Diritti / Approfondimento

Il diritto alla salute per le persone transgender non è ancora garantito

L’Agenzia italiana del farmaco ha reso gratuiti i farmaci ormonali usati nei percorsi di transizione. Ma le linee guida non prevedono un’applicazione uniforme sul territorio nazionale con il rischio di ostacolare l’accesso ai medicinali. Secondo le associazioni per i diritti Lgbtq+ è la punta di un sistema antiquato e in ritardo

© Jose Pablo Garcia - Unsplash

“Il diritto alla salute per le persone transgender non è ancora pienamente garantito. Gli operatori sanitari non sono sempre preparati alla cura di un corpo non convenzionale e questo può avere l’effetto di spingere a rinunciare alle cure. La decisione dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) è un passo in avanti ma presenta evidenti criticità”. Christian Leonardo è il presidente del Gruppo Trans Aps di Bologna, associazione fondata nel 2018 per tutelare i diritti delle persone Lgbtq+. Si occupa di organizzare campagne di sensibilizzazione, a livello regionale e nazionale, e nei suoi spazi offre assistenza legale e psicologica a chi sta effettuando il percorso di transizione. Il commento di Leonardo si riferisce alla determina di Aifa, rilasciata il 30 settembre 2020, con la quale l’agenzia ha reso gratuiti i farmaci ormonali utilizzati per le transizioni, ora a totale carico del Sistema sanitario nazionale. La decisione è stata accolta come un cambiamento significativo dalla comunità Lgbtq+ perché cerca di risolvere uno dei problemi su cui gli attivisti hanno storicamente richiamato l’attenzione: l’accesso alle cure e la reperibilità dei medicinali usati per la femminilizzazione delle donne transgender (male to female) e la virilizzazione degli uomini transgender (female to male). I loro costi variano in base al tipo di terapia e si può arrivare a spendere, spiega Leonardi, anche 180 euro ogni tre mesi.

La determina di Aifa ha inserito i farmaci ormonali -contenenti sostanze come estradiolo, ciproterone acetato e testosterone- utilizzati nella Terapia ormonale sostitutiva (Tos) nella fascia H rendendoli disponibili presso le farmacie ospedaliere dei centri abilitanti. “È la prima criticità che abbiamo riscontrato. In Italia i centri non sono presenti in ogni Regione. Alcune ne sono completamente sprovviste, come le Marche e l’Abruzzo”, spiega Leonardo. Dal portale “Infotrans” dell’Istituto superiore di sanità (Iss), sito istituzionale che mette a disposizione informazioni sanitarie e giuridiche per le persone transgender, nel Paese i centri risultano essere solo sette e a esserne sprovvisti sono anche la Sardegna e la Calabria. “La conseguenza è che le persone trans saranno costrette a spostarsi per potere avere accesso agli ormoni, sostenendone i costi”, aggiunge.

Inoltre la prescrizione dei medicinali può essere garantita solamente dopo la diagnosi di una disforia di genere e di incongruenza di genere rilasciata da équipe multidisciplinari. Tuttavia non fornisce ulteriori dettagli sulla loro costituzione. “Non è esplicitato da chi sono composte né dove sono situate. C’è quindi un problema di raggiungibilità. Ma a monte si colloca un’ulteriore questione, ugualmente grave: non si esce dall’ottica della patologia e della malattia. Come attivisti chiediamo di avviare percorsi che permettano di autodeterminarci ma non siamo stati presi in considerazione nei tavoli di discussione di Aifa”. Proprio sottolineando tali criticità a fine novembre Libellula e Agedo, associazioni che si occupano di tutelare le persone Lgbtq+, hanno presentato un ricorso amministrativo nei confronti di Aifa evidenziando come le nuove linee per la diagnosi e l’erogazione dei farmaci essenziali siano vincolate a condizioni che possono limitarne l’accesso.

La determina di Aifa, secondo Leonardi, è solo il vertice delle problematiche e difficoltà del percorso che deve avviare un persona transgender e che in Italia è regolato dalla Legge 164 del 1982. Questa, articolata su differenti livelli, stabilisce che deve essere il tribunale a decidere sul cambiamento anagrafico del sesso, quindi il cambio del nome sui documenti, e solo dopo due perizie, una psichiatrica e una endocrinologica. Ed è ancora il tribunale a dare l’autorizzazione all’operazione chirurgica, qualora una persona ne faccia richiesta. Prima di due storiche sentenze della Cassazione e della Corte costituzionale del 2015, per rettificare il sesso era obbligatoria la sterilizzazione. Ora, invece, è una scelta volontaria ma richiede sempre l’autorizzazione di un giudice.

“È un percorso difficile e anche violento perché c’è in continuazione un fattore esterno che decide sui nostri corpi. La Legge 164 è antiquata, anche se paragonata ad altri Paesi europei. A Malta, per esempio, il riconoscimento legale avviene senza una diagnosi”, commenta Leonardo. Il percorso di transizione, invece, è definito dalle procedure stabilite dall’Osservatorio nazionale identità di genere (Onig). Si inizia con un percorso psicologico, al termine del quale è riconosciuta la disforia di genere, ed è data l’autorizzazione per la cura ormonale che, dietro la supervisione di un endocrinologo, durerà tutta la vita. “Nel corso delle sedute, che possono durare anche un anno, siamo sottoposti a test stereotipati che devono stabilire quanto stiamo bene, quanto siamo liberi nelle nostre scelte o condizionati da fattori esterni. Quanto siamo ‘femminili e ‘maschili’. Non è più accettabile”. L’eventuale fase chirurgica prevede l’asportazione degli organi genitali primari e secondari e la ricostruzione di organi il più possibile somiglianti a quelli del sesso in cui ci si identifica. L’operazione può essere svolta in alcuni ospedali pubblici ma le lunghe liste di attesa “spingono chi può permetterselo a rivolgersi a un privato oppure ad andare all’estero”.

Secondo Michele Formisano sono proprio le associazioni, e le loro attività suoi territori, a creare una rete di prossimità che consente di portare avanti un percorso di autodeterminazione e di colmare i vuoti del Sistema sanitario nazionale. Formisano nel 2014 a Bari ha fondato l’associazione Tgenus, di cui è il presidente, con l’obiettivo di “accompagnare nella transizione fornendo un supporto psicologico e legale”, spiega ad Altreconomia. Attraverso l’iscrizione a Tgenus, con un prezzo calmierato si può iniziare la psicoterapia e ricevere un supporto legale per esempio nel processo del cambio dei dati anagrafici dei documenti. “La decisione di Aifa non è sufficiente e mostra che alla base è mancato un discorso culturale”, afferma Formisano. “Ci sono alcuni passaggi fondamentali da dovere compiere. In primo luogo superare l’idea dello spazio medicalizzato in cui le persone transgender sono ‘patologizzate’. Questo vuol dire vederci, riconoscere la nostra presenza e i nostri diritti”, prosegue. “È quello che cerchiamo di fare con il nostro lavoro: favorire la crescita di una società in cui le persone transessuali vivano visibili, integrate e senza pregiudizi con il diritto a esprimere la propria identità di genere. Lo diciamo sempre: non sei solo, non sei sola”.

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