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Diritti / Reportage

Ritorno a Lesbo, l’isola che riflette le crisi che bruciano nel mondo

L'ingresso del campo di Mavrovouni sull'isola di Lesbo, in Grecia © Velania A. Mesay

A Lesbo, come in tutte le isole dell’Egeo, la popolazione migrante rinchiusa all’interno degli hotspot è tornata a crescere. Nonostante i respingimenti della guardia costiera siano ancora frequenti, dopo il naufragio di Pylos del giugno scorso si sono registrati più sbarchi. Dall’Afghanistan all’Eritrea, le storie di chi è in fuga da tirannie e povertà

In un pomeriggio d’inverno le strade del centro di Mitilene appaiono vuote. Per le vie, i pochi passanti si aggirano come spettri in cerca di rifugio dal vento; le vetrine dei negozi, quasi tutti chiusi, espongono vestiario estivo in ricordo dell’ultima stagione turistica e in attesa di quella futura. L’unico punto affollato di vita è l’angolo in cui ha sede un piccolo ufficio di Western Union. Lì, al freddo, stringendosi le braccia attorno ai giubbotti per evitare che l’aria del mare penetri oltre i vestiti, fanno la fila un gruppo di afghani ed eritrei.

Tra loro Abeba, arrivata sull’isola greca solo dieci giorni fa. È qui per ritirare dei soldi e comprare dei vestiti per una sua amica arrivata a fine gennaio, di sera, insieme ad un gruppo di migranti del Corno d’Africa. “Sono arrivati al campo con i vestiti ancora bagnati dal mare. Tremavano e portavano nello sguardo il terrore della traversata”. Gli sbarchi a Lesbo continuano nonostante le condizioni meteo siano proibitive. L’amica di Abeba è arrivata su una piccola imbarcazione in una notte in cui il vento ha raggiunto il picco di forza 30, con onde del mare alte cinque metri. E se lei ce l’ha fatta, ad altri non è toccata la stessa sorte: due persone che viaggiavano con lei hanno perso la vita ed un’altra risulta ancora dispersa. “È sotto shock” afferma la ragazza scuotendo la testa. E non è la prima volta dall’inizio dell’anno: il 10 gennaio altre tre persone sono decedute nello stesso tratto di costa dopo che il maestrale ha scaraventato il gommone sul quale viaggiavano su una parete rocciosa.

Su tutte le isole dell’Egeo la presenza di persone migranti è aumentata e l’hotspot di Mavrovouni è di nuovo sovraffollato, si contano al suo interno più di 5.000 presenze. La crescita degli arrivi è dovuta in parte alle conseguenze che il drammatico naufragio di Pylos del giugno 2023 ha avuto sulla politica dei pushback. Come ci conferma il coordinatore di Medici Senza Frontiere a Lesbo, Olivier Marteu, all’indomani di questo evento si è registrato “un calo dei respingimenti via terra” ovvero quelli che coinvolgevano i migranti che arrivati sulle isole dell’Egeo venivano individuati, spesso privati dei propri oggetti personali, e riportati in acque turche su imbarcazioni di fortuna. Anche se questa tendenza è in lieve calo non deve certo illudere di un cambio di passo: i numeri dei respingimenti rimangono altissimi, solo nel 2023 sono state più di 25mila le persone respinte in mare o via terra dalla guardia costiera ellenica. E anche il 2024 si è aperto con ripetuti pushback, tra cui quello che ha denunciato l’Aegean boat report dell’11 gennaio e che ha coinvolto 12 palestinesi trovati in acque turche su una zattera di salvataggio fabbricata in Grecia. Un respingimento che ha destato più clamore mediatico rispetto agli altri, data l’origine di chi l’ha subito. Eppure, non con poca ipocrisia, se da un lato l’Europa condanna il massacro di civili a Gaza e in Cisgiordania, dall’altro chiude gli occhi quando quelle stesse persone subiscono trattamenti inumani in frontiera. Non c’è da stupirsi: prima di loro anche ai siriani e agli afghani è stato riservato lo stesso trattamento.

È dal 2015 che l’umanità che popola Lesbo riflette i fuochi delle crisi che bruciano nel mondo. Ora nel campo ci sono principalmente afghani, eritrei ed etiopi. Li si vede camminare sfidando il freddo, sbilanciati dalla potenza del vento che li fa barcollare ad ogni soffio più forte. Ci sono bambini di ogni età, da quelli che hanno visto la luce in un’isola così estranea ai loro genitori a quelli che si stanno facendo adulti e patiscono l’attesa di vivere una quotidiana incertezza. C’è chi ha perso le speranze e rivive ogni giorno l’incubo del mare che è costretto a vedere tutti i giorni dall’hotspot che è costruito sulla riva. Come Axum che prova sempre a dargli le spalle: “Quando lo guardo mi ripeto che mai tenterei di riattraversalo”. Il suo nome a richiamo delle sue origini: viene dall’omonima cittadina del Tigray, regione settentrionale dell’Etiopia, dove dal 2020 al 2022 si è combattuta una delle guerre più sanguinose del XXI secolo e dove ora la popolazione è a rischio fame.

L’Ocha, l’ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari, ha dichiarato che sono più di 20 milioni gli etiopi bisognosi di aiuti alimentari. Molti esperti hanno evidenziato che, se non si interverrà al più presto, il rischio è quello di una carestia paragonabile a quella degli anni 80 che portò alla morte più di un milione di persone strette tra la morsa della siccità e delle politiche scellerate dell’allora dittatore Menghistu. E allora, di nuovo, non c’è da sorprendersi se salendo sull’autobus che collega il campo profughi al centro di Mitilene sembra di essere in una corriera diretta ad Addis Abeba. Stretti gli uni contro gli altri, c’è chi dal telefono riproduce un brano di Teddy Afro, il cantante più in voga tra i giovani del Paese, noto anche per le sue critiche contro il governo; e chi, invece, più anziano intona qualche litania religiosa stringendo una croce di Lalibela. A scendere dal bus per risalire la collina che porta a Parea -una Ong che offre supporto con corsi di formazione ai richiedenti asilo- c’è un gruppo di ragazzi eritrei che lamenta le terribili condizioni all’interno del campo. “Con i nuovi arrivi non c’è più spazio, siamo dieci in pochi metri quadri dove dovremmo essere in meno della metà”.

Poco si sa della loro richiesta d’asilo. La prima domanda valutata ad agosto, non appena arrivati sull’isola, è stata bocciata insieme a quelle di altri connazionali. Le richieste di protezione internazionale hanno subito degli intoppi denunciati anche dal Legal Centre Lesvos. L’organizzazione ha riportato come, a partire da settembre, a molti eritrei durante l’intervista negli uffici dell’immigrazione fosse stato richiesto di firmare un documento per cambiare la loro nazionalità da eritrea ad etiope.

Un assetto della Guardia costiera italiana “battente” lo stendardo di Frontex nel porto greco di Mitilene. Febbraio 2024 © Velania A. Mesay

È ciò che ci racconta anche uno dei ragazzi incontrati a Parea: “Io sono nato in Eritrea ma i miei genitori si sono trasferiti in Etiopia quando ero piccolo. Durante l’intervista il mediatore insisteva dicendomi che parlavo male il tigrino e che non potevo essere di Asmara”. La sua domanda è stata dunque respinta. E con lui sono in tanti quelli che hanno subito il medesimo trattamento. A fine ottobre la loro comunità ha deciso di ribellarsi inscenando una protesta chiudendo l’entrata principale del campo. La risposta delle autorità non ha aspettato a tardare e ha applicato lo stesso strumento utilizzato negli anni passati, quello della repressione. Nel 2020, i circa 13mila sfollati dall’incendio che distrusse l’hotspot di Moria organizzarono delle manifestazioni per chiedere al governo greco di poter essere ricollocati in altri Paesi dell’Unione europea o sulla terra ferma. Oltre alle manganellate, per dividere il fronte della protesta vennero diffusi dei volantini che intimavano tutti a far ingresso nel nuovo campo, pena la sospensione della valutazione della propria domanda d’asilo.

E sono di nuovo le minacce l’arma utilizzata contro le proteste di fine ottobre: a fare visita agli eritrei è stato un rappresentante degli uffici immigrazione che, come denuncia sempre il Legal Centre, ha intimato di respingere in toto le richieste d’asilo degli eritrei se questi avessero continuato a spacciarsi come tali. È seguita un’altra protesta a inizio novembre, ma anche questa con scarsi risultati: alcuni di coloro che hanno partecipato al sit-in sono stati convocati a un appuntamento durante il quale un ufficiale dell’Agenzia europea Frontex ha proposto loro l’opzione per un ritorno volontario in Etiopia. Per convincerli avrebbe inoltre proposto il pagamento di 500 euro per ogni persona che avesse accettato il cambio di nazionalità. Per portare più attenzione al caso, molti di loro hanno paventato la possibilità di iniziare uno sciopero della fame.

Uno dei ragazzi che ha partecipato alla protesta si dice stanco ma fiducioso. Ha gli occhi che brillano di speranza mentre esterna i suoi desideri. “Il mio sogno è andare negli Usa”, dice con un filo di malinconia. Certo che gli Stati Uniti sembrano così lontani da questa isoletta greca.

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