Diritti / Attualità

Le criticità degli interventi delle Ong italiane nei centri di detenzione in Libia

L’Associazione studi giuridici sull’immigrazione presenta un report sulle conseguenze degli interventi di alcune organizzazioni italiane nei centri di detenzione per stranieri in Libia, finanziati dall’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo. “È possibile pensare che questa azione non contribuisca a foraggiare l’attività di soggetti che gestiscono lager?”, si chiedono i curatori

© Medici Senza Frontiere - Guillaume Binet

Da quando è stato firmato il memorandum con la Libia nel 2017, si è molto discusso sulla natura dell’intervento nei centri di prigionia in Libia a opera dell’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo (Aics). In particolare di quella linea sottile che separa il supporto concreto alla vulnerabilità delle persone detenute dal sostegno strutturale al funzionamento di centri di prigionia in cui sono sistematicamente negati i diritti umani. Il rapporto sugli interventi delle organizzazioni non governative italiane nei centri di detenzione, pubblicato il 15 luglio scorso dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), permette di fare chiarezza sulla reale natura del sostegno. Un documento che arriva a ridosso del voto in Parlamento che ha confermato il finanziamento alla Guardia costiera libica per altri 58 milioni di euro.

L’approfondimento si concentra su tre bandi finanziati dall’Aics nel 2017, per un valore di sei milioni di euro, che avevano come obiettivo una serie di interventi nell’area libica riguardanti le comunità locali e i centri di detenzione per migranti e rifugiati. Il finanziamento si inserisce nella più ampia cornice dell’intervento del ministero degli Esteri in Libia che ha comportato, con l’istituzione del Fondo Africa con la Legge di bilancio 2016, la destinazione di circa 60 milioni di euro per interventi nell’area libica dal 2017 al luglio 2020. I bandi prevedevano, in generale, attività volte potenzialmente a far fronte ai bisogni quotidiani delle persone detenute quali cure mediche e medicine essenziali, supporto e counselling psico-sociale, alimenti e generi di prima necessità. La prima problematica riguarda proprio la capacità di controllo del soggetto incaricato a svolgere il servizio e quindi l’impossibilità di avere la certezza che i detenuti abbiano concretamente beneficiato di questi aiuti diretti.

L’Ong Helpcode è l’unica ad aver previsto un sistema di sorveglianza da remoto sostenendo spese pari a 22mila euro. Il sistema prevedeva esclusivamente la tracciabilità dello spostamento degli automezzi che trasportavano i beni, ma non la loro effettiva consegna. I casi sono due. Le circostanze sul campo non rendono necessario un controllo, ma in tal caso Helpcode avrebbe realizzato un cospicuo esborso inutile, oppure un tale controllo, seppur necessario, non viene effettuato. “Nel caso specifico -spiega l’avvocato Salvatore Fachile, uno dei curatori del rapporto- la capacità di controllo è quantomeno dubbia nella generalità di casi, impossibile in molti di essi. Se una Ong prevede nel budget un controllo è perché evidentemente è necessario. D’altronde risulta essere poco plausibile, per chi ha un minimo di cognizione su cosa siano questi centri di detenzione, che la milizia che gestisce il centro e riceve i beni consegni successivamente tutto il materiale ai beneficiari, piuttosto che il personale dell’Ong chiamato a consegnarli possa imporre la propria volontà”. Personale dell’Ong che, come previsto dal bando, non può essere italiano.

Da questa considerazione discende un quesito centrale per la valutazione della “bontà” dei progetti. “È possibile che un finanziamento traducibile in beni materiali ed economici possa essere consegnato a soggetti intermediari che di fatto sono criminali di guerra? È possibile pensare che questa azione non contribuisca a foraggiare l’attività di soggetti che gestiscono lager? Un finanziamento di beni, in fondo, costituisce indirettamente un finanziamento per le milizie stesse”, prosegue Fachile. Soprattutto considerando che in alcuni casi questo finanziamento si è tradotto, come segnalato dai progetti, anche in interventi durevoli e non essenziali sulle strutture detentive: il rifacimento di muri e pavimenti, l’installazione di caldaie per l’acqua calda, il ripristino di cancellate. “Determinate attività non possono che essere sfruttate dalle milizie per trattenere queste persone e quindi nel momento in cui vengono finanziate di fatto avallano l’esistenza e la funzione dei lager”, specifica l’avvocato. “Se ripristini le funzionalità di un cancello, potrai giustificare spiegando che serve per non far entrare milizie dall’esterno che rapiscano cittadini stranieri, ma risulta evidente che la prima funzione del cancello è quella di non far uscire chi è rinchiuso all’interno”.

I centri di detenzione per migranti in Libia interessati da interventi di Ong italiane con fondi Aics

Nel rapporto si evidenzia come non esistevano le precondizioni per un intervento capace di migliorare realmente le condizioni delle persone detenute, ma soprattutto come l’erogazione dei fondi non sia legata a nessuna condizionalità nei confronti del governo di Tripoli. Lampante è l’esempio delle donne e dei bambini. I bandi prevedono la creazione di spazi da gioco per bambini e distribuzione di cibo, ma nessuna misura che tenti di diminuire la presenza di queste persone vulnerabili nei centri. “Quel che è evidente è che non ci sono elementi che portino a pensare che lo scopo ultimo del bando fosse, attraverso un finanziamento indiretto, quello di costringere le milizie ad un miglioramento delle condizioni generali della detenzione”, spiega Fachile. “Sarebbe stato ingenuo perché sarebbe stato comunque difficoltoso valutare questo miglioramento. Quel che è certo è che non è stato fatto neanche un tentativo: questi bandi sono esclusivamente assistenziali”.

Un documento, quello redatto da Asgi all’interno del progetto Sciabaca&Oruka, che ha un obiettivo preciso. “In chiave storica e politica può già esserci un giudizio espresso in maniera secca, che si traduce nell’impossibilità di attribuire a questi progetti un valore differente da quello di avallare l’esistenza di questi centri di detenzione”, prosegue Fachile. “Dal punto di vista giuridico no. Con questo documento, razionalizziamo un dibattito aperto da molto tempo e questo permette di creare le condizioni per poter valutare in un secondo momento se sia configurabile una responsabilità giuridica o meno”, conclude. L’Aics ha sempre negato l’accesso ad alcuni documenti chiave, come ad esempio i testi dei progetti, che non permettono di comprendere pienamente la situazione. L’onere della prova si sposta ora sui soggetti attuatori che dovranno “rispondere” alle accuse mosse da Asgi.

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