubrica di Gianfranco Schiavone dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

Tratto da Altreconomia 235 — Marzo 2021
© Flickr

Dall’inchiesta del New York Times di agosto 2020 è emerso che la polizia greca prelevava i migranti arrivati nei centri di accoglienza, li caricava a forza su imbarcazioni di fortuna che, preso il largo, venivano lasciate andare alla deriva verso la costa turca. La polizia e le milizie paramilitari croate sono impegnate da quasi tre anni in un’azione sistematica di respingimenti alla frontiera croato-bosniaca condotti con l’uso di violenze anche efferate che hanno riguardato decine di migliaia di persone. L’Ungheria, rinchiusa saldamente da un paio di anni dentro il suo muro a coltivare la deriva della “democrazia illiberale”, è stata nuovamente condannata a fine dicembre dalla Corte di giustizia dell’Unione europea per violazioni sistematiche del diritto d’asilo alle sue frontiere.

L’Italia, da maggio 2020, come ampiamente trattato da Altreconomia, ha violato in modo palese le norme interne e il diritto dell’Ue sul diritto d’asilo impedendo alla frontiera terrestre la presentazione della domanda di asilo e riammettendo-respingendo più di mille persone in Slovenia in modo “informale”, un grottesco eufemismo per indicare l’assenza di un provvedimento motivato e notificato all’interessato (e quindi impugnabile) in spregio dello Stato di diritto. Dalla Slovenia un’oliata catena trasporta rapidamente le persone, trasformate in fantasmi, in Croazia e poi nei boschi al confine tra l’Ue e la Bosnia, non senza avere prima insegnato loro, a colpi di spranga, che hanno sbagliato a provarci. In Bosnia ed Erzegovina, Paese fragile e diviso, si sta consumando da tempo un’atroce crisi umanitaria che non è iniziata con la vicenda dell’ormai celebre campo di Lipa ma ha preso vita da almeno un biennio e si è solo aggravata dal Natale 2020.

94.080 sono gli arrivi in Europa nel 2020 secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati

Si tratta di una crisi non causata né da un numero spropositato di arrivi di migranti né dal sorgere di eventi imprevisti; le (nemmeno) 3mila persone abbandonate tra Bihać e Velika Kladuša potrebbero essere rapidamente assistite anche con i non pochi finanziamenti inviati alla Bosnia, mentre volutamente vengono lasciate a morire di stenti. L’analisi di ciò che sembra quasi uno scenario di guerra è effettuata con grande rigore nel piccolo libro curato da “RiVolti ai Balcani” e al quale rinvio (altreconomia.it/la-rotta-balcanica-2021). Ciò che qui voglio proporre è una chiave di lettura che eviti di vedere i fatti sopra indicati come quadri dell’orrore tra loro separati; diversamente ritengo che, pur in nazioni europee con contesti sociali e politici molto diversi, ciò che sta avvenendo non sia un semplice incremento degli abusi di polizia bensì evidenzi l’irruzione di una strategia politica di utilizzo della violenza quale strumento ordinario di gestione dei controlli ai confini esterni e interni dell’Ue al fine di impedire o almeno rallentare l’arrivo degli stranieri, soprattutto se rifugiati.

Il già fragile sistema giuridico di tutela dei diritti inalienabili della persona registra un po’ ovunque un tracollo: più evidente dove l’uso della violenza diretta è accettato a livello sociale, meno evidente in altri luoghi come l’Italia dove la negazione dei diritti fondamentali alle frontiere si realizza con procedure più vellutate ma non meno estreme nella loro radice ideologica. Chi riteneva (e temo di dovermi anch’io collocare in questo gruppo) che, pur con tutti i loro limiti, i sistemi democratici europei (che ancora vigono per i cittadini Ue, anche se già in parte non più per i cittadini ungheresi) avrebbero fatto da schermo a questa deriva si deve ricredere e deve avere il coraggio di guardare la realtà per com’è anche se essa appare indicibile. Mentre scrivo questo articolo le agenzie di stampa confermano la ministra Luciana Lamorgese al Viminale; considerato che è ora noto che la catena di comando delle riammissioni risaliva fino al vertice di quel dicastero non posso non chiedermi se tale riconferma politica avvenga nonostante lo scandalo delle riammissioni o, al contrario, si realizzi anche grazie a esse.

Gianfranco Schiavone è studioso di migrazioni nonché componente del direttivo dell’Asgi e presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste

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