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Altre Economie / Reportage

Sulle tracce dei minatori. Il cammino minerario di Santa Barbara nel Sulcis Iglesiente

L'area industriale di Portovesme vista da Capo Altano © Andrea Fenu

Reportage dalla regione del Sud Sardegna a lungo caratterizzata da processi industriali intensivi: minerario prima, metallurgico poi, ne hanno segnato per decenni l’economia e condizionato il tessuto sociale. Oltre la crisi, c’è chi immagina uno sviluppo diverso del territorio

“Ci alzavamo per andare a scuola e la sirena delle sette e mezza ci faceva capire che dovevamo muoverci. Poi a lezione ci dicevamo: ‘Sta suonando la sirena, tra poco suona la campana’”. Maria Perra a Iglesias racconta così un territorio talmente legato all’attività estrattiva che le giornate dei bambini erano scandite dai segnali che ne regolavano l’attività. Nel Sulcis Iglesiente, l’area più estesa per varietà e diffusione delle attività minerarie in Sardegna, gli abitanti parlano di “Dna minerario”.

Qui non c’è una persona che non abbia un parente che è stato minatore o che abbia lavorato in quel settore”, dice Ponziana Ledda, geologa, guida ambientale e responsabile della promozione della fondazione del Cammino minerario di Santa Barbara, un itinerario storico, culturale e ambientale sulle tracce dei sentieri minerari, di cui Iglesias è punto di partenza e di arrivo. Si attraversano paesaggi molto diversi: dalle scogliere a picco sul mare ai boschi, cascate, lagune e poi i villaggi “a bocca di miniera” che a volte portano il nome dei loro ingegneri e direttori. Sorti attorno ai giacimenti, garantivano la reperibilità pressoché perenne dei minatori mentre con lo spaccio e le attività di dopolavoro assicuravano che il denaro guadagnato dai lavoratori rimanesse all’interno dello stesso circuito economico. 

“Abbiamo fatto restaurare la sirena. Quando suonava fuori dagli orari stabiliti, significava che era successo qualcosa, e tutta la città si riversava davanti all’ingresso”, aggiunge Massimo Sanna, presidente dell’associazione Pozzo Sella, una delle componenti della fondazione creata nel 2016 coinvolgendo i 23 Comuni attraversati dal Cammino e facendone valutare i beni.“Il prefetto ha capito che il valore della fondazione non era quello espresso in euro, ma quello culturale, di risorsa per il territorio e ha dato il benestare”, conclude Sanna.

Il Cammino è nato qualche anno dopo la creazione del Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna grazie a Giampiero Pinna, allora presidente dell’Ente minerario. “Ha ricoperto quella carica negli anni Novanta, quando è stato necessario chiudere le miniere come industria estrattiva. Questo ha causato un grande dolore per tutti noi”, racconta la moglie, Maria Perra. In quel momento, alcuni studiosi proposero di riconvertire questo patrimonio “di archeologia industriale, ma anche di saperi, conoscenze, professionalità, di storia, cultura e paesaggio per trasformarlo in un parco vivo”, prosegue. Come racconta l’ex direttrice dell’Archivio storico comunale di Iglesias, e anima del progetto iniziale del Parco, Celestina Sanna, “il geologo Gianlupo del Bono ci disse che qui avevamo tutta la storia della Terra in pochissimi chilometri”.

“L’idea era di utilizzare le miniere in un’economia non più basata sullo sfruttamento della natura e dell’uomo, ma su valori di collaborazione e possibilità di rinascita per tutti”, ricorda Perra. Così il 30 settembre 1998 Pinna, i rappresentanti dell’Unesco, del governo italiano, della Regione Sardegna e delle Università di Cagliari e di Sassari, hanno firmato la Carta di Cagliari, impegnandosi a sostenere l’istituzione del Parco geominerario, a riabilitare e bonificare i siti minerari, a promuovere attività didattiche e incentivare un turismo ecologico e culturale, l’artigianato e l’agricoltura locale, per un nuovo modello di sviluppo sostenibile. A questo impegno però non è seguita nessuna azione concreta fino a quando, nel 2000, Pinna decide di occupare la Galleria Villamarina nella miniera di Monteponi, vivendoci per un intero anno, fino all’istituzione del parco. “Il territorio ha risposto con grande solidarietà -ricorda la moglie-. Alla fine si davano il turno, per non lasciarlo da solo: ci andarono persino le suore di Carbonia”.

L’ingresso dell’impianto Eurallumina a Portovesme © Andrea Fenu

L’esaurimento dei giacimenti era già in vista a partire dagli anni Sessanta, ma con la modernizzazione di alcuni sistemi come quelli della miniera di Masua, “nasce il pensiero della verticalizzazione, perché il metallo trasformato sul mercato ha un valore maggiore”, spiega Andreano Madeddu, segretario provinciale dell’Associazione della piccole e media industrie (Confapi) della Sardegna. Così nasce un impianto elettrolitico per lo zinco a Portovesme. Nonostante i piani di rilancio, però, “l’Ente gestione attività minerarie (Egam) salta e si passa a Eni, che però fa subito capire di non avere interesse per queste attività, visti gli utili derivanti da gas e petrolio”, racconta Madeddu.

Così nel 1975 inizia la dismissione delle miniere. “Con un accordo sindacale -racconta Vincenzo Lai, segretario generale territoriale di Femca Cisl- molti lavoratori rimasti del comparto furono trasferiti a Portovesme e nacquero i nuovi impianti”. L’occupazione si concentra nel comparto metallurgico. Molti minatori sono spinti a rinunciare alla liquidazione per fare entrare un figlio in fabbrica. Dagli anni Settanta fino al Duemila sono attivi impianti per la lavorazione del piombo e zinco, estremamente inquinanti. “Nel 1985 sono stato assunto in quella che oggi è Portovesme, venivo da Alumix (poi Alcoa): fin dai primi giorni di lavoro ho notato i lavoratori seduti negli spogliatoi, chi seduto addormentato, chi con la testa china. Dopo qualche tempo ho saputo che erano lì a ‘spurgare’ -continua- la quantità di piombo nel sangue era talmente elevata da causare il saturnismo”. Lo chiamavano “su male ‘e su minerali”, ricorda Antonio Ulargiu, ex minatore e sindacalista.

“A chi veniva a lavorare a Portovesme dicevano: stai andando lì a farti piombare -continua Lai-. Gli effetti sui lavoratori erano gravi, alcuni sono morti. E questa malattia professionale non è mai stata riconosciuta”.

La crisi del polo industriale è iniziata negli anni Duemila. Mauro Pillittu, che dal 1980 ha lavorato nell’impianto di lavorazione della bauxite, è stato mandato in cassa integrazione, poi licenziato e messo in mobilità finché non è andato in pensione: “A livello sociale è stato devastante -racconta- come quando hanno chiuso le miniere. Non sapevamo dove sbattere la testa. Era difficile anche incontrare le persone tutti i giorni. Per parlare di cosa? Di chi sta più male, di chi magari non riesce a mettere insieme il pranzo e la cena”. 

“Quel polo industriale all’inizio occupava oltre 18mila persone, tra dipendenti diretti e indotto. La sua economia reggeva tutta la provincia”, aggiunge Franco Bardi, segretario della Camera del lavoro della Sardegna Sud-occidentale mentre oggi il loro numero è sceso a circa 1.800 unità che lavorano a turno (180 al giorno) con un sistema di rotazione “per consentire a tutti un salario, seppure decurtato, pari a circa 500 euro”

L’inquinamento causato dalle aziende è un altro grande problema del territorio. “Quello che semini a Portoscuso lo raccogli avvelenato. C’è un’ordinanza del 2014 del Comune che sconsiglia di utilizzare gli alimenti prodotti in loco perché contaminati da metalli pesanti -spiega Angelo Cremone, portavoce dell’associazione Sardegna Pulita.– Il lavoro deve portare vita e non morte. L’ultimo rapporto Sentieri (lo studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento, ndr) ha constatato che c’è un eccesso di patologie tumorali nell’area. Ora, avvalendosi di una falsa transizione ecologica, si propongono impianti per rilanciare le stesse fabbriche inquinanti”. La società Glencore ha un impianto pilota per lavorare la cosiddetta “black mass”, un mix di materiali derivato dalle batterie esauste da cui si ricaverà litio, cadmio e cobalto; la Regione ha imposto una valutazione d’impatto ambientale. “Ma non c’è un contratto di programma e non sappiamo quanti lavoratori potrebbero essere recuperati dalle vecchie produzioni”, osserva ancora Vincenzo Lai.

Secondo Bardi il polo industriale oggi non garantisce benessere sociale: “Affinché sia realmente fonte di sostentamento per il territorio, l’alternativa di un turismo organizzato deve prevedere di poter raggiungere la Sardegna, mentre al momento siamo in una situazione disastrosa, particolarmente fuori stagione”. Il trentesimo rapporto del Centro di ricerche economiche Nord-Sud (Crenos) relativo al 2022 afferma che “per incrementare ulteriormente l’impatto del turismo sul prodotto regionale, ma garantendo la sostenibilità sociale e ambientale, bisogna investire in politiche di destagionalizzazione e superare il divario di accessibilità interna ed esterna rispetto al resto d’Italia con investimenti massicci da parte del governo nazionale”. 

“Questo territorio vuole riscattarsi andando verso una nuova economia. Prima che Giampiero Pinna portasse l’idea del Cammino, nessuno ci aveva mai pensato. Eppure, adesso i numeri dicono cose diverse”, dice Bardi. “Questo Cammino può toccare tutti i settori delle produzioni locali -aggiunge Ponziana Ledda- abbiamo sviluppato una app sull’agrobiodiversità lungo il cammino, con i prodotti certificati, e si possono contattare i produttori per assaggiare e comprare i prodotti tipici della zona”. Lungo 500 chilometri, le trenta tappe del Cammino attraversano le memorie del territorio. “Non volevamo diventare una popolazione senza storia -conclude Perra- ma riconoscere di essere i figli di una storia con luci e ombre”. 

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