Terra e cibo / Attualità

Biologico, il boom prosegue. E riguarda anche la carne

Nel 2016 sono cresciute ancora superfici e operatori certificati. Un trend inarrestabile che adesso coinvolge anche gli allevamenti: il consumo di carne bovina bio nella grande distribuzione segna +85%

© Nataša Stuper, via Flickr
© Nataša Stuper, via Flickr

Nel 2016 il biologico in Italia ha fatto un ulteriore passo in avanti. Aumentano le superfici coltivate con metodo biologico (raggiunta quota 1.795.650 ettari, ovvero +20,3% rispetto all’anno precedente), aumentano gli operatori certificati (oltre 72mila, con un aumento del 20%). Complessivamente, le aziende biologiche in Italia rappresentano oggi il 4,4% delle aziende agricole totali, quasi un punto percentuale in più rispetto al 2015.

I dati dell’ultimo rapporto del Sinab (Sistema informatico del biologico) raccontano di una crescita significativa anche per le produzioni animali. Aumentano in modo particolare il numero di bovini allevati con metodi bio (oltre 331mila capi, +24,3% rispetto al 2015) e di suini (oltre 56mila animali, + 13,3%). Buono anche l’incremento per i caprini (+ 13%), il pollame (+12%) e gli equini (+ 9%). “La consistente conversione verso il biologico registrata per la zootecnia deriva da un lato dallo sviluppo del mercato del biologico, che richiede sempre di più prodotti lattierocaseari -si legge nel report Sinab-. E, dall’altro, da un momento particolarmente complesso dei prezzi sul mercato dei prodotti convenzionali della zootecnia”. Oltre ai prodotti lattiero caseari, cresce anche il consumo di carni fresche e trasformate di origine biologica: +85% nella grande distribuzione organizzata tra nel primo semestre 2017 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

“L’aumento dei consumi di carne bio è in linea con il trend non solo italiano, ma mondiale, che vede una maggiore attenzione dei cittadini per questi prodotti”, riflette Piero Sardo, presidente della fondazione “Slow Food” citando l’acquisto da parte di Amazon della catena di supermercati “Whole Foods”, specializzata in prodotti organic, che conta centinaia di punti vendita tra Stati Uniti, Canada e Regno Unito. Valore dell’operazione 13,7 miliardi di dollari.

La conversione non è semplice. Adottare un disciplinare biologico per l’allevamento degli animali significa innanzitutto andare modificare l’alimentazione degli animali, eliminando mangimi Ogm. Inoltre sono necessari interventi di adattamento sulle stalle per garantire agli animali condizioni di maggior benessere e la possibilità di muoversi liberamente. Inoltre sono vietate tutte quelle mutilazioni che vengono solitamente praticate negli allevamenti industriali come il taglio della coda ai maiali, lo smussamento dei becchi alle galline o quello delle corna alle mucche.

Sebbene non possa essere considerato totalmente cruelty free, l’allevamento bio garantisce comunque maggiori standard di qualità per la vita degli animali. Inoltre, laddove è possibile praticare forme di allevamento tradizionali all’aria aperta come l’alpeggio, la presenza di animali al pascolo permette di tutelare ambienti straordinari ma delicati come le valli alpine.

Un investimento significativo, dal momento che i costi per la conversione sono importanti. Ma questo particolare segmento di mercato offre interessanti margini di crescita. “I consumi di carne sono generalmente in calo, sia per motivi di salute sia per motivi etici, legati al benessere degli animali -riflette Sardo-. Nel settore biologico siamo in controtendenza e questo dovrebbe essere un segnale per i piccoli allevatori”. L’Italia, infatti, non può competere con i grandi produttori di carne europei: “Non abbiamo le grandi pianure della Francia o della Germania. Le produzioni italiane possono essere competitive a livello mondiale, se non con produzioni specializzate e di alta qualità”, conclude Sardo.

© riproduzione riservata

Commenta
  • Sergio Vellante

    Una prima considerazione di natura scientifica: etichettare come prodotto-bio il risultato di un processo biologico adattato alla produzione di cibo è una evidente contraddizione. Non lo è nel caso, ad esempio, delle produzioni bio-meccaniche quando la propulsione avviene attraverso la forza biologica di una pedalata, di un arrotino o di una sarta, o di una ricarica diretta, o automatica, della molla degli orologi.
    Una seconda considerazione di natura tecnica-economica: un processo produttivo – imperniato su popolazioni di individui, vegetali e animali, in relazione tra di loro e con il loro habitat, e ogni individuo rispetto all’alimentazione, necessariamente naturale e biologica, reagisce in modo differente nel tempo e nello spazio – come può originare uno standard di prodotto senza subire manipolazioni anche se ritenute plausibili? Si tratta in effetti di prodotti che, come quelli di largo consumo destinati ai redditi più bassi, hanno bisogno di forme di persuasione occulta, ovvero del marketing slow, per entrare in competizione sul mercato delle fasce di reddito più alte, ritrovandoci come prodotti bio anche i pomodorini dissipativi del filmato. Allora bisogna, a parere di chi scrive, promuovere i prodotti di agricoltura ecologica, a bassa impronta (come nel caso di diversi allevamenti descritti nell’articolo) e capace di incrementare l’accumulazione energetica per il futuro del Pianeta. Ma ne parleremo in altri luoghi e in altri tempi. GRAZIE PER L’OSPITALITÀ

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia