Diritti / Attualità

“Revocare il memorandum Italia-Libia”. L’appello della società civile

Decine di organizzazioni italiane, europee e africane chiedono al governo la revoca dell’accordo che da cinque anni blocca migliaia di migranti sul territorio libico in condizioni disumane. “Così si svuota il diritto d’asilo: l’impossibilità di chiedere protezione non è un effetto collaterale ma l’essenza del sistema”, spiega Adelaide Massimi di Asgi

Migranti in protesta davanti all'ufficio di Unhcr di Tripoli © Refugeesinlibya

“Revocare immediatamente il memorandum Italia-Libia”. È la richiesta rivolta da oltre 170 tra organizzazioni italiane, europee e africane e singoli cittadini al governo italiano a cinque anni dalla firma del 2 febbraio 2017 dell’accordo che ha “istituzionalizzato” i respingimenti delle persone in viaggio nel Mediterraneo centrale verso la Libia: 32.425 solo nel 2021, bloccandole nei centri di detenzione presenti sul territorio libico. “L’accordo esternalizza la frontiera oltre il Mediterraneo e non fa altro che svuotare di significato il diritto d’asilo perché è strutturato per far sì che le persone non possano raggiungere il territorio europeo: l’impossibilità di chiedere protezione non è un effetto collaterale ma l’essenza del sistema. Non solo: il memorandum agevola la strutturazione di un modello di sfruttamento e riduzione in schiavitù di cui i migranti diventano ‘vittime’”, spiega Adelaide Massimi, operatrice legale socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (asgi.it) che ha promosso l’iniziativa. Nell’appello si chiede anche all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e all’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) che operano in Libia di sottoscrivere la richiesta rivolta al governo italiano per evitare “qualsiasi rischio di connessione con le gravi violazioni dei diritti umani che derivano dal Memorandum”.

Migliaia di migranti riuniti nel comitato Refugees in Lybia protestano da più di due mesi di fronte all’ufficio dell’Unhcr a Tripoli, chiedendo il trasferimento in un Paese sicuro: nell’ottobre 2021, il governo libico ha effettuato rastrellamenti e arresti a tappeto di cittadini stranieri per le strade della capitale. “Dopo l’arresto, i cittadini stranieri sono stati portati nei centri di detenzione del ministero dell’Interno libico, dove hanno subito maltrattamenti e torture -si legge nell’appello-. Nel centro di Al Mabani sei persone sono state uccise e ventiquattro sono state ferite da colpi di armi da fuoco”. Refugees in Lybia denuncia le gravi violazioni che subiscono coloro che sono bloccati in Libia: arresti e detenzioni arbitrarie, violenze sessuali, torture. Trattamenti definiti nell’ottobre 2021 “crimini contro l’umanità” dalla Missione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite. “Il Memorandum -conclude Asgi- sta, nei fatti, agevolando la strutturazione di modelli di sfruttamento e riduzione in schiavitù all’interno dei quali sono perpetrate in maniera sistematica le violenze”.

Nonostante il quadro descritto, come racconta l’inchiesta pubblicata da Altreconomia l’Italia continua a finanziare interventi per rendere più efficace il sistema di rintracciamento e respingimento verso la Libia: navi, motori e un nuovo container mobile collegato al radar della base navale italiana di Abu Sitta, sulle coste libiche. “Un sistema che limita sia la libertà di movimento delle persone -continua Massimi- determinandone di fatto l’impossibilità di esercitare il diritto di chiedere asilo, sia la libertà personale con arresti arbitrari e detenzione prolungata nel tempo”. Una situazione che, in questi cinque anni, non è migliorata. Anche l’analisi delle attività finanziate dall’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo (Aics) italiana in Libia ha dimostrato come il problema sia strutturale. “I fondi venivano utilizzati, alla fine, anche per mantenere le strutture detentive. Tutte le misure implementate, se è il sistema di blocco stesso a essere lesivo di diritti fondamentali non incidono realmente sul miglioramento delle condizioni delle persone presenti nel Paese. Semplicemente aiutano a fare una narrazione più addolcita della realtà”, sottolinea Massimi.

Proprio per questo motivo, Asgi e i firmatari dell’appello chiedono “conto” anche a Unhcr e Oim del loro operato. L’Unhcr realizza in Libia programmi di evacuazione umanitaria (Etm) e resettlement verso i Paesi dell’Ue. Programmi dai numeri esigui ma soprattutto problematici dal punto di vista procedurale. “Spesso sono le guardie carcerarie che selezionano, anche in base alla nazionalità, i candidati a incontrare Unhcr -si legge nel documento-, il trasferimento nei Paesi terzi di transito avviene sulla base di possibilità future di un loro reinsediamento nei Paesi membri dell’Unione europea”. Un meccanismo di fatto “a carattere concessorio” in cui “l’accesso e il riconoscimento del diritto di asilo del rifugiato è affidato a procedure prive di garanzie sostanziali e procedurali”.

L’Oim, invece, realizza in Libia programmi di rimpatrio volontario, rivolti prevalentemente alle persone delle nazionalità escluse dai programmi di evacuazione. “La mancanza di controllo preventivo sulle attività da svolgere, senza richiesta di alcuna garanzia, senza obblighi di trasparenza e senza previa verifica dei rischi hanno in effetti esposto rifugiati, donne vittime di tratta, minori non accompagnati a rimpatri nei loro Paesi di origine dove la loro incolumità può essere messa in pericolo”, denunciano le associazioni firmatarie. In particolare, la situazione delle donne nigeriane vittime di tratta è emblematica: “Sono escluse dai programmi Etm e indirizzate verso i progetti di rimpatrio ‘volontario’ con gravi conseguenze sulla loro sicurezza. Se potessero raggiungere un Paese dell’Ue sarebbero meritevoli di protezione internazionale”.

In questa lotteria dell’asilo e della protezione, che dipende in prevalenza da guardie carcerarie spesso colluse con la rete di contrabbando “l’effettiva capacità delle organizzazioni internazionali di tutelare migranti e richiedenti asilo è estremamente limitata e dipendente dalle scelte delle autorità libiche”. “Chiediamo a Unhcr e Oim di analizzare e discutere pubblicamente la compatibilità giuridica con il rispetto dei diritti fondamentali delle azioni che realizzano in Libia -conclude Massimi-. L’unica strada percorribile è la revoca del Memorandum: non esistono iniziative capaci di migliorare un sistema, di blocco, che per come è strutturato svuota di significato il diritto d’asilo”.

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