Ambiente / Attualità

Dall’alveare alla vigna: l’agricoltura resiliente affronta il clima che cambia

I cambiamenti climatici stanno già alterando i delicati equilibri annotati da decenni nei quaderni di apicoltori e vignaioli, mettendo a rischio la sicurezza alimentare. Le storie di chi si sta adattando, dal Trentino-Alto Adige alle Marche

Tratto da Altreconomia 221 — Dicembre 2019
Andrea Paternoster, apicoltore titolare dell’azienda Mieli Thun, con sede a Vigo di Ton (TN) - © Archivio Mieli Thun

All’inizio degli anni Novanta l’apicoltore trentino Andrea Paternoster aveva immaginato un modello di azienda resiliente: oggi le 1.200 arnie di Mieli Thun (mielithun.it), che ha sede a Vigo di Ton (TN), in Val di Non, hanno a disposizione 60 diverse postazioni in dieci Regioni. “Non sono tutte contemporaneamente attive -racconta Paternoster-, ma così facendo credevo che sarei stato esonerato dalle ‘bizzarrie del tempo’. Non è così, però: sono tre anni, ad esempio, che non riusciamo a produrre il miele di tarassaco sull’Altipiano di Asiago, uno dei più pregiati. Quest’anno durante la fioritura, che arriva subito dopo quella del melo, intorno a metà maggio, ci sono stati tre giorni a -9 gradi. Una gelata che brucia le piante e ucciderebbe le api. Non le abbiamo nemmeno portate”. Gli eventi estremi mettono in crisi anche un modello aziendale come quello di Mieli Thun: adesso che è possibile fare un bilancio per il 2019, i numeri sono spietati: se in media Paternoster produce ogni anno 400 quintali di miele, quest’anno lo ha chiuso con appena 80.

L’apicoltura è una spia rossa che lampeggia: “L’ape è il punto di contatto tra mondo vegetale e mondo animale, un animale aereo che non tocca mai terra e vive del nettare delle piante, che è il suo nutrimento” sintetizza Paternoster. In gioco c’è la nostra sicurezza alimentare. Lo dice in modo chiaro un rapporto presentato ad agosto 2019 dal Gruppo intergovernativo di lavoro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (IPCC), e dedicato agli effetti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura e gli ecosistemi, temi che sono al centro della COP25, la conferenza ONU sul climate change in programma a Madrid dal 2 al 13 dicembre (unfccc.int/cop25): il riscaldamento globale, aggravato dalla siccità, ha già causato una riduzione della produttività nell’Europa meridionale; il cambiamento climatico sta minacciando la sicurezza alimentare nelle zone aride del Pianeta, in particolare in Africa, e nelle regioni montuose dell’Asia e del Sud America.

L’idea di apicoltura nomade di Mieli Thun era nata con due obiettivi: il primo, qualitativo, era quello di raccontare attraverso mieli monorigine i diversi areali di produzione, “e far così emergere le speficità territoriali che siamo abituati a ricercare nelle altre produzioni agroalimentari, in particolare per il vino” spiega Paternoster; il secondo motivo anticipava ciò che oggi emerge con chiarezza: “Se avessi avuto le api in tanti luoghi diversi -racconta l’apicoltore trentino- sarei riuscito a fare quello che fanno i contadini in tutta Italia, quando scelgono di acquistare o affittare appezzamenti in zone diverse, per tenersi al riparo da una gelata, dall’esondazione di un fiume, da una grandinata”. Nel catalogo di Mieli Thun si trovano il miele di abete e quello di bosco, il miele di cardo e di coriandolo, quello di melo e di arancio.

Trent’anni dopo, Andrea Paternoster sa di non esser riuscito a proteggere la sua azienda dagli effetti del cambiamento climatico. Oggi diventa difficile, per un apicoltore, programmare il percorso dell’annata, come fa un pastore transumante. “Esistevano condizioni standard, in merito alla fioritura e allo spostamento delle api, annotate nei nostri quaderni di campagna, ma oggi capitano cose imprevedibili”. Nella primavera del 2019, ad esempio, ci sono stati ben 40 giorni di blocco di volo delle api: gli insetti non sono usciti a raccoglie il nettare per motivi legati al clima, nel periodo di fioritura dell’acacia, e secondo l’ISMEA (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) questo ha causato una riduzione della produzione del 40 per cento. “L’acacia per un apicoltore è come l’etichetta ‘base’ per un vignaiolo: è fondamentale per l’equilibrio economico aziendale” sottolinea Paternoster. La cosa assolutamente non comune, spiega, è che il blocco, e la mancata produzione, abbia coinvolto Cuneo e Pavia, Verona e Treviso, Trieste e la Sicilia, dove il vento di tramontana ha disidratato i fiori d’arancio, che non avevano nettare. “Il problema non è solo di mancata produzione: ho usato ottanta quintali di miele, quello delle prime fioriture primaverili, per alimentare le api, ed abbiamo avuto problemi comunque. Gli insetti che han subito uno stress alimentare, in un periodo dell’anno che è come l’adolescenza di un mammifero, restano in difficoltà per sempre, e così -racconta Paternoster- non hanno prodotto nemmeno nella stagione più clemente”.

“Esistevano condizioni standard, in merito alla fioritura e allo spostamento delle api, ma oggi capitano cose imprevedibili” – Andrea Paternoster

Se l’apicoltore trentino ha almeno trent’anni d’esperienza, il vignaiolo Corrado Dottori -milanese trapiantato a Cupramontana (AN), nelle Marche- ha superato nel 2019 le venti vendemmie. La sua azienda si chiama La Distesa (ladistesa.it), e insieme con altri produttori ha dato vita alla rete terroirMarche (terroirmarche.com, vedi Ae 184). A ottobre Dottori ha pubblicato un libro, in cui racconta l’ecologia vista da un vigna: s’intitola “Come vignaioli alla fine dell’estate” (DeriveApprodi). “Ormai anche gli inverni e le estati che ci sembrano in linea, sono mediamente più caldi: questo è evidente nel ciclo della vite, con le fioriture anticipate. La pianta comincia a ‘muoversi’ sempre prima, ponendoci a rischio di gelate tardive. Un altro metro per misurare i cambiamenti in atto riguarda il regime delle piogge: la nostra sarebbe una Regione temperata, nel Centro Italia, ma ci stiamo tropicalizzando: a maggio di quest’anno ci sono stati tra i 20 e i 22 giorni iniziati col beltempo al mattino, e scossi da uno ‘sciacquone’ nel pomeriggio. Poi a giugno, di colpo non ha fatto una goccia d’acqua, in tutto il mese”.

Corrado Dottori, titolare dell’azienda “La Distesa” insieme alla moglie Valeria Bochi tra le vigne di Cupramontana (AN). Con altri produttori ha dato vita alla rete “terroirMarche” – © Paula Prandini

Anche il titolo del libro, “Come vignaioli alla fine dell’estate”, rimanda a un evento estremo, la grandinata (che a fine estate distrugge il raccolto pronto per la vendemmia), un tema contadino: “Ne ho contate cinque o sei nei primi quindici anni, mentre adesso capita due o tre volte l’anno, tutti gli anni. Colpa di un atmosfera che è più calda” sottolinea Dottori.

Nel medio periodo, gli effetti già misurabili sono anche altri, e riguardano il vitigno e i vigneti: “Il Verdicchio (è il vitigno a bacca bianca più diffuso a Cupramontana, da cui si ricava il Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC) negli ultimi cinque anni ha perso un punto di acidità in media, quasi un 20 per cento dell’acido tartarico complessivo. Questo significa che puoi acidificare il vino, come fanno i produttori ‘industriali’, ma se lavori in naturale hai ben pochi margini, se non quello di anticipare un po’ le vendemmie, di piantare in zone più fresche o di affittare parcelle in zone più alte a livello altimetrico. In termini di denominazione, però, questa mutazione cambia il vino -spega Corrado Dottori-. Il clima che cambia, quindi, ha necessariamente un impatto sul concetto di terroir, sul mito del terroir, cioè l’identificazione tra vitigno e territorio. Per assurdo, non sarà più possibile coltivare con successo determinati vitigni nei luoghi dove li abbiamo conosciuti e dove siamo abituati a collocarli”.

In Emilia-Romagna c’è chi si sta misurando da un paio d’anni con la coltivazione di nuove varietà orticole “migranti” per valutarne la capacità di adattamento di fronte alla (prossima) scarsità idrica. Il progetto Semìno (semino.org) è coordinato da Kilowatt, cooperativa di lavoro e incubatore di idee ad alto impatto sociale e ambientale. In autunno nei campi ci sono pak choi, tatsoi e brassica mizuna, mentre nel ciclo di primavera c’erano gombo/okra, fagiolo dall’occhio, curcuma, edamame, shiso. Brassicacee, leguminose, radici che arrivano da Africa, America Latina, Asia e Medio Oriente. “Siamo partiti da mezzo ettaro, l’anno scorso, con la prima sperimentazione, ed oggi coltiviamo un ettaro e mezzo” racconta Samanta Musarò. Una collaborazione con la facoltà di Agraria dell’Università di Bologna permette di misurare la Water Use Efficiency (WUE), un’analisi che s’è concentrata sull’okra, originaria del continente africano. “La WUE è specifica di ogni pianta e si ottiene dal rapporto tra produzione e acqua utilizzata durante il ciclo produttivo -spiega Musarò-. Nel terreno dedicato alla sperimentazione sono state create tre aiuole diverse: una veniva irrigata con 100 litri, che è quanto consigliato dai disciplinari, le altre con 50 e 25 litri. La resa migliore l’hanno avuta le piante che hanno ricevuto il 50% di acqua”. Dopo il primo anno, con la coltivazione nei campi della cooperativa sociale Pictor, la rete s’è allargata a due altre aziende bolognesi, Floema e Holerialla, e ad una Ong di Perugia, Tamat, che ha un progetto di agricoltura sociale sul territorio. “Holerialla è una piccola azienda che si occupa di ‘microgreen’ (la coltivazione di germogli). Tra i collaboratori c’era un migrante del Pakistan, e l’ingresso nella rete permette alla titolare di rispondere a una richiesta del collaboratore, quella di poter coltivare prodotti che conosce di più”. L’inclusione sociale resiliente.

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