Terra e cibo / Approfondimento

“Un sacco et(n)ico” per migliorare la differenziata nella ristorazione multiculturale

Ideato da Està-Economia e sostenibilità, il progetto ha l’obiettivo di potenziare la raccolta differenziata e l’utilizzo di prodotti in plastica compostabile nei ristoranti etnici di Milano, Bergamo e Brescia. Coinvolti mediatori culturali e associazioni locali

© Un sacco e(t)nico

Aiutare le attività della ristorazione etnica a fare scelte sostenibili facilitando l’adempimento della direttiva europea “Single Use Plastics” (Sup) che, in vigore in Italia dal 14 gennaio, vieta la vendita di posate, piatti, cannucce e altri prodotti in plastica. È l’obiettivo del progetto “Un sacco et(n)ico”, ideato dal centro indipendente di ricerca Està-Economia e sostenibilità. Utilizza l’approccio della mediazione linguistica e culturale per migliorare la qualità della raccolta differenziata dei rifiuti, incrementare le pratiche di riciclo e comunicare le restrizioni sull’uso di prodotti in plastica non compostabile monouso spesso largamente utilizzati nei servizi di asporto e consegna a domicilio di cibo.

L’iniziativa, partita nel marzo 2021, coinvolge ristoratori di Milano, Bergamo e Brescia. Il progetto, finanziato da Fondazione Cariplo e Novamont, vede come partner le aziende Amsa e Aprica, che gestiscono la raccolta differenziata, oltre alla cooperativa Ruah e all’associazione Adl a Zavidovici, esperte di mediazione linguistico-culturale. Al progetto ha inoltre preso parte il dipartimento di Scienza della mediazione linguistica dell’Università degli studi di Milano.

“Una prima versione di ‘Un sacco et(n)ico’ era stata già avviata nel 2018 ma aveva coinvolto solo il Comune di Milano. Abbiamo poi esteso il campo di azione”, spiega ad Altreconomia Francesca Federici, ricercatrice di Està che è stata capofila del progetto. “La prima parte dell’iniziativa è consistita in una ricerca dei ristoranti etnici nelle tre città e in una loro mappatura. Nel caso di Milano, per esempio, abbiamo distinto tre zone specifiche. In primo luogo Via Padova, dove c’è una prevalenza di ristoratori che proviene dall’America Latina. Poi il quartiere di Porta Venezia e corso Buenos Aires, con esercenti provenienti dall’area del grande Medio Oriente. E infine l’area di Paolo Sarpi con una prevalenza di ristoratori cinesi”.

In totale nei tre Comuni sono state selezionate circa 340 attività di ristorazione (200 a Milano, 65 a Bergamo e 75 a Brescia). Queste sono state contattate telefonicamente dai mediatori culturali che hanno presentato le caratteristiche del progetto. Per chi si è mostrato interessato, ovvero 80 attività, è avvenuto un primo incontro diretto nel quale è stato distribuito materiale informativo, come le linee guida per la raccolta differenziata, tradotto nella lingua madre dell’esercente (cinese, arabo, turco, spagnolo e urdu). Grazie alla realizzazione di interviste, i mediatori hanno raccolto su un’apposita app elementi sulle attività di ristorazione (caratteristiche del negozio, tipologia della clientela, procedure di raccolta e suddivisione dei rifiuti) in modo da poterle poi sistematizzare e analizzare.

“Uno degli obiettivi del progetto è parlare di come si può migliorare la raccolta differenziata e, ora che è in vigore la normativa europea contro la plastica monouso, quali sono i prodotti alternativi da utilizzare”, spiega Federici. Ad alcune delle attività di ristorazione è stato chiesto di effettuare un’analisi merceologica dei sacchi della spazzatura, in modo da potere monitorare i progressi rispetto alla situazione iniziale. “Non si tratta ovviamente di un problema che riguarda solo la ristorazione etnica. Ma l’assenza di materiali informativi nella propria lingua madre può spingere a commettere errori che si potrebbero invece superare. Il ruolo della mediazione culturale è in questo senso centrale”. In particolare per un piccolo locale, la difficoltà a esprimersi in italiano può impedire di chiedere a chi rappresenta le istituzioni di che cosa si ha bisogno.

I mediatori che hanno preso parte a “Un sacco et(n)ico” sono stati formati sulla direttiva Sup e sulle principali criticità che si commettono nella differenziazione dei rifiuti. “Dopo i primi momenti di diffidenza, siamo riusciti a entrare in relazione con gli esercenti che hanno iniziato a mostrare interesse”, spiega Emiliano Barcella che ha preso parte al progetto come mediatore, oggi docente di lingua cinese presso l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. “L’utilità di progetti pioneristici come questo è creare ponti con le istituzioni”. È d’accordo Dayana Miranda Contreras che si è occupata di incontrare i negozianti di via Padova dove lavora anche come guida turistica per Migrantour, progetto che propone passeggiate urbane interculturali. “I ristoratori con cui siamo entrati in contatto hanno riportato di sentire la lontananza delle istituzioni. La presenza di una mediazione ha permesso di superare le diffidenze iniziali”. Accanto al materiale informativo, ai ristoratori è stato consegnato un kit da mille food bag di diverse grandezze.

Un sacco et(n)ico” si concluderà nell’agosto 2022, quando alle attività che vi hanno preso parte saranno consegnati i diplomi di partecipazione, momento in cui saranno raccolti i commenti sulla sperimentazione delle food bag valutando il livello di sostituzione raggiunto nei prodotti vietati dalla Sup.

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