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Sônia Guajajara e la lunga marcia di emancipazione dei popoli indigeni del Brasile

© Andrew Aurélio P. de A. Costa, CC BY-SA 4.0 , da Wikimedia Commons

Cinquantenne, originaria del territorio Arariboia nello Stato Nord-orientale del Maranhão, Guajajara è una delle prime donne indigene elette nel Congresso. Da inizio 2023 è ministra dei Popoli indigeni nel Governo Lula. A Roma ha raccontato il suo “programma” e le emergenze da affrontare dopo gli “anni di dolore” sotto Bolsonaro

È una lunga marcia quella descritta da Sônia Guajajara, ministra dei Popoli indigeni nel governo del Brasile. Un percorso di emancipazione personale e collettivo che la vede oggi alla testa di un ministero che rappresenta in sé una novità: creato per la prima volta nella storia brasiliana dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva, con il governo insediato nel gennaio 2023. Il nuovo ministero è “una sfida e grande opportunità per i popoli indigeni”, dice Guajajara: “Ci sono voluti cinque secoli per arrivare a questo punto”. Ma è anche consapevole che questo è solo un passaggio di quella lunga marcia, perché le forze che negano giustizia ai popoli indigeni, ne insidiano le terre, e minacciano la democrazia stessa in Brasile, restano potenti.

Sônia Guajajara era in Vaticano, a metà marzo, per un seminario su “La conoscenza delle popolazioni indigene e le scienze” organizzato dalla Pontificia accademia delle Scienze e delle scienze sociali, dove si parlava di saperi indigeni e di giustizia climatica. Con l’occasione ha partecipato a un incontro aperto, presso l’ambasciata del Brasile in piazza Navona.

Cinquantenne, originaria del territorio indigeno Arariboia nello Stato Nord-orientale del Maranhão, Guajajara è una delle prime donne indigene elette nel Congresso nazionale (il Parlamento federale). Spiega però che entrare nelle istituzioni non era scontato: “Per molto tempo il movimento indigeno brasiliano ha rifiutato di avvicinarsi alle istituzioni dello Stato, luoghi estranei dove era difficile anche solo essere ascoltati. Era piuttosto un movimento di resistenza”. Ma poi una lunga esperienza di attivista sociale e politica ha convinto Guajajara della necessità di far sentire la propria voce là dove vengono prese le decisioni. Cita una lettera aperta diffusa nel 2017, con il titolo “Per un Parlamento sempre più indigeno”, in cui “dicevamo che bisogna entrare nella competizione elettorale”. Poi, in vista delle elezioni politiche del 2018, “abbiamo fatto appello per presentare candidati indigeni”. Lei stessa si è candidata alla vicepresidenza nelle liste del Partito socialismo e libertà (Psol), con il candidato presidente Guilherme Boulos: “Io venivo dall’attivismo sociale, lui dal movimento dei lavoratori”.

Quella volta è stato eletto Jair Bolsonaro, che ha inaugurato la presidenza più di destra ed eversiva vista in Brasile dalla fine della dittatura militare negli anni Ottanta. Eppure per la prima volta in assoluto una donna indigena, Joênia Wapichana, è stata eletta nel Congresso nazionale.

Quelli di Bolsonaro “sono stati anni di dolore”, ricorda Guajajara, con l’arretramento dei diritti sociali, lo svuotamento delle istituzioni democratiche, l’attacco ai popoli nativi, la violenza di polizia. “Questo ci ha spinto a presentarci in massa alle elezioni presidenziali del 2022”, quelle che hanno riportato Lula alla presidenza del Brasile. E hanno anche portato al Congresso nazionale il più nutrito gruppo di deputate e deputati indigeni nella storia: sette, tra cui quattro donne. Sono stati chiamati la “Bancada del Cocar”, il caucus indigeno, dal nome dei copricapo di penne variopinte orgogliosamente ostentati da molti leader nativi (Guajajara lo indossava anche a Roma). Esponenti indigeni sono nell’esecutivo, con il nuovo ministero. E non solo: Joenia Wapichana è ora presidente della Fondazione nazionale dei popoli indigeni (Funai), cioè l’organo del governo responsabile di promuovere il benessere di queste popolazioni, quindi tutto ciò che va dalla demarcazione dei territori all’organizzazione di distretti sanitari.

“Stiamo passando dalla politica indigenista a una politica indigena -riassume Sônia Guajajara-, ci sono voluti cinque secoli per arrivare a questo”. È una grande sfida, anche perché “le aspettative sono molto alte”. Per Guajajara, “la priorità è riprendere la demarcazione dei territori indigeni”, essenziale per garantire la sicurezza delle popolazioni che vi abitano, oltre a proteggere l’ambiente e l’uso sostenibile delle risorse naturali. “Nel primo anno di governo abbiamo ratificato la demarcazione di otto territori, quanti ne erano stati riconosciuti nei dieci anni precedenti. E su questo andremo avanti”.

“Anche i nostri nemici però si organizzano”, osserva la ministra. Un esempio è la legge approvata dal Congresso per limitare il riconoscimento dei territori indigeni ai popoli che possono provare di averli abitati prima del 1980 (detta legge del “Marco temporal”): dichiarata incostituzionale dalla Corte suprema, approvata ugualmente dal Senato, il presidente Lula ha posto il suo veto. Ora la legge è tornata al Congresso: “La rete del movimento indigena ha presentato un ricorso di incostituzionalità, ma anche gli oppositori hanno impugnato il veto presidenziale. Così aspettiamo di nuovo la decisione della Corte suprema”. Mentre al Congresso ci sono proposte di legge per eliminare le licenze ambientali per le attività minerarie e agro-industriali, quindi facilitare lo sfruttamento dei territori indigeni.

Guajajara cita anche la prima emergenza affrontata dal suo governo appena insediato, quella del popolo Yanomami. “Era una crisi sanitaria e alimentare, perché la popolazione stava morendo. Ma il motivo era che il territorio Yanomami, grande due volte la Svizzera, all’estremo Nord dell’Amazzonia, era invaso dai garimpeiros, i cercatori d’oro illegali, che avevano occupato terre, contaminato l’acqua dei fiumi con le loro attività, portato un clima di paura”. Il governo ha subito ordinato l’espulsione delle attività illegali. “Parliamo di 20mila garimpeiros su 30mila Yanomami”, spiega la ministra. Semplici lavoratori, ma anche vere e proprie imprese illegali: “Molti sono andati via, mentre altri continuano a seminare violenza, alcolismo, stupri. A oggi l’82% dei cercatori illegali sono stati allontanati”. Parla anche della rete di ambulatori in costruzione, e della nuova “Casa de Goberno” inaugurata a Boa Vista, capitale del Roraima (stato in cui si trova il territorio Yanomami) per coordinare gli interventi. “Ma non bastano distribuzioni alimentari. Bisogna che i nativi tornino a poter pescare, raccogliere frutti della foresta, seminare. Vogliamo ridare dignità a queste persone e restituirgli il loro territorio”. Assicura che il governo Lula è deciso a “rimuovere i garimpos illegali da tutti i territori indigeni”.

Così torna al punto: proteggere il territorio per garantire la sicurezza dei nativi. Certo, gli ostacoli sono enormi: dall’industria mineraria all’agroindustria, la “guerra di conquista” contro i popoli indigeni non è mai finita. Non rischia che il suo ministero sia solo simbolico? “Non avrei mai accettato un incarico di facciata -ribatte Sônia Guajajara-. Ho un mandato chiaro, una buona squadra, lavoriamo d’intesa con la Funai e gli altri ministeri”. La democrazia in Brasile resta fragile: “Con il Governo Lula stiamo cercando di ricostruire le istituzioni democratiche smantellate negli anni precedenti”. Si tratta di “costruire insieme”, dice: per questo il suo motto è “mai più un Brasile senza di noi”.

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