Esteri / Reportage

In India queer e transgender combattono per uscire dall’ombra

Nel settembre 2018 una storica sentenza della Corte Suprema ha depenalizzato i rapporti omosessuali, suscitando un’ondata di speranza. La sfida ora è ottenere piena eguaglianza e parità di diritti (anche per le altre minoranze)

Tratto da Altreconomia 211 — Gennaio 2019
In apertura, Arpit, 20 anni, si definisce una persona dal gender fluido © Andrea De Franciscis

Sorriso ironico e gestualità elegante, Arpit parla veloce, mette in fila gli eventi della sua vita e tira le somme, senza sconti. “Sono cresciuto in un villaggio dell’Haryana, un posto dalla mentalità conservatrice dove devi essere e fare ciò che la società si aspetta da te: se non accetti le regole, sei emarginato. Questa è la condizione da cui vengo, ma ho sempre pensato che un giorno mi sarei lasciato tutto alle spalle”. Ha vent’anni e lo sguardo profondo di chi ha già combattuto enormi battaglie. “L’arte mi ha aiutato durante le mie fasi depressive. Con il primo cellulare ho iniziato a cercare informazioni su internet e sono venuto a contatto con la comunità Lgbt, chiuso nella mia stanza, nel mio mondo, avevo bisogno di capire me stesso”. Oggi Arpit, che si identifica come una persona dal gender fluido, è a capo di una commissione sulle questioni di genere dell’università che frequenta, a Delhi.

I social media e internet hanno giocato un ruolo cruciale per la generazione di millenials indiani che si identifica come queer (termine che abbraccia tutte le sigle dello spettro Lgbt), cresciuti all’ombra di una legge di epoca coloniale che criminalizzava il loro orientamento sessuale. Il divieto ha favorito la nascita di un universo di chat e app di incontri online: un’oasi di libertà in Paesi dove essere gay era o è illegale.

In controtendenza rispetto ad altri Paesi del Sud-Est asiatico come Malesia, Indonesia o Myanmar, lo scorso 6 settembre la Corte Suprema Indiana ha decriminalizzato i rapporti consenzienti tra adulti omosessuali, abrogando una legge datata 1861. Anche se di rado applicata, prevedeva pene detentive fino a dieci anni per attività “contro natura” -leggi rapporti omosessuali- che venivano equiparati alla zoofilia e alla pedofilia, e si è tradotta in anni di intimidazioni, ricatti e abusi anche da parte della polizia verso le fasce più deboli di un’intera comunità.


A iniziare la battaglia legale era stata nel 2001 l’ong “Naaz Foundation”: nel 2009 l’Alta Corte di Delhi ha depenalizzato i rapporti tra adulti dello stesso sesso. Decisione poi ribaltata da una sentenza della Corte Suprema nel 2013, fino all’epilogo dello scorso settembre, che ha messo fine a una battaglia legale durata 17 anni. “Quando abbiamo presentato la petizione, volevamo cambiare la legge ma anche la società”, spiega Arvind Narrain, avvocato, tra i fondatori dell’Alternative Law Forum a Bangalore, che si occupa di diritti umani e minoranze, “Nel 2009 il verdetto della Corte di Delhi ha introdotto un nuovo linguaggio con le parole dignità, privacy ed eguaglianza. Diversi gruppi religiosi e reazionari, però, hanno iniziato a fare pressione sulla Corte Suprema affinché ribaltasse la sentenza. Il duro giudizio del 2013 ha spazzato via l’entusiasmo e ha avuto dure ripercussioni, ma è impossibile fermare un cambiamento che si è innescato nella società, da qui il motto di questi anni di lotta: No going back, indietro non si torna”.

“Sono cresciuto in un villaggio dell’Harayana, un posto dove devi essere ciò che la società si aspetta da te: se non accetti le regole sei emarginato ” – Arpit

I dati ufficiali sulla popolazione Lgbtq+ in India contano 2,5 milioni di persone (un numero sicuramente sottostimato) mentre, secondo il censimento del 2011 sono circa 490 mila i transgender nel Paese. Un termine che comprende transessuali, identità non binarie e anche hijra, la figura tradizionale dei cosiddetti eunuchi, che in India è radicata nella società sin dall’antichità. La comunità ha un basso tasso di alfabetizzazione: appena il 46% rispetto al 74% generale. Anche se nel 2014 la Corte Suprema ha garantito il riconoscimento legale alla comunità transgender come terzo genere (includendola nella lista delle caste svantaggiate cui la costituzione garantisce delle quote nelle istituzioni) pregiudizi e transfobia sono molto diffusi.

Jamal, 26 anni, è tra i fondatori del “Transmen Collective”, un gruppo di sostegno per uomini trans © Andrea De Franciscis

Seduto a gambe incrociate, Jamal, 26 anni, accarezza uno dei suoi gatti. Gli occhi bassi, fatica a trovare le parole. “Ho sempre saputo di essere maschio, ma ho iniziato a chiedermi chi fossi quando tutti mi trattavano da femmina: a sei anni sapevo già di essere diverso”. Ha frequentato una scuola mista e il padre gli ha permesso di indossare l’uniforme maschile, finché la direzione non ha scoperto che il gender assegnatogli era femminile, e lì è cominciato il suo inferno. “Ero bombardato da domande inopportune, sguardi, risate, il bullismo ha preso diverse forme, ma mi ha accompagnato per tutta l’adolescenza -racconta con un filo di voce- ho cambiato la mia espressione di genere, mi sono fatto crescere i capelli pensando che così avrei trovato pace, ma non è servito a nulla: la gente aveva smesso di indicarmi ma il conflitto interno che vivevo peggiorava”. Con la pubertà e la comparsa di seno e mestruazioni, la sua disforia di genere -il malessere di chi non si riconosce nel genere assegnatogli alla nascita- è esplosa. A 18 anni, stanco di essere bullizzato, Jamal ha lasciato la scuola.

“Ero molto frustrato, tutto mi sembrava difficile. Così ho iniziato a pensare alla transizione. Sette anni dopo, avevo abbastanza soldi e coraggio per affrontare l’operazione. Cos’era cambiato nel mio percorso? La sicurezza, che prima non avevo. Ho trovato molte persone simili, una famiglia che ti accoglie e ti fa sentire meno solo”. La scoperta della comunità può essere un’ancora di salvezza: “I miei genitori non hanno mai accettato il mio cambio di vestiti, di genere. È stata molto dura”.

Dhrubo, 28 anni, è un giornalista Dalit e queer che scrive sul quotidiano “Hindustan Times”© Andrea De Franciscis

La petizione per il riconoscimento dei diritti dei transgender, avanzata nel 2012 dalla National Legal Services Authority (Nalsa) e la successiva storica sentenza sul terzo sesso sono state accolte con entusiasmo dalla comunità, ma non si può dire altrettanto della proposta di legge sui transgender del 2016. È in fase di stesura una nuova bozza di legge sui diritti sociali, politici e culturali dei trans, la cui versione definitiva sarà introdotta nella sessione parlamentare del prossimo marzo. Il testo del primo documento, oltre a una visione approssimativa e stigmatizzata della questione, è stato molto criticato dai membri della comunità, attivisti e ong perché prevedeva la “valutazione di un esperto” per il riconoscimento legale dell’identità di genere, invece dell’autoidentificazione, che alcuni report assicurano sia stata introdotta nel nuovo testo. “Il Parlamento indiano ha la possibilità di superare l’approssimazione della prima bozza e garantire il rispetto dei diritti fondamentali di una minoranza a lungo trascurata ed emarginata”, spiega ad Altreconomia Meenakshi Ganguly, direttrice per il Sud-Est asiatico di Human Rights Watch. “La sentenza della Corte Suprema sui rapporti omosessuali si è concentrata sul riconoscimento delle libertà fondamentali, ma ora dovrà garantire le necessarie tutele costituzionali. La depenalizzazione delle relazioni tra persone dello stesso sesso non porterà immediatamente alla piena uguaglianza per le persone Lgbt in India: la discriminazione sociale contro la comunità rimane una sfida, ma la libertà conquistata, ha permesso a molti di manifestare e rivendicare la propria identità”.

“Il modo in cui l’amore e le relazioni omosessuali sono state per tanto tempo criminalizzate in India ha una lunga storia che parte dalle differenze religiose e di casta”, afferma Dhrubo, giornalista che scrive di gender, sessualità e caste su uno dei maggiori quotidiani indiani in lingua inglese. “La discriminazione su base castale e religiosa è qualcosa che abbiamo sempre vissuto. In India non capiremo mai i problemi del mondo Lgbt se non mettiamo prima in discussione le caste, se non capiamo l’oppressione che deriva da fattori come la religione, la casta di appartenenza, il gender in cui uno si identifica”.

Dhrubo è nato in una famiglia Dalit, il gradino più in basso nella stratificazione sociale indiana. È abbandonato da un padre alcolizzato e violento, racconta delle difficoltà del crescere solo con la madre, del peso che derivava dai giudizi, della paura che la sua omosessualità fosse imputata a un ipotetico fallimento di sua madre nel “crescere un figlio normale, virile. Io sono discriminato perché sono gay, ma anche perché sono Dalit e perché vengo da un piccolo villaggio. Tutti questi fattori in India creano intersezioni tra le varie identità di una persona ed è la violenza contro ognuna di queste identità che va combattuta, o non ha senso combattere per i diritti Lgbt+ come minoranza. Finché i Dalit saranno uccisi, agli Adiviasi (tribali) saranno espropriate le terre, se i musulmani e i Kashimiri saranno abusati, finché accetteremo questo tipo di violenza, nulla potrà cambiare”. Ma la sentenza di settembre segna una vittoria storica per la comunità Lgbt in India alla quale, nelle parole di uno dei giudici della Corte, Dipak Mishra, la storia deve delle scuse.

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