Diritti / Inchiesta

Le carte negate dei respingimenti

Il ministero dell’Interno non ha voluto diffondere la circolare “fonte” delle procedure “speditive”

Tratto da Altreconomia 229 — Settembre 2020
respingimenti

Il governo italiano non ha remore a rivendicare l’intensificazione dei “rintracci” e delle “riammissioni informali” dei migranti e richiedenti asilo alla frontiera con la Slovenia in atto dalla primavera di quest’anno. Tutto appare alla luce del sole, neutro, disinnescato. Incluse abnormi violazioni dei diritti. È così dall’inizio di questo “gioco terribile che porta le persone a esser respinte a catena dall’Italia poi dalla Slovenia e poi dalla Croazia per essere letteralmente sputate infine in Bosnia ed Erzegovina, lungo la rotta balcanica, senza alcun provvedimento in mano”, per usare le parole dell’avvocata Caterina Bove, socia di Asgi. Ma le rivendicate “riammissioni” poggiano in realtà su fondamenta di oblio.

Per comprenderlo occorre tornare al 15 maggio 2020, quando il prefetto di Trieste, Valerio Valenti, annuncia una “ulteriore intensificazione del dispositivo di controllo di retrovalico in funzione di contrasto agli ingressi irregolari in territorio nazionale”. Quel “rimodellamento” viene giustificato dal “progressivo allentamento delle misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 nei Paesi attraversati dalla ‘rotta balcanica’”. La pandemia è il pretesto per rintracciare i “migranti che utilizzano quella direttrice per arrivare illegalmente in territorio nazionale”, anche attraverso l’utilizzo di droni e di militari a integrazione del dispositivo “strade sicure”, oltre alla polizia di frontiera.

“La situazione di illegalità ha già portato al respingimento di centinaia di richiedenti asilo; fermarla deve divenire una priorità assoluta dell’Unhcr” – Asgi

A dare il via libera all’operazione di rintraccio e controllo sarebbero stati, sempre secondo il prefetto Valenti, “i vertici dei ministeri dell’Interno di Italia e Slovenia”, mossi dalla “esigenza di implementare le attività di controllo e semplificare l’applicazione delle procedure per le riammissioni, con particolare riferimento a quelle informali”. Il verbo “implementare” non è utilizzato per caso. L’idea che si vuole trasmettere all’opinione pubblica è di un meccanismo già attivo, regolato da un accordo bilaterale tra i due Paesi in tema di riammissione delle persone alla frontiera e firmato a Roma il 3 settembre 1996, semplicemente da rimettere in sesto.

La regia del governo italiano è perciò continuamente esibita: “Sulla scorta di precise direttive ministeriali sono stati approfonditi alcuni aspetti procedurali concernenti l’istruttoria delle posizioni dei richiedenti asilo e i rapporti di collaborazione con gli organismi di polizia slovena”, conclude Valenti. Fonte di quelle “precise direttive ministeriali” sarebbe una circolare a firma di Matteo Piantedosi, allora capo di gabinetto del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese (e prima di Matteo Salvini), nominato nuovo prefetto di Roma nell’agosto di quest’anno.

Altreconomia ha presentato a inizio giugno un’istanza di accesso civico all’indirizzo del Viminale per poter visionare quelle “precise direttive” in forza delle quali sarebbero state effettuate 343 “riammissioni attive” in Slovenia dall’inizio dell’anno al 25 giugno, il triplo rispetto ai sei mesi precedenti. Il diniego ottenuto il 9 luglio 2020 dal prefetto Piantedosi smonta la strategia della “luce del sole”. Il documento richiesto “contiene informazioni che attengono ad interlocuzioni intercorse tra l’autorità politica nazionale e l’omologo sloveno, inerenti anche alle possibili linee evolutive delle relazioni con quel Paese e, inoltre, informazioni concernenti l’organizzazione e il funzionamento dei servizi di polizia finalizzati al contrasto dell’immigrazione illegale, nonché relative ai contingenti delle forze armate a disposizione delle autorità provinciali di pubblica sicurezza”. Dunque l’atto è “sottratto all’ostensione” anche per evitare il “concreto pregiudizio” alla “integrità dei rapporti internazionali del nostro Paese con la Slovenia”. È questa la cifra dei respingimenti in atto sul confine: si rivendica la sostanza mentre si negano le carte. Lo sa bene l’avvocata Bove che con fatica, insieme a Gianfranco Schiavone, sta cercando di ricostruire i respingimenti a catena per tutelare chi ne è stato vittima. Ha raccolto testimonianze di persone (originarie in particolare dell’Afghanistan, del Pakistan, del Bangladesh) intercettate dalle autorità in Italia, a Trieste o in altre zone del Friuli-Venezia Giulia, trasferite in auto al confine e consegnate all’“omologo sloveno”, per citare il prefetto Piantedosi. “Non gli è stato notificato alcun provvedimento amministrativo, il che preclude qualsiasi opposizione giudiziale, e dai racconti sembrerebbe che la riammissione avvenga su base quasi casuale, numerica”. Le persone in Italia verrebbero divise in gruppi, senza alcun esame individuale.

“In base all’accordo di riammissione del 1996 le riammissioni possono avvenire entro le prime 26 ore dal passaggio dalla frontiera o comunque se le persone vengono rintracciate nei dieci chilometri dal passaggio della frontiera. Secondo quanto dichiarato dal prefetto di Trieste queste avvengono entro le 16.30. L’orario non è indicato nell’accordo ma pensiamo che sia stato fissato per consentire alle autorità slovene di completare la procedura ‘a catena’ e arrivare a restituire le persone fino in Croazia. Così gli interessati nello stesso giorno si ritrovano dall’Italia alla Bosnia, meta che raggiungono a piedi su indicazioni della polizia croata dopo essere stati oggetto di trattamenti brutali anche da parte di milizie private”. Il tutto senza una carta in mano, a meno che il meccanismo si inceppi in Slovenia e lì ricevano quanto meno un foglio che ne certifichi il “soggiorno irregolare”.

Il Viminale le ha definite con un certo orgoglio procedure “speditive”, arrivando a riconoscere in Parlamento senza troppi imbarazzi come l’applicazione interessi anche chi abbia manifestato l’intenzione di chiedere protezione internazionale. Lo ha riferito Achille Variati, sottosegretario del ministero dell’Interno, rispondendo il 24 luglio scorso a un’interrogazione del deputato Riccardo Magi, tra i pochissimi sensibili al tema. I richiedenti asilo vengono respinti in Slovenia e in Croazia perché i due Paesi dell’Unione europea sono considerati dal governo “intrinsecamente sicuri”, nonostante l’obbligo di registrare la domanda di protezione internazionale contenuto nel Regolamento Dublino III. Quei Paesi “sicuri” in realtà allontanano l’asilo: il primo ha registrato infatti appena 490 domande di protezione nei primi tre mesi del 2020, il secondo 400, contro le 32.320 della Germania o le 28.095 della Francia (6.840 in Italia).

“Pur nella controversa e per molti tratti oscura politica dell’asilo in Italia mai si era giunti a una violazione della legalità così macroscopica e tale da porre alle istituzioni italiane ed europee dei serissimi interrogativi sulle violazioni dei diritti fondamentali in atto al confine terrestre con la Slovenia”, è la denuncia dell’Asgi, che si è rivolta anche all’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) chiedendo una “aperta posizione pubblica sulla nota del Governo italiano”.

“La situazione di illegalità descritta ha già portato al respingimento di centinaia di richiedenti asilo […]; fermare tale situazione deve divenire una priorità assoluta da parte dell’agenzia delle Nazioni Unite preposta a difendere l’esistenza stessa del diritto d’asilo”.

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