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Scuola e università, l’agricoltura biologica non s’impara a sufficienza

Tra gli istituti superiori e le Facoltà di Agraria sono pochi quelli che offrono agli studenti programmi e corsi specifici, anche se il settore continua a crescere, in termini di consumi, superficie coltivata e operatori coinvolti

Tratto da Altreconomia 193 — Maggio 2017
Gli studenti dell’IIS “Garibaldi” di Macerata al lavoro su una parte degli oltre 50 ettari dell’azienda agricola coltivati con il metodo biologico - Sergio Benedetti, IIS Garibaldi - Macerata
Gli studenti dell’IIS “Garibaldi” di Macerata al lavoro su una parte degli oltre 50 ettari dell’azienda agricola coltivati con il metodo biologico - Sergio Benedetti, IIS Garibaldi - Macerata

All’istituto agrario “Bonfantini” di Novara, quest’anno, tre insegnanti hanno avuto un’illuminazione: convertire al biologico parte dei 40 ettari coltivati dall’azienda agricola della scuola. Uno di loro si chiama Marco Bertola, e insegna zootecnia. Quando fa strada verso la piccola serra dove stanno crescendo le cime di rapa, non è da solo. Lo accompagnano Lello D’Acunto, dell’associazione di produttori biologici della provincia, Bio Novara (bionovara.org), e Fabio Comazzi, membro del gruppo di acquisto solidale GasBiO Oleggio (gasbilancioleggio.wordpress.com). L’istituto, l’associazione e il Gas, infatti, hanno lanciato quest’anno un progetto che riguarda l’economia solidale e la produzione biologica rivolto agli studenti della scuola. Al centro ci sono l’attivazione di almeno due tirocini lavorativi presso aziende bio del territorio, la costruzione di un percorso di approfondimento con esperti e la conversione di una piccola superficie degli appezzamenti in dote all’azienda del “Bonfantini”. Si parte piano, mezzo ettaro a produzione orticola.

Bertola e i suoi ragazzi hanno capito che la provincia in cui abitano -e così il nostro Paese- ha tra le mani un capitale di biodiversità. “L’agricoltura biologica rappresenta un ottimo inizio per chi si affaccia sul mondo del lavoro agricolo da ‘semplice’ diplomato: le superfici da coltivare, ad esempio, possono essere limitate e non costringere al gigantismo, come accade invece per l’agricoltura tradizionale”. La scala su cui riflettono al “Bonfantini” è più larga e lungimirante. I numeri dell’ultimo rapporto del Sistema d’informazione nazionale sull’agricoltura biologica lo confermano (Sinab, www.sinab.it). Le imprese inserite nel sistema di certificazione per l’agricoltura biologica in Italia nel 2015 sono state 59.959 -più 8,2% in un anno-, di cui 45.222 produttori esclusivi. La superficie coltivata, invece, è cresciuta fino a toccare quota 1,49 milioni di ettari, il 12% dell’intera area a coltura del Paese.

In Europa, l’Italia è seconda solo alla Spagna per ettari a biologico e sia nella categoria “produttori” sia nelle “superfici” sopravanza la Germania come tassi di crescita. Prima di esser superato dagli Stati Uniti, nel 2014, il nostro Paese è stato il maggior esportatore al mondo di prodotti biologici. Il “sistema” cresce anche nei consumi della grande distribuzione organizzata: a fronte di una contrazione del comparto agroalimentare dell’1,2% nel primo semestre 2016 rispetto all’identico periodo del 2015, i “consumi bio” nella Gdo -nella stessa fascia- sono cresciuti del 20,6%. Un quinto in dodici mesi.

Anche per questo il ministero delle Politiche agricole (Mipaaf) non ha potuto ignorare questa dinamica. E lo scorso anno ha approvato il “Piano strategico nazionale per lo sviluppo del sistema biologico”. Poco più di trenta pagine dove è riportata una griglia che contrappone i “punti di forza” ai “punti di debolezza” del “contesto politico-istituzionale”. Nel secondo elenco si trova una “Carenza di un sistema formativo per l’agricoltura biologica a livello sia di scuole secondarie di secondo livello sia universitario”.

L’Italia, secondo il Mipaaf, nonostante lo sviluppo del metodo e la crescita in termini di consumi, deve ancora “stimolare specifici percorsi rivolti all’agricoltura biologica”. Considerando che già nel 1991 l’allora Comunità economica europea (CEE) si dotava di un primo Regolamento “relativo al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli”, il ritardo formativo del nostro Paese sfiora i trent’anni. Basta rileggere la “Guida” ministeriale alla nuova scuola superiore del 2010, in occasione della “riforma” voluta dall’ex titolare dell’Istruzione Mariastella Gelmini. L’espressione “agricoltura biologica” non c’è e al diplomato in Agraria è richiesto di “collaborare alla realizzazione di processi produttivi ecosostenibili, vegetali e animali” ed “organizzare attività produttive ecocompatibili”. “Ecosostenibili” ed “ecocompatibili” non significano “biologici”.

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Alcuni istituti agrari italiani, sebbene non sia mai stata condotta una rilevazione sull’offerta formativa in materia -come conferma ad Ae Patrizia Marini, preside dell’istituto tecnico “Emilio Sereni” di Roma e presidente della Rete nazionale degli istituti agrari (Renisa)-, hanno avviato percorsi sull’agricoltura biologica rivolti agli studenti. Uno di questi è l’IIS “Garibaldi” di Macerata. Nel 2018, con i suoi mille studenti, suddivisi in due sezioni professionali e nove di tecnico, festeggerà 150 anni. Anche il rapporto con il biologico ha una lunga tradizione: la mensa scolastica è certificata (dall’organismo CCPB) e oltre 50 ettari della superficie agricola sono coltivati con questo metodo. Sergio Benedetti è il responsabile dell’azienda agricola dell’istituto. Cura la produzione cerealicola (orzo da caffè o da panificazione, grano duro, grano tenero, varietà antica di Senatore cappelli, per citarne alcuni), dei legumi (ceci, miglio, sorgo), dell’olio (gli ulivi sono 1.500 e le produzioni monovarietali sono certificate), della frutta, dell’orto e dei cinque ettari di vigneto (tra i prodotti anche un Bianco dei colli maceratesi e un Rosso piceno). “I punti di forza della scelta biologica, al netto di qualche difficoltà sul fronte produttivo e sulla prontezza d’intervento agronomico, non si riducono alla visibilità della scuola -riflette Benedetti-. Qui c’è una sorta di oasi dove non si utilizzano prodotti di sintesi, nell’interesse degli operatori, dei distributori e del consumatore”. L’azienda ha una partita Iva indipendente e il punto vendita è aperto al pubblico.
La scelta ha dato i suoi frutti anche all’Istituto agrario “Parolini” di Bassano del Grappa (Vicenza, quasi 650 studenti), come racconta Enrico De Peron, docente e direttore dell’azienda agraria didattico-sperimentale: “Dall’anno scolastico 2004-2005, abbiamo iniziato a coltivare a biologico tutta la superficie in dote all’azienda”, una tenuta di 10 ettari. E tra i corsi per studenti nell’ultimo Piano per l’offerta formativa (Pof) ce n’è uno dedicato alla “legislazione, pratiche, documentazione e gestione agronomica” in ambito biologico. “L’azienda è certificata ICEA per la produzione biologica degli ortaggi e di parte delle uve del vigneto -continua De Peron-. L’intera superficie è coltivata con l’uso di tecniche e prodotti consentiti in agricoltura biologica. Un gruppo di studenti gestisce un punto vendita cui possono accedere i consumatori finali”. Nemmeno d’estate i terreni non sono lasciati a se stessi: “Nel periodo estivo, con l’alternanza scuola-lavoro, ogni studente svolge cinque mattine di attività in azienda” spiega il direttore.
La sensibilità al bio è venuta dall’osservazione del territorio: “Accanto all’azienda agraria scorre il fiume Brenta, che è stato segnato dall’uso dei diserbi dell’agricoltura ‘tradizionale’. Da questo tipo di attenzione ci si è poi rivolti all’aspetto nutrizionale e salutare”. Lo stesso ha fatto l’Istituto tecnico agrario “Silvestri” di Rossano (Cosenza). Giovanni Mastrangelo dirige l’azienda agricola (certificata BIO Agricert) che pratica il biologico su tutti e 19 gli ettari a disposizione (producono olive, agrumi, ortaggi). “Da quest’anno è stato attivato anche un corso serale -racconta- e le iscrizioni premiano una scelta coraggiosa fatta nell’ormai lontano 1998”.

Il ministero dell’Istruzione non ha un quadro aggiornato a riguardo né degli istituti secondari né delle Università. E il “Tavolo di confronto per la definizione di programmi di approfondimento professionale su agricoltura biologica e biodinamica e per la sperimentazione in due atenei” previsto dal Piano nazionale, spiegano dall’ufficio stampa, “non è stato ancora convocato”. Chi si è mosso è stato il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA, crea.gov.it), che nell’ambito del progetto “Rural4Learning” (rural4learning.it) ha contribuito a dar vita a un database ancora provvisorio delle Università dotate di un corso -nelle forme più diverse- di agricoltura biologica.
Il professor Adriano Marocco è il docente di riferimento della laurea magistrale in Scienze e tecnologie agrarie attivata per quest’anno accademico dall’Università Cattolica di Piacenza. Nel curriculum biennale ci sono i corsi di “Ecologia agraria”, di “Agricoltura biologica” -a libera scelta per il secondo anno del profilo “Produzioni vegetali e difesa delle colture”- e di “Zootecnia biologica e di precisione”, anche questo a scelta. “Abbiamo avviato il processo quasi cinque anni fa -spiega Marocco-. La domanda è giunta dagli studenti, che da quest’anno possono svolgere esercitazioni pratiche anche grazie a visite didattiche in aziende”. Dei circa 40 laureati che frequentano la “magistrale”, quasi tutti, come conferma il referente del corso, scelgono i corsi affini al biologico. In Sicilia la superficie a bio nel 2015 ha superato il 25% della superficie agricola utilizzata regionale (dati Sinab). All’Università degli Studi di Palermo, durante quest’anno accademico, è ripartito un corso di studi in Scienze e tecnologie agrarie con un profilo dedicato proprio all’agricoltura biologica. Sedici anni fa l’ateneo era stato tra i primi in Italia ad avviare un intero corso specificamente “bio”, poi spento e trasformato in laurea magistrale.

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“L’agricoltura biologica è stata un po’ sbeffeggiata nell’ambito accademico -spiega il referente del corso, il professor Giorgio Schifani-. Oggi il clima è cambiato, ci si è resi conto della qualità e della biodiversità delle nostre produzioni”. All’Università di Bologna -dove non esiste un corso curricolare per il biologico-, il professor Giovanni Dinelli, coordinatore del corso di dottorato in Scienze e tecnologie agrarie, ambientali e alimentari dell’ateneo, ha scelto lo strumento del corso di formazione permanente per contrastare un ritardo che definisce “spaventoso”.

“L’agricoltura biologica è stata un po’ sbeffeggiata nell’ambito accademico. Oggi il clima è cambiato” (Giorgio Schifani, Università di Palermo)

“Questa tipologia di percorso dura un anno e si possono iscrivere anche i diplomati -racconta-. I bassi costi di iscrizione (1.200 euro) hanno portato il primo anno ben 24 iscritti, quasi tutti laureati. E questa esperienza mi ha convinto ad attivare un master di primo livello per formare una figura più completa”. Oggi, infatti, nelle 100 ore del corso, Dinelli riesce a “coprire” la base del metodo, i rudimenti della produzione vegetale e animale e lì si ferma. “Le 200 ore a disposizione con un master -riflette- aprono prospettive nuove, anche perché un quarto del tempo è destinato ad attività di tirocinio”. L’approccio di Dinelli è scientifico. “È necessario che l’accademia si occupi di questo metodo perché oggi la formazione è fornita pressoché unicamente dagli enti di certificazione, che hanno legittimi interessi particolari. L’università, invece, si pone come ente al di sopra delle parti, assicurando così trasparenza e competenza”.

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