Diritti / Opinioni

Torna l’accoglienza diffusa: gli errori del passato da non ripetere

Il “decreto Salvini” è stato superato ma resta lontano un reale sistema unico dell’accoglienza con al centro gli enti locali. La rubrica di Gianfranco Schiavone dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

Tratto da Altreconomia 234 — Febbraio 2021

Uno degli aspetti più rilevanti della riforma dei cosiddetti “decreti Salvini” attuata dalla legge n.173 del 2020 riguarda il sistema di accoglienza; ripristinando l’impianto previgente all’intervento demolitorio del decreto 113 dell’ottobre 2018, il nuovo sistema di accoglienza, rinominato SAI (Servizio di accoglienza ed integrazione) che succede al pessimo SIPROIMI, torna a essere un sistema unico di “accoglienza diffusa” per richiedenti asilo e rifugiati. Gli enti locali si riprendono un ruolo centrale poiché viene affidata a essi la gestione dell’accoglienza mentre i tristemente famosi centri prefettizi di accoglienza straordinaria, in genere (salvo rare eccezioni) grandi e degradate strutture parcheggio, vengono ricondotti a un ruolo residuale di luoghi destinati alla sparizione o, solo se virtuosi, all’assorbimento nel nuovo sistema. Sembra una storia a lieto fine segnata dal ritorno di un’intelligenza politica in grado di chiudere l’eterna pagina dell’emergenza e normalizzare la gestione dell’accoglienza dei rifugiati in ogni territorio.

C’è però l’altro lato della medaglia perché emerge evidente l’estrema fragilità e i limiti di un impianto che a ben guardare non è affatto nuovo ma nasce già vetusto riproducendo il suo stesso vizio originario ovvero l’assoluta volontarietà da parte dei Comuni nell’adesione al nuovo sistema di accoglienza. Chi, per timore, ignavia o scelta politica non vorrà aderirvi lo potrà continuare a fare comunque senza che a nulla rilevi il bisogno di accoglienza in quel dato luogo. Vi sono ampie parti del territorio italiano nel quale il vecchio SPRAR, poi SIPROIMI, ora SAI, quasi non esiste o raggiunge il 10-15% dell’insieme dei posti di accoglienza. Non si tratta di fatti circoscritti e temporanei ma di una situazione strutturale che dura da molti anni; il sistema unico di accoglienza non solo non è mai stato unico bensì è sempre stato minoritario rispetto al sistema di accoglienza straordinario e prefettizio, vero dominatore della scena.

10%: in ampie parti del territorio italiano il vecchio sistema di accoglienza sul territorio SPRAR, poi diventato SIPROIMI e ora SAI, raggiunge solo il 10-15% dell’insieme dei posti di accoglienza

La difficile fase economica e sociale che l’Italia attraverserà nel periodo post-pandemia fa ritenere che l’adesione al nuovo SAI sarà lenta e incerta, nonostante eventuali incentivi ed è assai elevata la possibilità che il futuro sia molto simile al passato con una costellazione di centri di accoglienza straordinari, forse appena un po’ migliorati, nel quale si staglia un piccolo SAI incapace di produrre un cambiamento sociale e culturale profondo, come non vi è riuscito negli anni lo SPRAR. Intravedo pronto un grande regalo a chi si ricandida a riconquistare il Paese attraverso la collaudata macchina della paura. Diversamente da ciò che molti pensano, il consenso ai partiti dell’estrema destra non è arrivato tramite la propaganda dei porti chiusi ma è stato costruito con una lunga e paziente relazione con il “cittadino-elettore” sfruttando proprio il caotico e irrazionale sistema nazionale di accoglienza del quale è stata venduta un’immagine deformata e grottesca ma in parte vera.

L’unico modo per evitare un orrido ritorno al passato è fare esattamente ciò di cui gran parte della classe politica ha una enorme paura: dare vita a un reale sistema unico di accoglienza che, in conformità con gli articoli 117 e 118 della Costituzione, operi un trasferimento delle funzioni amministrative in materia di gestione dell’accoglienza ai Comuni secondo i principi di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione lasciando allo Stato i ruoli propri che deve mantenere, di impostazione, coordinamento e controllo del sistema. Si tratterebbe di un percorso progressivo che richiede tempo e tanta mediazione ma che risponde a una logica giuridica e politica chiara in grado di gestire le sfide che abbiamo di fronte.

Gianfranco Schiavone è studioso di migrazioni nonché componente del direttivo dell’Asgi e presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.