Ambiente / Attualità

I finanziamenti mancati per i Paesi più colpiti dai cambiamenti climatici

I Paesi riuniti alla COP25 di Madrid hanno rimandato decisioni importanti sui meccanismi di “loss and damage”, ovvero i danni e le perdite causati dagli eventi estremi legati ai cambiamenti climatici. “La nostra gente sta già soffrendo”, denuncia il rappresentante dei Paesi in via di sviluppo di fronte all’inazione dei principali responsabili delle emissioni di gas climalteranti

© Nikolas Noonan - Unsplash

La conferenza Onu sui cambiamenti climatici (COP25) non sarà ricordata come l’occasione in cui i Paesi industrializzati avranno fatto un decisivo passo avanti verso il Sud del mondo, soprattutto per quanto riguarda le risorse economiche da mettere a disposizione per contrastare gli effetti del clima che sta cambiando.
Oltre all’assenza di reali nuove ambizioni di riduzione di emissioni di CO₂ e al mancato accordo sull’articolo 6 dell’Accordo di Parigi che deve regolare il nuovo mercato di carbonio, i Paesi riuniti a Madrid hanno rimandato alcune decisioni importanti sui meccanismi di “loss and damage”, ossia sui i danni e le perdite causati dai cambiamenti climatici. Come gli impatti di eventi meteorologici estremi o di quelli a lenta insorgenza, causati per esempio dell’innalzamento del livello del mare.

“La nostra gente sta già soffrendo per gli effetti del cambiamento climatico. Le nostre comunità in tutto il mondo sono devastate. Le emissioni globali devono essere drasticamente e urgentemente ridotte per limitare ulteriori impatti, e il sostegno finanziario deve aumentare in modo che i nostri Paesi possano affrontare meglio il cambiamento climatico e i suoi impatti”, ha commentato Sonam P. Wangdi, a capo del gruppo dei “Paesi meno sviluppati” (LDC), alla fine della sessione conclusiva della COP25.
A Madrid era programmata la revisione periodica dei meccanismi. Creati nel 2013 durante la COP16 di Varsavia proprio con lo scopo di supportare i Paesi in via di sviluppo, ogni cinque anni devono essere revisionati e aggiornati. In vista di questo appuntamento, a Madrid quei hanno chiesto che, oltre alle conoscenze, alle competenze e alle tecnologie per gestire i rischi, i Paesi sviluppati garantiscano fondi specifici dedicati solo alle perdite e ai danni, da aggiungere a quelli già previsti per il clima.

“In passato i Paesi del gruppo LDC hanno provato durante i negoziati a inserire nel testo ufficiale dei meccanismi le parole responsabilità e compensazione (liability and compensation, ndr) nella speranza di ottenere un riconoscimento legale e ufficiale del loro diritto a ottenere risarcimenti dai Paesi sviluppati, maggiormente responsabili dei cambiamenti climatici”, spiega Elisa Calliari, ricercatrice presso la London’s Global University. “Ormai non c’è possibilità che queste parole siano inserite nel testo, per questo i Paesi in via di sviluppo stanno tentando vie diverse per assicurarsi il risarcimento che chiedono”. Ma anche alla COP di Madrid il gruppo dei Paesi vulnerabili non è riuscito a ottenere risultati concreti.

Nell’ultima versione del testo non c’è alcun riferimento a nuovi fondi per “loss and damage” che devono provenire dai Paesi più industrializzati. “Il testo invita debolmente -continua Calliari- il Fondo verde per il clima a fornire le risorse economiche”. Questo fondo è stato creato durante i negoziati del 2010 per aiutare economicamente i Paesi vulnerabili ad attuare azioni di mitigazione (riduzione di emissioni inquinanti) e di adattamento ai cambiamenti del clima. Le perdite e i danni provocati da eventi legati ai cambiamenti climatici non fanno esplicitamente parte delle finalità del fondo. E per i Paesi in via di sviluppo le risorse previste non sono sufficienti a finanziare tre diversi tipi di azioni: mitigazione, adattamento, perdite e danni. Tanto più che finora sono confluiti nel fondo solo 9,8 miliardi di euro dei 100 previsti ogni anno a partire dal 2020.
Secondo Climate Action Network (CAN), una rete di più di mille associazioni che si occupano di giustizia climatica, trarre le risorse dal fondo verde significa ridurre i finanziamenti destinati a mitigazione e adattamento. Inoltre i Paesi vulnerabili denunciano che le lunghe e difficoltose procedure per accedere al fondo verde per il clima non sono adatte ad ottenere nel breve tempo le risorse per affrontare gli impatti di eventi improvvisi come tornadi, tempeste o inondazioni. Il testo finale così prevede l’istituzione di un gruppo di esperti, entro la fine del 2020, che dia assistenza tecnica ai Paesi vulnerabili anche per la parte finanziaria dei meccanismi. Non si tratta di una reale novità però: “Un gruppo di esperti dedicato al tema dei finanziamenti era già previsto nei meccanismi, semplicemente non era stato ancora realizzato”, chiarisce Elisa Calliari. Nuovo invece è il Santiago Network, una rete di organizzazioni, esperti ed enti competenti istituito su richiesta del Gruppo “G77+Cina” (il gruppo più grande di nazioni in via di sviluppo, con la partecipazione della Cina) con il compito di “prevenire, minimizzare e affrontare le perdite e i danni associati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici”. Per Calliari, però, “non è ancora chiaro cosa questo network farà nello specifico”.

Nelle negoziazioni sul tema dei meccanismi di Varsavia (altra espressione per indicare i meccanismi di “loss and damage”) ha giocato un ruolo fondamentale l’opposizione degli Stati Uniti. Da sempre il Paese guidato oggi da Donald Trump si è opposto a riconoscere i danni e le perdite provocati dai cambiamenti climatici come responsabilità dei Paesi ricchi. Durante le ultime negoziazioni, però, gli USA hanno tentato di spostare la gestione dei meccanismi di Varsavia (WIM) sotto l’Accordo di Parigi, da cui usciranno entro un anno, per sottrarlo dalle competenze della COP di cui invece continueranno a far parte. Lo ha denunciato anche il rappresentante di Tuvalu, Ian Fry, durante la sessione conclusiva della COP25: “Nel corso delle consultazioni delle ultime due settimane, una parte ha insistito affinché il WIM operi esclusivamente nel quadro dell’Accordo di Parigi. Ironicamente o strategicamente, questa parte non sarà più parte dell’Accordo tra 12 mesi. Questo significa che (gli USA, ndr) se ne laverà le mani rispetto a qualsiasi azione per assistere i Paesi colpiti dagli impatti dei cambiamenti climatici”. Il diplomatico dell’isola del Pacifico ha definito l’atteggiamento degli USA una farsa e insieme una tragedia per i Paesi in via di sviluppo.
“II passaggio di fase cui andiamo incontro richiederebbe solidarietà e cooperazione a scala globale -ha commentato a Madrid Francesco Paniè, attivista dell’associazione italiana Terra! Onlus-. Ma, mentre il Pianeta brucia, i Paesi industrializzati continuano a difendere sterili rendite di posizione. Un atteggiamento inaccettabile perché l’attuale situazione climatica mondiale richiede azioni concrete nell’immediato”.

La decisione sulla gestione del WIM è stata rimandata alla prossima COP, segnando una parziale vittoria per gli Stati Uniti che si sono anche assicurati che non ci siano ulteriori finanziamenti per i danni e per le perdite. “Si può dire che le negoziazioni sull’aspetto economico legato ai danni e alle perdite siano iniziati sostanzialmente con questa COP, per questo era molto difficile aspettarsi risultati migliori. I lavori su questo punto erano troppo indietro -conclude Calliari-. Quello fatto a Madrid è il primo vero passo verso negoziazioni che che avverranno solo da qui ai prossimi anni”.

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