Ambiente / Opinioni

L’emergenza climatica e la par condicio

In Italia è diffuso il confronto mediatico tra scienza e anti-scienza. Ma la democrazia non prevede il dovere di riportare tesi scientifiche infondate. La rubrica del prof. Stefano Caserini

Tratto da Altreconomia 221 — Dicembre 2019
© Kayla Velasquez - Unsplash

Le mobilitazioni che hanno chiesto azioni urgenti e decise contro i cambiamenti climatici hanno generato una reazione, un contraccolpo nel mondo dell’informazione. Nei mesi di settembre e ottobre nelle trasmissioni televisive e sui quotidiani si sono riviste le tesi negazioniste sul clima, e ancor di più quelle volte a tranquillizzare, che invitano a non preoccuparsi troppo “perché ci sono ancora molte incertezze”. Il formato proposto è stato quello del confronto, fra esperti del tema clima (o ambientalisti) e altri chiamati (impropriamente) “scettici”. A Ottoemezzo (La7) Lilli Gruber ha per l’ennesima volta permesso ai suoi ospiti di raccontare fesserie scientifiche a milioni di spettatori, rintuzzandole con qualche cortese battuta di disapprovazione. Su Frontiere (Rai1) è stata creata una trasmissione ping pong in cui a interventi molto preoccupati sono seguiti altri che persino negavano l’importanza dei gas serra nel determinare il clima del Pianeta. Da “non abbiamo più tempo” a “il mondo di domani anche con il problema del clima sarà migliore dell’attuale”.

Sembra che debba essere necessaria la par condicio quando si parla del clima del Pianeta. Come se si parlasse dell’importanza di Italia Viva o di quanto junk food mangia Salvini. Beppe Severgnini trova normale pubblicare lettere contenenti le solte bufale sul clima, le considera solo “opinioni” che non condivide; a una lettrice che se ne lamentava ha risposto: “Dovremmo cestinare tutte le opinioni discutibili e/o provocatorie? Non solo sarebbe scorretto, ma produrrebbe un forum appiattito su un’unica visione del mondo. Che noia”. Eh sì, la scienza del clima è noiosa. Le panzane sono molto più interessanti, divertenti. Il confronto tra scienza e anti-scienza viene spesso proposto in nome della libertà di espressione, della democrazia, della necessità di far sentire tutte le voci. Ma la democrazia non prevede il dovere di riportare tesi scientifiche infondate sui mezzi di informazione di massa. La libertà d’opinione non è libertà di disinformare. Su altri temi non funziona così. Pochi giornalisti accetterebbero un dibattito sull’esistenza storica dei lager nazisti o sul fatto che i vaccini causano l’autismo.

1:1: molta parte del mondo dell’informazione pensa ancora che in nome della par condicio si debba bilanciare la scienza del clima con l’anti-scienza

Molti giornalisti sembrano inconsapevoli di come funziona la disinformazione. Quanto successo con l’elezione di Trump, il referendum sulla Brexit, Cambridge Analytica e compagnia falsificante sembrano non aver insegnato nulla. Invece, spargere notizie false porta comunque un risultato. Ripetere un’informazione falsa, farla diventare comunque familiare, ne aumenta la possibilità di essere scambiata per un’informazione vera. Dopo un po’ di tempo, le persone non ricordano i dettagli che avevano confutato l’informazione falsa. Questo effetto è particolarmente potente negli anziani, perché sono più predisposti a dimenticare i dettagli dei loro ricordi. Chi propone la par condicio nella scienza del clima, o in generale sulle tematiche scientifiche, non sa fare il suo mestiere. Che dovrebbe essere quello di parlare della crisi climatica in modo chiaro, semplice e anche appassionante. Distinguere le tesi su cui si riconosce un’intera comunità scientifica dalle opinioni di un ex-scienziato ora pensionato che in mancanza di meglio da fare commenta in modo supponente i lavori del cantiere della scienza. C’è molto su cui confrontarsi e magari litigare. Far conoscere, spiegare i costi e benefici delle diverse azioni politiche che sarebbero possibili è oggi un compito cruciale per tutti i mezzi di informazione.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2019)

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