Cultura e scienza / Intervista

Tra identità di genere e diritti, “Le cattive” si raccontano. E si prendono la rivincita

Intervista alla scrittrice argentina Camila Sosa Villada che nel suo romanzo, edito in Italia da Sur, ha raccontato la storia di un gruppo di prostitute trans della città di Córdoba. Una riflessione sull’identità di genere, sulla violenza sui corpi non conformi e sui movimenti che negli ultimi anni hanno animato l’Argentina

La scrittiice argentina Camila Sosa Villada, autore del romanzo "Le cattive" © Alejandro Guyot

Nel romanzo “Le cattive” (“Las malas”) c’è una parte della vita della sua autrice, Camila Sosa Villada. Scrittrice argentina e voce dirompente della letteratura contemporanea dell’America Latina, Villada racconta la storia di un gruppo di prostitute trans che lavorano nel parco Sarmiento della città di Córdoba, nell’Argentina centrale. Una delle donne è proprio Camila. Il personaggio del romanzo, infatti, rivive alcuni episodi della vita di chi scrive: il trasferimento a Córdoba da un piccolo paese dell’entroterra, la fuga da una famiglia violenta e la solitudine, la prostituzione, la povertà. “Mi sono sempre sentita esclusa da molte cose e qui c’è stata come una deliziosa rivincita”, racconta ad Altreconomia Camila Sosa Villada che per il suo romanzo d’esordio (pubblicato in Italia nel 2021 da Edizioni Sur e tradotto da Giulia Zavagna) ha vinto nel 2020 il Premio Sor Juana Inéz de la Cruz, riconoscimento letterario attribuito ogni anno alla migliore opera in spagnolo scritta da una donna.

In “Le cattive” viene messa in scena la vita di un gruppo di persone travestite, “creature notturne” che si aiutano e proteggono a vicenda. La Zia Encarna, “dea dai piedi di fango e le mani da pugile”, è il personaggio che “cura” il gruppo e ha aperto una casa per tutelarlo, “la pensione più frocia del mondo che tante trans ha accolto, nascosto, protetto”. Qui, in uno spazio antitetico rispetto a quello del lavoro che coincide con lo sfruttamento, vivono le colleghe che tra loro sono come sorelle. La vita apparentemente ripetitiva -fatta anche di intimità, telenovelas, passeggiate- è spezzata dall’arrivo di un neonato che la Zia Encarna trova abbandonato tra i rovi di un parco. Ribattezzato lo “Splendore degli Occhi”, viene adottato dalla zia e dalle altre dando forma a una maternità che si sceglie superandone il profilo genetico e di sangue. Le loro storie si intrecciano appunto con quella di Camila attraverso salti temporali nel passato che riportano alla sua infanzia e adolescenza: quando Camila si chiamava Cristian ed era un bambino che indossava di nascosto i vestiti della madre, provava i suoi rossetti e metteva i suoi orecchini. Ma il romanzo presenta anche una riflessione sull’identità di genere, la violenza sui corpi non conformi e i movimenti che negli ultimi anni hanno attraversato l’Argentina per denunciare violenze e tutelare i diritti. Sono temi che Camila Sosa Villada ha affrontato anche nei suoi lavori da drammaturga e autrice di teatro. Tutte forme artistiche che, spiega, hanno in comune tra loro un elemento: “La menzogna”.

Le protagoniste del romanzo “Le cattive” abitano principalmente due spazi geografici della città di Córdoba: il parco Sarmiento e la casa della Zia Encarna. Come si definiscono questi luoghi e in che modo si contrappongono?
CSV
Il parco Sarmiento esiste davvero, la casa della zia Encarna no. Il primo è uno spazio pubblico. Il secondo è il luogo di chi ha lasciato il suo spirito sui muri, nei patii. Sembra scontato da dire ma è così: la casa della Zia Encarna è uno spazio dove le protagoniste sono al sicuro. Penso che il luogo del lavoro, il parco, sia invece anche quello dell’alienazione. Lo spazio comune a tutte noi che sappiamo che cosa ci viene tolto nei luoghi in cui lavoriamo. Conosciamo la vita che è rimasta là.

“Le cattive” trovano un bambino nel parco Sarmiento e decidono di adottarlo. Tra loro nasce un rapporto di amicizia. C’è cura e amore. Possiamo dire che è una forma di maternità elettiva?
CSV La maternità in sé è un aspetto che appartiene solo al personaggio della Zia Encarna. È una maternità che sceglie, è come un’opportunità di cui approfitta per vivere perché ha bisogno di qualcosa da quel bambino che nessun altro al mondo le sta dando. E la cosa più bella è che il bambino la sceglie. Quanti tra di noi, quando eravamo bambini, hanno avuto davvero l’opportunità di scegliere i propri genitori e di scegliere di essere loro complici? Tra loro due succede qualcosa che trascende l’idea di maternità e riguarda l’amicizia. Che cos’altro è l’amicizia se non qualcosa che si sceglie?

Accanto alla presenza di personaggi e situazioni realistiche, in “Le cattive” ci sono elementi che fanno invece riferimento al fantastico. Per esempio, il personaggio di Maria “la muta” che si trasforma in un uccellino. O ancora Natalì che a ogni plenilunio diventa una lupa. Pensa di essere stata influenzata dal realismo magico della letteratura latinoamericana?
CSV Non so dire da chi sono stata influenzata. Quando stavo scrivendo “Le cattive” mi sono imbattuta nella scrittrice Doris Lessing e in Svetlana Aleksievič. Ma ho avuto un rapporto più stretto con Lessing e i suoi animali che non finiscono mai per appartenere a una specie. Ovviamente ho letto Gabriel García Márquez: è stato uno degli scrittori che ho amato di più nella mia vita. Ma non so se riconoscerei l’influenza del realismo magico, credo più della fantascienza. Sin dalle prime pagine i dettagli realistici si mescolano a un mondo che si dichiara irreale. Ammetto che in gioventù guardavo le persone travestite nei quartieri a luci rosse e nei locali notturni con una percezione quasi sempre influenzata da alcol e droghe. Questo si riversa nelle pagine.

Nel romanzo utilizza termini come “frocio, puttana”. C’è una riappropriazione di queste parole?
CSV Sì, certo. Lo stesso con la parola “travestito”.

“Le cattive” hanno alle spalle una storia di soprusi e hanno subito violenze da parte di clienti, amanti, poliziotti. Questi corpi sono un campo di battaglia?
CSV Sì, e in particolare perché sono corpi che lottano. Il problema è che questo scontro è perso in partenza perché a perdere sono sempre gli stessi corpi. Ma ciò non toglie che sono grandi rivali da temere.

C’è molta attenzione ultimamente riguardo le narrazioni sul mondo transgender. C’è la possibilità che ciò comporti un possibile rischio futuro di creare stereotipi oppure di rendere commerciale l’argomento?
CSV Non vedo dei rischi se alle persone travestite accade quello che succede a tutti gli altri. Per molti anni sono state di moda le coppie eterosessuali, le femmes fatales, i galantuomini. E nessuno se ne è mai lamentato. Era ora che toccasse anche a noi essere commercializzate ma in un modo diverso dalla prostituzione. La discussione la faremo a porte chiuse tra di noi. Ci chiederemo cioè se questo ci va bene, rifletteremo sulle ragioni. Discuteremo sul chi siamo. Ma in un mondo in cui tutto è mercato, perché non esserlo anche noi?

Nel 2020 l’Argentina ha approvato la legge “Cupo laboral”, che riserva alle persone transgender, transessuali e travestite l’1% dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione. A che punto è il Paese nella tutela dei diritti delle persone LGBTQ+ e come è cambiata l’Argentina negli ultimi anni?
CSV A mio parere sta succedendo qualcosa di curioso. Le leggi si fanno con facilità. E questo è un momento in cui lo Stato coglie l’occasione per lavare via parte della sua colpa e il suo volto genocida. Così sono emanate leggi e decreti che sembrano compensare tanti anni di persecuzioni e abbandono. Ma non sempre si arriva su un piano effettivo, non so quanti lavori reali ci siano stati dopo la legge sulle quote. E soprattutto penso sia continuamente trascurato il gruppo che ha sofferto di più della persecuzione di cui parlo: le prime persone travestite, quelle che lo facevano agli inizi del Duemila, degli anni Novanta fino a tornare agli anni Cinquanta. Quelle che sono ancora vive, sfinite e che sono state abbandonate.

La letteratura e il teatro possono essere uno strumento per dare visibilità a corpi e storie relegate ai margini?
CSV Penso di sì. E ad ammetterlo è chi legge “Le cattive”. I lettori dicono che non sapevano come fosse la vita delle persone travestite. Così si dà visibilità. Ma l’altra domanda sarebbe: a che cosa diavolo serve la visibilità? Noi non siamo mai state invisibili. In strada eravamo le più visibili. Se soffrivamo di qualcosa, era l’invisibilità sociale.

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