Terra e cibo / Approfondimento

Cambiamenti climatici: l’agricoltura biologica può fare molto

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Cleaner Production, l’alternativa certificata al metodo tradizionale e intensivo consentirebbe di abbattere le emissioni di gas serra fino al 60%. Il confronto nella filiera del grano in provincia di Viterbo

L’agricoltura gioca un ruolo determinante nella partita dei cambiamenti climatici. Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (IPCC) lo ha misurato: il settore “AFOLU” -acronimo di “agriculture, forestry and other land use”- pesa infatti per il 24% delle emissioni globali di gas climalteranti (CO2-eq) in atmosfera. In Italia sfiora il 7%. Secondo uno studio pubblicato quest’anno sulla rivista “Journal of Cleaner Production” esisterebbe però una strada per mitigare il climate change: l’agricoltura biologica. In grado di abbattere le emissioni di gas serra fino al 60% rispetto al metodo “tradizionale” e intensivo fondato sul contributo della chimica.

Maria Vincenza Chiriacò, ricercatrice della Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (http://www.cmcc.it/), è tra i curatori del report (insieme ai colleghi Giampiero Grossi, Simona Castaldi e Riccardo Valentini). Prima di raccontare la genesi e il metodo dello studio, ricorda il punto fermo stabilito alla Conferenza di Parigi sul clima del dicembre 2015. La sede cioè in cui i Paesi hanno assunto l’impegno di “perseguire sforzi per limitare l’incremento della temperatura media globale a 1,5 gradi centigradi al di sopra dei livelli pre-industriali”.

“Ci siamo chiesti se l’agricoltura biologica potesse rappresentare una soluzione, o comunque uno strumento utile, per il raggiungimento degli impegni di Parigi”, spiega ad Altreconomia Chiriacò. L’obiettivo è allargare lo sguardo. “Ad oggi, infatti, l’attenzione dei consumatori verso il biologico è forte e crescente (come mostra il grafico, ndr) e la comunità scientifica riconosce la salubrità e la sostenibilità del prodotto, ma non è del tutto d’accordo sugli impatti della sua produzione sul clima”, continua. ”A causa delle minori rese del biologico, l’impatto della produzione agricola è ripartito su meno unità, con un impatto apparentemente maggiore per il singolo prodotto biologico”.


Da qui l’idea di valutare e misurare gli impatti, considerando l’intero ciclo di produzione e comparando metodo biologico e “convenzionale” sulla stessa produzione -grano per panificazione- localizzata nella stessa area geografica -in provincia di Viterbo- e con le stesse caratteristiche pedo-climatiche. “La novità di questo studio -racconta Chiriacò- è quella di aver seguito il ciclo di vita, dalla culla alla tomba, dei due sistemi di produzione – biologico e convenzionale: dalla produzione delle materie prime al packaging del concime, dal trasporto al mulino al gasolio del trattore, dalla lavorazione del grano alla trasformazione in farina, dal fertilizzante fino allo smaltimento della busta della pagnotta finita”. 

“A conferma dei nostri presupposti, è emerso che una pagnotta da un chilogrammo di pane prodotto con grano biologico ha un impatto di 1,55 chilogrammi di CO2 equivalente. Nel caso di un chilo di pane prodotto da farine di grano ‘convenzionale’ questo impatto è minore, 1,18 chilogrammi di CO2 equivalente”. Detta così sembrerebbe una contraddizione. Ma Chiriacò chiarisce: “Per leggere correttamente i risultati è necessario partire da un punto: nell’ettaro preso in esame il metodo ‘convenzionale’, grazie alle fertilizzazioni chimiche, ha prodotto qualcosa come il quadruplo in più rispetto al biologico, quasi 5mila unità contro 1.200 circa. Questo va tenuto in considerazione per evitare che la media per singola pagnotta tragga in inganno”.

Il tema non è quindi il prodotto finito ma l’ettaro di terra in sé, che è poi quello che incide in termini assoluti sulle emissioni in atmosfera. “Analizzando la superficie, infatti, il metodo biologico contribuisce all’ettaro per 1,15 tonnellate di CO2 equivalente contro le 2,87 tonnellate del ‘tradizionale’”. È il 60% circa in meno. 

Il nodo della minore “produttività” del biologico resta comunque aperto. “Un dubbio che resta è se il biologico sia capace di garantire cibo per gli oltre 7 miliardi di persone che abitano il nostro Pianeta o per i 9 miliardi previsti nel 2050. In realtà, anche soggetti istituzionali come la FAO hanno riconosciuto da tempo che già oggi siamo in grado di produrre cibo sufficiente per rispondere alle necessità attuali e future. Quindi l’agricoltura intensiva non è necessariamente la soluzione. Il nostro studio si conclude infatti con delle riflessioni su questo aspetto, auspicando sviluppi di ricerca sulle potenzialità del biologico e l’aumento della produttività di tali sistemi”. 

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