Ambiente / Attualità

La nostra salute è a rischio se non realizziamo la transizione ecologica

È tempo di agire per contenere le emissioni e limitare il ricorso alle fonti fossili. Ondate di calore, incendi, inquinamento dell’aria e perdita di produttività agricola pregiudicano la qualità della vita sulla Terra. Il rapporto della rivista The Lancet

Tratto da Altreconomia 222 — Gennaio 2020
L’incendio conosciuto come the Woolsey Fire. Nel novembre del 2018, in due settimane, ha interessato circa 40mila ettari di suolo e foreste in California, negli Stati Uniti - © Forest Service, USDA / Flickr

Porre la salute al centro della transizione ecologica per ottenere benefici per l’economia globale e per i cittadini, come aria più pulita, città più sicure e alimentazione più sana. Questo il messaggio che hanno lanciato gli autori del report annuale “The Lancet Countdown on health and climate change”, pubblicato a metà novembre dalla rivista scientifica The Lancet (thelancet.com). Dallo studio emerge un sostanziale peggioramento degli effetti del clima sulla salute. Se le cose non dovessero cambiare, gli impatti maggiori potrebbero subirli le future generazioni: “La vita di ogni bambino nato oggi -si legge nel rapporto- sarà profondamente influenzata dai cambiamenti climatici. Se non verranno attuati interventi in tempi brevi le conseguenze per la salute si verificheranno durante tutto il corso della vita”.

Il 2018 è stato il quarto anno più caldo mai registrato, con 220 milioni di ondate di calore in più rispetto alla media del periodo 1986-2005. Gli effetti di questo riscaldamento hanno comportato per 152 Paesi un netto aumento dell’esposizione agli incendi spontanei. E con l’aumento della temperatura è aumentata anche la capacità di trasmissione di malattie come la febbre dengue, la malaria e il colera. Queste sono solo alcune delle conseguenze che i cambiamenti climatici stanno avendo sulla salute umana.

L’esposizione all’inquinamento dell’aria -causato in larga parte dalla combustione di fonti fossili, e peggiorato dal cambiamento climatico- è il maggiore fattore di rischio per la salute. Le polveri sottili (PM10 e PM2,5) presenti nell’aria provocano ogni anno diversi milioni di decessi prematuri per malattie respiratorie e cardiovascolari. Le morti premature attribuibili solo ai PM2,5 sono state 2,9 milioni nel 2016 a livello globale. Arrivano a 7 milioni se si considera il numero totale di morti per inquinamento atmosferico. L’Italia registra il numero di vittime più alto in Europa, con circa 45.600 morti premature dovute al PM2,5. L’impatto più immediato e diretto sulla salute si misura nel costante aumento della temperatura media globale e nell’aumento della frequenza, dell’intensità e della durata delle ondate di calore. La temperatura globale è aumentata di 0,8°C rispetto ai livelli pre-industriali (1880-1920) e nell’ultimo decennio si sono verificati otto dei dieci anni più caldi mai registrati. In Italia l’aumento è stato di 1,18°C.

Il nuovo record delle ondate di calore del 2018, 11 milioni in più rispetto al precedente primato del 2015, è dovuto a una serie di ondate di calore in India (45 milioni in più), nell’Europa centrale e settentrionale (31 milioni) e nel Nord-est asiatico. L’Europa rimane la regione più vulnerabile agli eventi di caldo estremo a causa della quota di popolazione sopra i 65 anni molto alta (19,7% del totale), della concentrazione della popolazione nelle zone urbane -dove la temperatura è mediamente più alta- e dell’elevata diffusione di malattie cardiovascolari, respiratorie e del diabete.

Le alte temperature e le ondate di calore inoltre limitano sempre più anche la capacità lavorativa delle persone. È stato calcolato che nel 2018 sono andate perse 133,6 miliardi di ore di lavoro a livello globale: 45 miliardi in più rispetto al 2000. Anche in Italia gli effetti sono visibili, come spiega ad Altreconomia Marina Romanello dell’University College di Londra, tra gli autori del rapporto: “Nel 2017 si sono verificati 9,3 milioni di ondate di calore in più rispetto al 2000 e l’esposizione alle alte temperatura ha comportato la perdita di oltre 1,7 milioni di ore di lavoro potenziale nello stesso anno, di cui il 67% solo nel settore agricolo”.

La sicurezza alimentare è a rischio: i cambiamenti climatici riducono la resa dei raccolti provocando l’aumento dei prezzi degli alimenti. Le alte temperature influiscono sulla diffusione di parassiti e agenti patogeni, sulle condizioni che determinano la scarsità di acqua e sulla frequenza di eventi meteorologici estremi che possono danneggiare o addirittura distruggere i raccolti. A livello globale la resa di mais, frumento, riso e soia si è ridotta rispettivamente del 6%, 3,2%, 7,4% e 3,1% con l’aumento della temperatura media globale. “In Italia -continua Romanello- il potenziale produttivo di colture di base come mais, frumento, riso e soia è diminuito dagli anni Sessanta. Per il mais è sceso del 10,2%, per il grano invernale del 5% e per quello primaverile del 6%. Anche per la soia si è registrata una diminuzione del 7%, mentre per il riso del 5%”.

Particolarmente preoccupante, secondo lo studio, è la diffusione di malattie infettive collegata ai cambiamenti del clima. La trasmissione di infezioni provocate da punture di zanzare è influenzata da fattori come temperatura, umidità e precipitazioni. Dal 2000, nove anni sono stati caratterizzati da condizioni particolarmente favorevoli alla trasmissione della febbre dengue, mentre dal 1980 sono raddoppiati i giorni con condizioni favorevoli alla diffusione del batterio che può provocare il colera. In Italia, la capacità delle zanzare di trasmettere la dengue da una persona infetta a un’altra persona sensibile è raddoppiata dal 1980. Condizioni climatiche più calde e secche aumentano anche il rischio di incendi boschivi. In 152 Paesi su 196 è aumentato il rischio di incendi tra il 2015 e il 2018. Gli effetti sulla salute degli incendi vanno dalle ustioni, anche mortali, al manifestarsi di difficoltà respiratorie acute e croniche provocate dal fumo. L’India, la Cina, la Repubblica democratica del Congo, l’Iraq e il Messico hanno registrato il maggiore aumento del numero di persone colpite da incendi.

50% l’aumento dei sussidi globali all’industria dei combustibili fossili nell’ultimo triennio. Nel 2018 hanno raggiunto i 427 miliardi di dollari

Per gli autori del report i progressi fatti fino ad oggi in termini di adattamento e di mitigazione (riduzione delle emissioni di CO2) sono insufficienti. Sebbene la crescita delle energie rinnovabili continui a ritmo sostenuto, le moderne fonti rinnovabili rappresentano solo il 5,5% della produzione mondiale di elettricità. Il carbone continua ad essere la seconda maggiore fonte di energia (dopo il petrolio) e la maggiore fonte di produzione di elettricità (per il 38%, seguito dal gas con il 23%). Le emissioni di gas serra da fonti fossili sono tornate ad aumentare, registrando un +2,6% dal 2016 al 2018. Anche le emissioni derivanti dall’agricoltura sono aumentate dal 2000 al 2016: quelle che vengono dall’allevamento sono cresciute del 14%, mentre quelle che derivano dalla produzione vegetale del 10%. Bovini, pecore e capre contribuiscono al 93% delle emissioni totali provenienti dall’allevamento e il 62-65% di queste deriva dalla produzione di carne. Ma l’aumento maggiore di emissioni tra il 2000 e il 2016 si deve al pollame, con un +58%. Il report sottolinea inoltre come sul piano degli investimenti nel settore energetico si stia seguendo una strada sbagliata. Dopo un calo tra il 2012 e il 2016, i sussidi globali all’industria dei combustibili fossili sono aumentati del 50% negli ultimi tre anni. Nel 2017 e nel 2018 hanno raggiunto rispettivamente i 319 miliardi di dollari e i 427 miliardi di dollari. Sono diminuiti quelli verso energia a basse emissioni di CO2. Le stime economiche di un’inazione parlano di enormi perdite. Si prevede che i costi del riscaldamento fino a 3°C raggiungano i 4mila miliardi di dollari all’anno entro il 2100 (circa il 5% del prodotto interno lordo globale nel 2018), mentre i costi di un aumento di 4°C sono stimati in 17.500 miliardi di dollari (oltre il 20% del Pil nel 2018). Il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC) ha provato a calcolare i danni economici per l’Italia: il Pil pro capite italiano diminuirà del 3,7% nel 2050 e dell’8,5% nel 2080, se non dovessero essere attuate politiche di mitigazione, cioè riduzione delle emissioni climalteranti. Aumenterà così anche il divario Nord-Sud: le regioni meridionali e le isole potrebbero subire perdite tra il 5 e il 15% nel 2050, e dal 5 al 25% nel 2080. La pubblicazione di The Lancet manda un messaggio chiaro alle istituzioni: “È necessario accelerare le ambizioni e le azioni per rispettare l’impegno mondiale di rimanere ‘ben al di sotto dei 2°C’”.

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