Economia / Opinioni

Rubli e gas: perché gli operatori finanziari capitalisti sono i più efficaci alleati di Putin

Avere mercati internazionali di energia, monete, commodities dominati non dagli scambi reali ma dalle aspettative e dalle scommesse offre un chiaro vantaggio strategico per la Russia. E lo spregiudicato autocrate, con l’annunciata manovra sui pagamenti dell’energia, dimostra di averlo capito. L’analisi di Alessandro Volpi

© Андрей Сизов - Unsplash

Vladimir Putin conferma ancora una volta di essere parte del turbo-capitalismo. La sua dichiarazione che indica la volontà, in realtà non immediata, di un pagamento in rubli dell’energia russa da parte dei compratori internazionali rappresenta l’espressione chiara dell’intenzione di beneficiare fino in fondo della natura speculativa del mercato monetario.

Putin sa bene che i contratti di vendita in corso sono stati definiti in dollari o in euro e sa, dunque, che una revisione unilaterale da parte russa con il pagamento in rubli costituisce una provocazione fortissima in relazione alle esportazioni cruciali per la tenuta della Russia. Sa, certamente, che si tratta di un pericolo perché scegliere il rublo potrebbe significare privarsi almeno in parte di valute forti perché alcuni Paesi, come Ungheria e Polonia, hanno riserve in rubli e, per certi versi, vuol dire mettere la moneta russa, e dunque le sorti dei russi, nelle mani dei mercati internazionali. Avendo chiaro tutto questo, però, dimostra di sapere anche che la sua dichiarazione, in buona misura futuribile, provoca, subito, la reazione degli operatori finanziari, dei fondi hedge e dalle banche d’assalto, velocissime a scommettere sul rafforzamento del rublo.

In altre parole è ben consapevole che ormai la turbo-finanza ragiona non sulla realtà ma sulle aspettative e dunque, in tale prospettiva, l’idea che il gas russo si paghi in rubli comporta subito un duplice, paradossale, effetto. Da un lato fa salire il prezzo del rublo che, infatti, ha recuperato in una seduta il 32 per cento, nell’ambito di un trend già in ripresa. Dall’altro spinge al rialzo il prezzo del gas e del petrolio perché i mercati, mentre comprano i rubli, pensano che la mossa di Putin potrebbe indurre l’Europa a reagire con un conseguente blocco, da parte russa, del gas. Quindi, in prospettiva, maggiore necessità di rubli e minore disponibilità di gas significano aumento del prezzo di entrambi. Dopo una forte svalutazione, che aveva fatto seguito alla decisione da parte di molti Paesi di bloccare le riserve della Banca centrale russa, la moneta di Putin sta così rapidamente riprendendo quota.

Da un cambio di 1 a 155, raggiunto il 7 marzo, si è tornati ad un cambio di 1 a 114, con una tendenza ad una ulteriore discesa proprio dopo la dichiarazione sull’utilizzo del rublo per i pagamenti. Una simile ripresa avviene perché proprio la Banca centrale russa sta ricomprando rubli a piene mani, per fermare la svalutazione e quindi l’inflazione. Peraltro, avendo portato i tassi al 20%, la stessa Banca ha indotto molti risparmiatori russi a riportare in banca i depositi che avevano ritirato e a ricomprare titoli russi perché attratti da rendimenti più remunerativi e perché convinti che le sanzioni vere, da parte dell’Europa, non ci saranno. Da dove provengono, infatti, le risorse con cui la Banca centrale russa compra rubli? La risposta è semplice: derivano dall’acquisto di gas, petrolio e carbone da parte dell’Europa. Si stima che tali acquisti siano pari, annualmente, ai prezzi attuali, a 250 miliardi di euro per il gas, a 200 miliardi per il petrolio ed anche a 44 miliardi per il carbone.

È evidente che con un simile flusso di valuta pregiata, trasferita attraverso i canali bancari, ancora pienamente aperti, Putin abbia gli strumenti per proseguire una lunga guerra, magari fidando anche sulle partite di cereali che sta indirizzando alla Cina. Varrebbe la pena ricordare peraltro che una parte non trascurabile dei capitali russi, disposti almeno per ora a sostenere Putin, sono in un “paradiso fiscale interno”, come Kaliningrad, e a Dubai, amene località dove vige ancora la normativa fiscale internazionale, in barba alle sanzioni. La dichiarazione di Putin sull’utilizzo “obbligato” del rublo si colloca in questo scenario: rappresenta uno strumento per indicare un’aspettativa di reintegro delle riserve pregiate della Banca centrale russa che dovrebbe essere la destinataria delle “conversioni” di euro e dollari in rubli, ricomponendo di fatto le riserve ora congelate e, al contempo, e costituisce la strada per il rafforzamento del rublo che, con il pagamento delle ingenti forniture energetiche, avrebbe ambizioni ad essere valuta di riferimento più ampia. Avere mercati internazionali di energia, monete, commodities dominati non dagli scambi reali ma dalle aspettative e quindi dalle scommesse, in questo momento, offre un chiaro vantaggio strategico per la Russia, e Putin dimostra di capirlo bene. Come il più spregiudicato dei surfisti della speculazione, il presidente russo sfrutta tutte le carte che la turbo-finanza gli offre, giocando continuamente al rialzo; gli operatori finanziari del “capitalismo”, in tale logica, sono i suoi più efficaci alleati.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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