Altre Economie / Approfondimento

Quanto vale l’economia circolare del cibo a Milano

Il centro di ricerca “EStà” ha realizzato un approfondimento critico sul sistema alimentare milanese, studiando le pratiche delle società partecipate dal Comune in tema di rifiuti, mense e mercati all’ingrosso. È stato scritto per Milano ma è un modello replicabile

Qual è il valore economico del sistema di economia circolare del cibo di Milano? Prova a dare risposta a questa domanda la ricerca “Economia circolare del cibo a Milano”, curata nel 2020 dal centro di ricerca indipendente Economia e Sostenibilità-EStà e coordinata da Francesca Federici, esperta di sviluppo locale autosostenibile. Il report propone un approfondimento critico del sistema alimentare milanese analizzando i flussi dei rifiuti urbani (la frazione organica e gli imballaggi in plastica e carta), delle eccedenze di cibo e della loro redistribuzione, e dei fanghi di depurazione delle acque reflue. Un progetto nato unendo l’approccio circolare e sistemico al cibo di EStà all’attenzione di Novamont -la società di Novara leader nel settore delle bioplastiche- per la ricerca su questi temi. “Il cibo non è solo quel che mangiamo ma anche quel che ci sta attorno, come il packaging, che dobbiamo ridurre a monte”, sottolinea Federici. “Nel report abbiamo quindi analizzato la circolarità dei flussi dei rifiuti del cibo e dell’acqua, in entrata e in uscita dal territorio milanese, con uno sguardo aperto al ruolo che le società partecipate del Comune possono avere in qualità di nuove attrici dell’economia circolare”.

A Milano sono Amsa per la gestione dei rifiuti, Milano Ristorazione per le mense e SogeMi Spa per i mercati all’ingrosso. Amsa è la società del gruppo A2a che storicamente si occupa della raccolta rifiuti a Milano, responsabile insieme con A2a Ambiente del ciclo di gestione integrata dei rifiuti. E Milano è la prima città europea con più di un milione di abitanti per quantità di rifiuti urbani avviati a riciclo: nel 2019 la raccolta differenziata ha raggiunto il 61,8% (era il 3% nel 1991).

Milano Ristorazione, di cui il Comune di Milano detiene il 99% del capitale, gestisce dal 2001 la ristorazione collettiva della città consegnando ogni giorno circa 85mila pasti. Attraverso 26 centri cottura, garantisce la ristorazione in 437 refettori delle scuole pubbliche, con 81 cucine interne, 200 nidi e altre 34 realtà comunali, oltre che a domicilio. “È la più importante società di ristorazione pubblica in Italia e un soggetto chiave per l’implementazione della food policy”, secondo Andrea Calori, presidente di EStà ed esperto di politiche territoriali.

Ci sono poi i quattro mercati agroalimentari all’ingrosso di Milano (ortofrutticolo, ittico, floricolo e delle carni), gestiti da SogeMi per conto del Comune. Per il recupero delle eccedenze ortofrutticole SogeMi ha sottoscritto un protocollo con le associazioni degli operatori, Banco Alimentare, Caritas e Pane Quotidiano (solo questi ultimi tre ritirano in un anno circa 1,5 milioni di chilogrammi di ortofrutta scartata).

A partire dai dati delle loro attività, il report è “una specie di grande manuale sulla gestione dei rifiuti legati al cibo nelle città”, come lo definisce Calori, che offre un quadro delle normative di riferimento, dati nazionali e informazioni utili oltre il territorio milanese. Dal punto di vista del sistema dei rifiuti è necessario “migliorare la qualità della raccolta differenziata, prevedere una strategia di ammodernamento degli impianti e colmare la carenza impiantistica”. Per farlo si può agire sulla tipologia di raccolta, attraverso il sistema porta a porta, sulla comunicazione e sul monitoraggio. Gli impianti di trattamento della frazione umida (Forsu) devono poi prevedere “la gestione di importanti flussi di materiale compostabile” ed essere in grado di gestire gli scarti. La carenza impiantistica riguarda invece “circa un milione di tonnellate di Forsu, che diventeranno in futuro due milioni, richiedendo la costruzione di 22 impianti di digestione anaerobica da 90mila tonnellate l’anno ciascuno”.

Nel caso di Milano, le principali debolezze in tema di rifiuti sono due: il trattamento della frazione umida, che avviene in un Comune in provincia di Bergamo (Montello) a 60 chilometri da dove arriva il rifiuto organico della città, e il plasmix che esce dall’impianto nel quartiere milanese di Muggiano, pari al 46-50% del totale trattato, che è interamente incenerito. Va comunque ricordato che, secondo una ricerca del progetto REDUCE, nel Nord Italia il 30% circa dei 100 chilogrammi che ogni cittadino getta all’anno è rifiuto alimentare evitabile: cibo che viene scartato nonostante sia consumabile.

Nel caso della redistribuzione delle eccedenze, se è vero che ogni euro investito in tale filiera consente di mettere a disposizione cibo per un valore fino a 10 volte maggiore, la sfida attuale è “innovare il tradizionale processo di donazione degli alimenti, passando da azioni di recupero spesso isolate a una prospettiva di sistema”. È l’esempio degli “hub di quartiere” contro lo spreco alimentare nati a Milano (il primo è stato inaugurato in via Borsieri nel 2019): un modello di redistribuzione veloce di eccedenze alimentari che potrebbe essere replicato in ogni municipio. Con 11 supermercati aderenti, l’hub di via Borsieri ha donato in otto mesi del 2019 77 tonnellate di cibo a 3.950 persone, pari a 154mila pasti equivalenti, con un valore economico di 308mila euro e un risparmio di 240 tonnellate di emissioni di CO2 equivalente e 77mila tonnellate di acqua. Un modello che, durante la pandemia, ha aumentato notevolmente la capacità di risposta della città rispetto ai problemi alimentari con il sostegno dell’iniziativa comunale “Milano aiuta”. Inoltre “la situazione che si è creata nei mesi di lockdown ha anche evidenziato da un lato le debolezze di un sistema di redistribuzione delle eccedenze che si regge prevalentemente su volontari spesso anziani, dall’altro la forza dei legami sociali e delle reti che hanno dato vita a moltissime iniziative auto-organizzate su base locale”, evidenzia il report.

La produzione nazionale di fanghi derivati dal trattamento delle acque reflue urbane è poco più di 3,1 milioni di tonnellate, secondo i dati relativi al 2019 dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), di cui il 14,2% avviene in Lombardia (la Regione con il maggior quantitativo prodotto e gestito). Gli impianti di trattamento delle acque possono essere dei “presidi di circolarità”, come suggerisce il report, ma la “diminuzione del volume dei fanghi è legata all’innovazione tecnologica, per esempio per quel che riguarda la disidratazione meccanica, l’essiccamento e l’incenerimento”. Un tema “associato alla produzione di energia e quindi alla massimizzazione della produzione di biogas” e al “recupero di materia (nutrienti come azoto, fosforo e carbonio organico) attraverso il riutilizzo in agricoltura”.

Il report analizza i casi studio dei due gestori del servizio idrico integrato della Città Metropolitana: Metropolitana Milanese (MM) -una società di ingegneria interamente partecipata dal Comune di Milano- e Cap Holding, la società a capitale pubblico che gestisce il Servizio idrico integrato per 133 Comuni della Città Metropolitana (tutti, escluso il Comune di Milano) e per altri 40 Comuni. “MM ha un progetto di produzione di fertilizzanti in linea nel depuratore del quartiere Nosedo e si sta attrezzando per inserire il processo di digestione anaerobica in entrambi i depuratori di sua proprietà”, si legge nel report. Cap, invece, “prevede la completa uscita dal conferimento in discarica e dallo spandimento in agricoltura, destinando solo i fanghi di ‘alta qualità’ alla produzione di fertilizzanti e spingendo sulla riduzione del volume dei fanghi attraverso la produzione di biogas e biometano”. Soluzioni che, tuttavia, richiedono investimenti e un quadro normativo certo e stabile.

Il report è stato scritto per Milano ma è un modello replicabile. Per chi volesse farlo, gli esperti di EStà suggeriscono tre passi iniziali. Il primo è la consapevolezza normativa. Essere a conoscenza, ad esempio, del “pacchetto europeo” dedicato all’economia circolare del 2015 e delle direttive del 2018 che fissano nuovi obiettivi per la raccolta differenziata, il riciclaggio e i limiti di conferimento in discarica. “Siamo entrati in un quadro normativo europeo completamente nuovo, su cui saremo misurati”, sottolinea Calori. Un secondo suggerimento è l’attenzione all’attrattiva di questo grande settore economico e la consapevolezza tecnologica. “Dobbiamo dedicarci all’ideazione e applicazione di sistemi tecnologici innovativi per recuperare dagli scarti materiali e sostanze che possono trovare nuovi impieghi in altre industrie, generando valore”, aggiunge Federici.

Il terzo punto è che “la regia di questo percorso resti in mano agli enti pubblici”. In tal senso la città di Milano è avvantaggiata con le sue società partecipate e ha già buoni risultati nella raccolta differenziata. “Ma nei Comuni medio-piccoli dove le società sono intercomunali, collaborando si potrebbe riuscire a ottenere buoni risultati”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia