Cultura e scienza / Intervista

Roberto Castello. Il mondo si cambia con la forma

Il danzatore e coreografo spiega quale sia la responsabilità dell’arte tra “morale laica” e gioiosa improvvisazione. Ne parla la sua biografia artistica appena uscita per Ephemeria

Tratto da Altreconomia 244 — Gennaio 2022
© R. Papalino

Si intitola “Nel migliore dei mondi possibili” il libro di Edizioni Ephemeria di recente uscita che ripercorre la carriera e il teatro di Roberto Castello, tra i fondatori della danza contemporanea e per molti il più “ideologicamente impegnato”, fiero demolitore di tante menzogne contemporanee. L’autore (con Andrea Cosentino) del nostro iconico libro “Trattato di economia” e fondatore di ALDES, rete per le arti contemporanee, ha dialogato con noi.

Esiste la responsabilità dell’arte? Se sì, qual è e come ha a che fare con la politica?
RC La prendo da lontano. Mentre è ben chiara la funzione sociale di un panettiere, non altrettanto chiaro è a che cosa serva un artista; se serva a qualcosa o sia un parassita. Io che sono -come si dice più volte nel libro- un “moralista”, mi faccio un problema del fatto che in fondo “vivo dei soldi degli altri”. Non produco infatti patate o altri beni materiali. Con l’aggravante che il teatro, a differenza dell’industria discografica e delle arti visive, non produce neppure alcun oggetto durevole. L’unico apporto che mi sembra di poter dare alla collettività è quello di essere onestamente critico e condividere questo mio atteggiamento con chi viene a teatro. La responsabilità dell’arte credo sia quella di non venire mai meno alle proprie convinzioni, anche quando questo ha un prezzo. Interpreto il mio ruolo, insomma, non come quello di chi vende intrattenimento, o bellezza alla Sgarbi, ma come quello di chi crea oggetti effimeri che mettono le cose in discussione e in relazione fra loro.

Qual è lo spazio che prende nella tua opera il piano estetico?
RC Il piano estetico in arte è tutto. I contenuti e gli intenti sono solo una parte, e non la più importante. Il contenuto di un’opera è la sua forma, cioè il complesso delle scelte che vengono fatte in merito a come quell’opera deve arrivare al pubblico, non l’argomento di cui tratta e le tesi che sostiene. In particolare nella danza è il corpo che può raccontare, meglio di ogni altra cosa, quello che vogliamo rappresentare, ad esempio un mondo “sbagliato”.

Quali sono le “radici” più profonde che porti nel tuo lavoro?
RC Ho avuto un’educazione che credo si possa definire solidamente morale. Sono uno che si indigna con facilità e ho fin dalla più tenera età una profonda, sostanziale sfiducia nel sistema economico in cui viviamo. Lo trovo disfunzionale e ingiusto. Non per questo però credo si debba passare le giornate a incattivirsi rimuginando sulle ingiustizie del mondo. Un modo che mi sembra funzioni abbastanza bene per tenere insieme le due cose è allenarsi a cogliere il comico, e il ridicolo, che abbiamo intorno e dentro di noi.

© A. Botticelli

Un’altra cifra caratteristica del tuo lavoro?
RC Un elemento fondamentale è l’improvvisazione. In particolare nella danza e nella musica l’improvvisazione ha un’importante valenza politica perché va contro l’idea di opera come prodotto da esporre sugli scaffali del supermarket dell’industria culturale. Coltivare l’improvvisazione è presidiare i confini di una riserva indiana in cui sopravvive un’arte che osa, rischia e non ha terrore del fallimento. Improvvisare bene, con onestà e senza esibizionismo, è un gesto di bellezza pura che parla di generosità, gioia, fiducia.

Nel “Trattato di economia” è evidente un’altra costante dei tuoi lavori, lo “smontaggio della realtà”.
RC Smontare e rimontare storta la realtà, per renderla di nuovo evidente e leggibile, è la funzione dell’arte. Per riuscire a vedere le cose bisogna prenderne distanza, mettere un qualche tipo di cornice. Interpreto il mio lavoro come quello di chi cerca di ricordare a tutti che è prudente non dare mai nulla per scontato e dubitare di ogni certezza, a partire dalle proprie.

La patente di moralista la senti tua oppure te l’hanno affibbiata?
RC Sono convinto che i soldi non abbiano nulla a che vedere con la ricchezza, che la ricchezza sia solo dove c’è fiducia reciproca e che al contrario dove vige il principio della massimizzazione degli utili ci sia solo miseria. Credo che gli impianti di risalita siano una scemenza inutile e dannosa e che i villaggi turistici non siano da meno, non parliamo dei resort esotici. Penso che sia giusto pagare le tasse, anche tante, se questo dà accesso a servizi di qualità per tutti, e sottolineo per tutti. Penso che essere ricchi sia una colpa cui si può facilmente rimediare condividendo ciò che si ha con chi è meno fortunato e che il tempo lavorativo di tutti, nessuno escluso, abbia lo stesso valore; da quello di chi fa le pulizie a quello del Ceo, per utilizzare lo slang confindustriale. E questo non solo lo credo ma lo applico senza deroghe a me e a tutte le persone che la nostra compagnia assume. Che dici, me la merito la patente di moralista?

Secondo noi sì! E per fortuna -come ha scritto il critico Attilio Scarpellini nella quarta di copertina del libro su Roberto Castello- la sua arte “parla a tutti e di tutto”.

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