Esteri / Intervista

La dipendenza dai combustibili fossili degli autocrati e la possibile democrazia rinnovabile

L’aumento della produzione di energia da eolico e fotovoltaico a prezzi sempre più bassi può ridurre la capacità dei regimi di utilizzare gas e petrolio come strumento di pressione politica. “Il comportamento di Vladimir Putin lo dimostra”, spiega Richard Folland del think tank Carbon Tracker

© Thomas Richter, unsplash

Il 7 marzo il vice premier russo Alexander Novak ha minacciato di interrompere le forniture di gas all’Europa attraverso il gasdotto Nord Stream Uno dopo lo stop voluto da Bruxelles al progetto Nord Stream Due. “Con la crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili a prezzi sempre più bassi dovrebbe ridursi la capacità di leader come Vladimir Putin e dei regimi di utilizzare l’energia come strumento di pressione politica”, spiega Richard Folland, policy and governamental affair adviser di Carbon Tracker, think tank finanziario indipendente specializzato sui temi della transizione energetica e il mercato dei combustibili fossili.

Folland, l’adozione su larga scala delle energie rinnovabili potrebbe avere un impatto sull’influenza geopolitica ed economica della Russia?
RF Con l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili -come l’eolico e il solare- dovrebbe ridursi il peso geopolitico e la capacità di influenza non solo della Russia, ma anche di altri Paesi produttori di petrolio e gas. L’aumento delle energie rinnovabili può ridurre la capacità dei regimi come quello di Putin di utilizzare l’energia e le politiche energetiche come un’arma, cosa che peraltro ha fatto spesso negli ultimi vent’anni. Esiterei però nel dire che le rinnovabili rappresentano una fonte di approvvigionamento energetico più democratica, perché ci sono molti Paesi produttori di petrolio, gas e carbone che sono democrazie. Ma la produzione domestica di energia “verde” può garantire ai singoli Paesi maggiore indipendenza attraverso la quale ottenere anche più sicurezza energetica. Quest’ultimo, in particolare, è un concetto che oggi deve essere ridefinito: diversi analisi e commentatori continuano ad affrontare questo tema in maniera “tradizionale”, riferendosi esclusivamente alle forniture di petrolio, gas e carbone. Ma in presenza di un forte mercato interno dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, un Paese può ottenere una maggiore indipendenza energetica ed essere così meno dipendente dalle importazioni.

Pensa che un futuro “libero” dalle fonti fossili possa portare cambiamenti geopolitici a livello globale? E quali?
RF Se riusciremo a realizzare il phase out dai combustibili fossili, come richiedono gli obiettivi climatici fissati dagli Accordi di Parigi, nel medio-lungo termine potrebbero esserci anche conseguenze da un punto di vista geopolitico. Inoltre, se ridurremo la dipendenza dai produttori di gas, petrolio e carbone ci sarà anche una maggiore stabilità dei prezzi dell’energia: Carbon Tracker ha pubblicato diversi studi sul tema, evidenziando il fatto che il costo l’energia prodotta con l’eolico o il fotovoltaico è in costante diminuzione. E già oggi è inferiore rispetto a quella prodotta con combustibili fossili.

Quali vantaggi può ottenere l’Europa da una maggiore indipendenza dai combustibili fossili?
RF Si tratta di una questione politica ed economica molto pressante. La Commissione europea ha pubblicato i piani in cui chiarisce come vuole ridurre la dipendenza dal gas russo: chiaramente ci saranno difficoltà a breve termine senza questa fonte di approvvigionamento ma se guardiamo al medio termine il comportamento di Putin sta sottolineando la necessità di accelerare la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. In concreto questo significa installare più parchi eolici e fotovoltaici, ma anche guardare ad altre fonti di energia: la Commissione europea, ad esempio, ha una strategia per l’idrogeno verde, che può portare benefici significativi per quei settori industriali per cui la decarbonizzazione è particolarmente difficile come l’acciaio e il cemento. E c’è un’attenzione ancora più grande sui temi dell’efficienza energetica delle abitazioni. Un ultimo tema è poi quello -controverso- del nucleare. Uno dei principali problemi legati alla costruzione di grandi impianti nucleari sta nel fatto che costano moltissimo denaro e i tempi di realizzazione sono molto lunghi per metterli in produzione. In questo ambito ci sono tecnologie che sono in fase di sviluppo, su cui si stanno investendo molto soldi, come i cosiddetti small modular reactors. Alcune di queste sono ovviamente soluzioni di medio termine, ma l’eolico e il fotovoltaico sono già così convenienti da un punto di vista economico da sostenere l’accelerazione delle installazioni e delle attivazioni di nuovi impianti.

Di fronte alla crisi in Ucraina alcuni governi -ad esempio quello italiano- hanno proposto di riattivare gli impianti a carbone e incentivare la produzione di gas “nazionale”. A suo avviso è una buona idea da un punto di vista economica?
RF Nel mio Paese, il Regno Unito, si sente molto parlare dell’aumento del costo della vita, in particolare per le famiglie a basso reddito e a come potranno gestire questi aumenti, causati anche dall’incremento del costo dell’energia. I governi hanno una responsabilità nei confronti dei loro cittadini e devono fare il possibile per ridurre i costi per le fasce più deboli. Nel breve periodo si possono mettere in atto interventi che prevedano l’uso di fonti di energia esistenti, come petrolio o il carbone, ma gli esecutivi devono evitare di investire in infrastrutture e progetti a lungo termine legati ai fossili. Nel Regno Unito, ad esempio, ci sono gruppi di pressione che stanno spingendo per avviare progetti di fracking e questo non ha senso: ci vorrebbero decenni per far decollare questa industria -che peraltro non trova consenso nell’opinione pubblica- investendo in infrastrutture che nel medio periodo non verrebbero più utilizzate e senza peraltro dare una risposta ai nostri bisogni energetici attuali perché il gas prodotto con il fracking non arriverà sul mercato molto presto. Per non parlare delle conseguenze sul clima. In conclusione: si tratta di interventi a breve termine che i governi possono mettere in atto, ma fondamentalmente quello che devono fare è accelerare la transizione verso un’economia a basse emissioni di anidride carbonica. Concentrandosi sulla diversificazione delle energie rinnovabili che, tra l’altro, permettono una maggiore flessibilità rispetto ai grandi progetti fossili.

Un mondo in cui la produzione di energia è più diffusa perché ciascun Paese può produrre dal sole o dal vento può essere anche un mondo più pacifico rispetto a quello attuale?
RF Come ho detto in precedenza, non direi che le rinnovabili rappresentano un approvvigionamento energetico più democratico. Ma lo scenario che ha descritto è probabile perché si riduce la concentrazione di risorse energetiche (che oggi sono nelle mani di pochi grandi produttori) per lasciare spazio a un modello in cui tutti i Paesi possono produrre in autonomia sfruttando il sole e il vento. Come lei suggerisce l’accesso alle fonti fossili è una potenziale fonte di conflitti: abbandonando un’economia ad alta intensità di carbonio si potrebbe ridurre la necessità di combustibili fossili e quindi il rischio di conflitti territoriali. C’è poi un altro elemento da tenere in considerazione, legato questa volta alla sicurezza climatica: gli impatti del cambiamento climatico sotto forma di eventi estremi sono sempre più visibili e queste catastrofi ambientali possono influire, ad esempio, sui flussi migratori. Affrontare il problema del cambiamento climatico e accelerare la transizione può ridurre anche i potenziali conflitti legati a questi fenomeni.

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