Interni / Inchiesta

Rotta balcanica: se il Viminale non dice quanti richiedenti asilo sono stati respinti

Il ministero dell’Interno non avrebbe traccia di quanti richiedenti protezione giunti a Trieste o a Gorizia sarebbero stati respinti in Slovenia nel 2020. E non smentisce la circostanza delle “riammissioni a catena”. “Omissioni gravi” e una “implicita ammissione”, denuncia Gianfranco Schiavone (Asgi)

Un uomo si lava come può nei pressi del distrutto campo di Lipa, in Bosnia ed Erzegovina. Gennaio 2021. © Michele Lapini - Valerio Muscella

Il ministero dell’Interno non avrebbe alcuna traccia di quanti richiedenti asilo giunti a Trieste o a Gorizia dalla rotta balcanica sarebbero stati respinti in Slovenia nel 2020. E la circostanza delle “riammissioni a catena” in Bosnia ed Erzegovina attraverso i noti abusi delle autorità croate non è smentita.

È quanto emerge da una nota del 22 febbraio 2021 a firma della Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere a seguito di un’istanza di accesso civico sul punto di Altreconomia. L’organo del Viminale sostiene infatti di “non detenere” alcuna informazione delle persone oggetto di riammissioni attive in Slovenia che avrebbero invece manifestato la volontà di accedere alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale in Italia. Nessun elemento inoltre sui Paesi di provenienza e come detto sui respingimenti “a catena”. Solo il dato complessivo delle “riammissioni attive”, 1.294 nel 2020 (1.000 da Trieste, 294 da Gorizia).

Per Gianfranco Schiavone, componente del direttivo dell’Asgi e presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste, quelle del Viminale sarebbero “omissioni gravi”. E il fatto di non “detenere” alcunché, senza però negare, si tradurrebbe in una sorta di implicita ammissione.

La Direzione non ha infatti contestato le circostanze oggetto della richiesta. Sarebbe stato difficile farlo, del resto, considerato che già nell’estate 2020 l’allora sottosegretario del ministero dell’Interno Achille Variati aveva riconosciuto in Parlamento, senza troppi imbarazzi, come le riammissioni colpissero anche chi aveva manifestato l’intenzione di chiedere protezione internazionale. Rispondendo il 24 luglio a un’interrogazione del deputato Riccardo Magi, Variati aveva riferito che i richiedenti asilo venivano respinti in Slovenia e in Croazia in quanto Paesi europei e perciò “intrinsecamente sicuri”. Con buona pace dell’obbligo di registrare la domanda di protezione internazionale contenuto nel Regolamento Dublino III.

La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, il 13 gennaio 2021, intervenendo in Parlamento, aveva poi cercato di correggere il tiro affermando che “ove presentata” l’istanza di protezione internazionale “non avrebbe dato luogo alla riammissione”. Il contrario di quanto riferito da Variati.

In questa (voluta) confusione governativa, aggravata dalla mancata diffusione della circolare “fonte” delle procedure “speditive”, è intervenuto poi il Tribunale ordinario di Roma (Sezione diritti della persona e immigrazione) con l’ordinanza del 18 gennaio 2021. Giunta a seguito di un ricorso presentato dalle avvocate Caterina Bove e Anna Brambilla (foro di Trieste e Milano, socie Asgi) nell’interesse di un richiedente asilo originario del Pakistan respinto proprio dall’Italia nell’estate 2020 una volta giunto a Trieste e poi ritrovatosi a Sarajevo a vivere di stenti, ha riconosciuto che sì, l’Italia ha respinto le persone (anche i richiedenti asilo) violando obblighi costituzionali e del diritto internazionale.

Una condanna di quella strategia ministeriale rivendicata ancora a fine novembre 2020 dal prefetto Massimo Bontempi, a capo della Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere, audito dal Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen.
“Il nostro scopo è il trafficante -aveva detto a proposito dei controlli ai confini orientali-. Il migrante viene intercettato, ma non è il nostro nemico; questo sia chiaro. […] Noi riammettiamo in Slovenia. La Slovenia è un Paese europeo con Stato di diritto, e quindi riammettere il migrante trovato in quella fascia di frontiera è una cosa assolutamente legittima. Non è sottoposto a trattamenti disumani o degradanti, di questo siamo assolutamente sicuri, perché è un Paese dell’Unione europea. Quando si va al di là dei confini europei, come in Bosnia o Serbia, bisogna stare un po’ più attenti, ma noi li rimandiamo in Slovenia”.

Non è così. “Le autorità italiane hanno sempre affermato che la manifestazione di volontà di chiedere asilo veniva ‘formalizzata’ e annotata nei registri -riprende Schiavone-. Se oggi invece il ministero con la risposta del 22 febbraio sostiene che non hanno questi dati è come dire che non si preoccupavano in realtà di quella manifestazione di volontà. La cosa non è affatto un dettaglio ma una ammissione sconcertante”.

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