Esteri / Reportage

Niger, frontiera d’Europa. Reportage dal Paese soffocato dalle violenze ai confini

Viaggio tra i rifugiati in attesa del campo di Hamdallaye. Oltre 670 persone evacuate dalla Libia aspettano di essere reinsediate in Paesi sicuri. La strategia di esternalizzazione, intanto, non si arresta

Tratto da Altreconomia 235 — Marzo 2021
Una famiglia ospite del campo rifugiati delle Nazioni Unite ad Hamdallaye in Niger, a 30 chilometri dalla capitale Niamey © Manuela Valsecchi e Duccio Facchini

Nel campo rifugiati di Hamdallaye, a 30 chilometri da Niamey, la capitale del Niger, quattro ragazzi siedono in silenzio dentro l’aula della piccola scuola. Sono soli, ancora minorenni e vengono dal Darfour, sconvolto dalla guerra. Non hanno più contatti con le loro famiglie, alcuni hanno vissuto nelle carceri della Libia. È fine gennaio 2021 e sulle lavagne ci sono tracce di una lezione di inglese: come altri ospiti del campo gestito dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e dove opera anche l’Ong italiana Intersos, i minori parlano arabo, condito con un dialetto sudanese. Stanno per incontrare una delegazione italiana composta dal vicepresidente della Conferenza episcopale italiana e vescovo di Acireale Antonino Raspanti, dal vescovo di Asti Marco Prastaro, dal direttore della Fondazione Migrantes don Giovani De Robertis e da Maria Cristina Molfetta (Fondazione Migrantes), in missione nel Paese.

Quello di Hamdallaye, con i suoi 670 ospiti, non è l’unico campo profughi del Niger: alla fine del 2020 erano registrati sotto il mandato dell’Onu oltre 233mila rifugiati, cui si aggiungono 298mila sfollati interni nigerini. I numeri ufficiali non riescono a riassumere gli ultimi dieci anni segnati dalla crescente instabilità dell’area del Sahel, dagli effetti delle politiche di esternalizzazione delle frontiere dell’Unione europea e dalla guerra civile in Libia che confina a Nord.

È da quell’inferno che, dal novembre 2017, le famiglie con bambini e i minori stranieri non accompagnati -oggi ospitati nelle tensostrutture al sole di Hamdallaye- sono stati evacuati dall’UNHCR tramite il meccanismo di transito di emergenza (ETM). La “promessa” era quella di essere reinsediati in Paesi sicuri dove potersi ricostruire una vita. In tre anni sono state “estratte” 3.361 persone, per due terzi accolte in Europa e Nord America. Non per tutti è un percorso immediato e per i minori è ancora più difficile: esclusi dai canali umanitari tradizionali, l’unica alternativa è quella di attendere la maggiore età, perdendo anni preziosi. Intersos si occupa di educazione, assistenza e protezione nel campo fin dalla sua apertura, nel marzo 2019, fa il possibile. I minori soli qui sono oltre cento, in gran parte sudanesi. Il desiderio più forte dei quattro incontrati dalla delegazione italiana è di uscire dal limbo e tramite canali legali di migrazione poter studiare, diventare farmacista, insegnante, operatore umanitario, come raccontano emozionati ma seri. De Robertis li fa sorridere facendo su un fazzoletto a forma di topo.

Dal novembre 2017 3.361 persone sono state evacuate dalla Libia dall’UNHCR con la promessa di essere reinsediate in Paesi sicuri. In tanti sono ancora in attesa

I ragazzi sanno che il rischio per molti è quello di rimanere bloccati in Niger. Come lo sanno anche gli altri abitanti del campo, prevalentemente somali, eritrei, sudanesi ed etiopi. Le loro storie si assomigliano: torture, abusi, riduzione in schiavitù in Libia, violenze nelle carceri, per qualcuno il tentativo -fallito, per via dei respingimenti per “delega” operati dalle milizie libiche- di attraversare il Mediterraneo. Infine la fuga in Niger, magari dopo aver percorso chilometri a piedi fino ad Agadez, nel Sahara. La salvezza si è però trasformata per molti in attesa. “Qui servono un’infinità di cose -racconta una giovane madre avvolta in un velo rosso leggero, in una saletta comune che è tra i pochi spazi in muratura di Hamdallaye-, siamo distanti dalla città, non abbiamo alcuna attività che ci tenga impegnati, non c’è una particolare attenzione ai bambini e all’educazione. Sono qui da tre anni e i miei figli non hanno la possibilità di studiare, inoltre ci sono molte zanzare, scoppiano degli incendi e non ci sentiamo sicuri. Siamo parcheggiati in questo Paese. Ringraziamo l’UNHCR, Intersos, Apbe e i partner che hanno contributo ad alleviare la nostra condizione: ma questo non è tutto”. È stanca, chiede “educazione, cibo, salute”. Accanto a lei siede Zakaria.

“Siamo confinati in questo campo da quattro anni, senza incontrare nessuno, senza sapere che cosa ne sarà di noi -dice-. Abbiamo organizzato sette manifestazioni davanti all’ufficio dell’UNCHR, portato avanti uno sciopero della fame e della sete di dieci giorni, nessuno ci ascolta. Quando arrivano i funzionari mi sento come un cane che abbaia a un cammello che va per la sua strada”.

Alessandra Morelli, rappresentante dell’UNHCR in Niger, conferma che la già tesa situazione -nel gennaio 2020 è andato a fuoco il campo di Agadez- è stata aggravata dalla pandemia. I governi europei hanno chiuso le frontiere, venendo meno all’impegno di accogliere quote di rifugiati evacuati dalla Libia: “Il processo si è rallentato e capita che le persone in attesa nel campo ripropongano la violenza vissuta nei loro Paesi e in Libia verso l’esterno e anche verso se stessi. Con i minori è particolarmente problematico, ci sono situazioni critiche di somatizzazione di quello che è stato vissuto ed è molto difficile ricreare un equilibrio, anche perché loro sono consapevoli di essere in un centro di transito e l’attesa crea frustrazione e rabbia. Il nostro tentativo è quello di non fare di questi centri un posteggio ma cercare di preparare il percorso che aspetta i rifugiati in Europa”, spiega Morelli durante un briefing lontano dal campo per ragioni di opportunità e sicurezza.

Un uomo ospite del campo rifugiati di Hamdallaye © Manuela Valsecchi e Duccio Facchini

“L’idea di fondo dell’ETM è semplice -aggiunge Oliviero Forti, responsabile Immigrazione della Caritas Italiana che dal 2017 ha avviato il programma dei corridoi umanitari-: svuotare le carceri libiche e trasferire le persone in luoghi di transito sicuri come il Niger, in attesa di essere accolte in Europa o in Nord America. Il problema è che il percorso si interrompe perché i governi si tirano indietro. Caritas già promuoveva i corridoi umanitari in Etiopia, Turchia e Giordania in collaborazione con Gandhi Charity e abbiamo iniziato a lavorare anche in Niger”. I corridoi pur avendo interessato finora oltre mille beneficiari, non hanno la pretesa di sostituirsi ai programmi istituzionali ma hanno il valore aggiunto di coinvolgere e “contaminare” le comunità di accoglienza: nei prossimi mesi circa 50 rifugiati provenienti anche dal campo di Diffa, al confine con la Nigeria, potrebbero raggiungere l’Italia. È un lavoro che prevede interviste delicate. Alcune si svolgono proprio a Niamey, nel cortile della Caritas, tra le difficoltà dovute alle misure di prevenzione. Quella dei migranti inseriti nel meccanismo ETM è però solo una goccia nel mare.

Il Niger, ultimo Paese al mondo per Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite (23,4 milioni di abitanti, speranza di vita 62,4 anni, oltre due milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare), contava a fine 2020 come detto oltre mezzo milione di migranti forzati, tra rifugiati e sfollati interni. Al confine meridionale con la Nigeria le persone fuggono da uccisioni brutali, stupri, rapimenti a scopo di riscatto e saccheggi dei gruppi terroristici e la situazione è andata sempre più degenerando dal 2015. Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 2020 a 75 chilometri da Diffa, un commando di terroristi di Boko Haram ha ucciso 34 civili, dieci di loro con armi da fuoco, quattro per annegamento e venti persone sono state arse vive, un centinaio i feriti. La violenza colpisce anche il confine occidentale con il Nord del Mali, instabile da oltre dieci anni. Nei primi giorni del gennaio 2021, 105 abitanti di due villaggi al confine, nella regione di Tilaberi, sono stati trucidati nelle loro case per mano di un gruppo jihadista giunto a bordo di motociclette, ad appena 120 chilometri da Niamey. Allo stesso modo la presenza di gruppi armati in Burkina Faso, uno dei sette Paesi confinanti che “soffocano” il Niger, ha determinato lo spostamento dei cittadini burkinabe e di un numero imprecisato di nigerini che si trovano ora bloccati in zone inaccessibili, nei pressi della frontiera.

Alcuni dei minori soli provenienti dal Darfour durante l’incontro con la delegazione italiana Cei-Fondazione Migrantes a fine gennaio 2021 © Manuela Valsecchi e Duccio Facchini

In questo contesto l’Unione europea gioca un ruolo chiave. Anche a seguito della guerra in Libia iniziata nel 2011, nell’agenda dei governi dell’Ue è divenuto prioritario contrastare i flussi migratori che da buona parte dell’Africa attraversano il Niger per affacciarsi poi sulle coste del Mediterraneo. Per questo il Paese è diventato un interlocutore privilegiato, in particolare dopo il vertice de La Valletta di fine 2015 dove è stato lanciato il Fondo fiduciario europeo per l’Africa (Eutf) dotato di un budget di oltre 4,7 miliardi di euro. Nell’area di intervento del Sahel e del Lago Ciad, il Niger conta a fine 2020 il maggior numero di progetti finanziati (15) per circa 280 milioni di euro, 50 dei quali destinati proprio alla gestione della migrazione. In loco agisce anche la missione internazionale EUCAP Sahel Niger: avviata nel 2012 per supportare le forze di sicurezza locali nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, il suo mandato è stato ampliato includendo il contrasto all’immigrazione “irregolare”. Nel 2016 un contingente permanente è giunto ad Agadez -snodo chiave per raggiungere Libia e Algeria-, per “prevenire” il traffico dei migranti. Non solo: nel settembre 2020 il Consiglio dell’Ue ha deliberato l’ulteriore modifica dei compiti della missione potenziando il capitolo “gestione delle frontiere” e aumentando i fondi a disposizione. Tra ottobre 2020 e settembre 2022 sono stati stanziati quasi 74 milioni di euro, in forte crescita rispetto agli 8,7 previsti nel primo anno di attività.

Il governo del Niger, pur non chiudendo le frontiere, ha adottato politiche coerenti alle “strategie” europee: nella primavera del 2015 ha promulgato la legge 36 che ha introdotto il reato di traffico illecito dei migranti e di fatto “criminalizzato” attività fino ad allora lecite, come racconta padre Mauro Armanino presso il centro del Servizio pastorale migranti di Niamey, nell’arcivescovado, a pochi passi dalla cattedrale cattolica aperta 90 anni fa.

74 milioni di euro, lo stanziamento previsto per la missione EUCAP Sahel Niger tra ottobre 2020 e settembre 2022

Rese difficoltose le vie legali è cresciuta l’influenza dei trafficanti, che hanno così aggiunto a un paniere di armi e droga anche i destini di migliaia di persone. I viaggi sono diventati più costosi e pericolosi, i migranti non di rado vengono abbandonati nel deserto senza acqua, cibo o mezzi di trasporto. Dal 2016 l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha avviato operazioni di ricerca e soccorso nella regione di Agadez, salvando in tre anni 1.739 persone ferite, disidratate e disperse nel deserto (impossibile stimare i mai recuperati). L’applicazione della legge 36 e il rafforzato controllo delle frontiere hanno avuto l’effetto “desiderato” di ridurre il flusso in uscita dal Niger (300mila migranti nel 2016, 35mila nel 2017), ma questo non ha allentato la pressione sul Paese che ha continuato ad accogliere i transitanti (131.892 le persone registrate in entrata nel 2019) e i rimpatriati dall’Algeria tramite l’Oim (49.112 nigerini e 1.370 migranti provenienti in particolare da Nigeria, Mali e Benin). Il servizio di padre Armanino si occupa proprio di coloro che non ricadono sotto il mandato delle Nazioni Unite e che non vogliono aderire ai programmi di rimpatrio. “Per colpa dell’Europa il migrante è sempre più visto con sospetto, criminalizzato -scuote la testa Armanino-. Noi invece rispettiamo le loro scelte e non le consideriamo come vittime, perché le vittime fanno pietà e diventano strumento di controllo”. Oltre all’ascolto, i migranti etichettati come “economici” vengono accolti, trovano assistenza medica, cibo, vestiti e supporto sia per chi decide di tornare nel proprio Paese sia per chi vuole restare, con percorsi di integrazione basati su formazione e lavoro. È così che sono state ospitate 1.263 persone nel 2019 e 749 nel 2020: “Il nostro è un lavoro politico”.

Una donna rifugiata ospite di una casa di protezione e cura della Ong italiana COOPI a Niamey chiede alla delegazione italiana in visita a fine gennaio 2021 una soluzione per la sua lunga attesa © Manuela Valsecchi e Duccio Facchini

Anche l’Italia agisce sul terreno. La collaborazione bilaterale tra Roma e Niamey si è strutturata a partire dal 2017 quando i rispettivi ministri della Difesa hanno sottoscritto un accordo di cooperazione il cui contenuto è rimasto segreto fino al novembre 2018, allorché il Tar del Lazio, dopo un ricorso dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), ha disposto di renderlo pubblico. Come spiegano gli avvocati di Asgi, la parte più delicata di questo accordo riguarda la collaborazione nel campo dei prodotti per la difesa, che si traduce nella possibilità per lo Stato italiano di cedere materiale militare, ma soprattuto per le aziende di esportare mezzi militari senza previa autorizzazione dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento presso la Farnesina, come prevede la normativa sul commercio delle armi. L’accordo ha posto le basi anche per la Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (Misin), autorizzata nel gennaio 2018 dal Parlamento italiano per “supportare lo sviluppo delle Forze di sicurezza nigerine per l’incremento di capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza; concorrere alle attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio e di sviluppo della componente aerea della Repubblica del Niger”.

Il 2 gennaio 2021 nella regione nigerina di Tilaberi, al confine con il Mali, 105 civili sono stati trucidati nei loro villaggi da un commando terroristico

La missione, che non ha un termine di scadenza, è stata più volte prorogata e ha previsto per il 2020 uno stanziamento di 43,7 milioni di euro, oltre all’invio di 160 mezzi terrestri, cinque mezzi aerei e un tetto di 295 unità di personale. L’approccio del nostro Paese, come quello dell’Ue, si ritrova sintetizzato nell’ultimo provvedimento che ha prorogato le missioni internazionali dell’Italia: “Le attuali condizioni di sicurezza del Sahel destano preoccupazione -si legge-, poiché da questa regione originano traffici e flussi migratori illegali, violenza diffusa e terrorismo, con un diretto impatto sulla sicurezza del nostro continente”. Migrazioni e terrorismo sembrano sullo stesso piano. Accanto all’impegno militare, l’Italia ha potenziato anche la sua presenza diplomatica, aprendo l’ambasciata a Niamey nel gennaio 2018 sotto la guida di Marco Prencipe. Se lo scambio commerciale è quasi irrilevante (nei primi dieci mesi del 2020 il valore delle merci importate dal Niger è stato di 100mila euro, mentre l’esportazione è valsa poco più di nove milioni, dati Istat), la rilevanza geopolitica è enorme. Al campo di Hamdallaye, intanto, le persone continuano ad aspettare. “Siamo qui da tre anni -lamenta René, un altro minore sudanese-. Un anno fa il campo di Agadez è bruciato e siamo venuti qui per essere protetti ma siamo ancora in stand-by, senza soluzione. Non sappiamo a che punto è la nostra procedura. Non ci dicono nulla, nessuna informazione, abbiamo solo un numero progressivo tra le mani. Vogliamo mandare un messaggio: siamo pronti in qualunque momento per trovare una soluzione. Le persone soffrono, abbiamo bisogno di una soluzione”.

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