Finanza / Attualità

A Piazza Affari il postino ha sbagliato casella

Dalla quotazione in Borsa di un anno fa Poste Italiane ha bruciato quasi un miliardo di capitalizzazione, ma il ministero dell’Economia pensa di privatizzare un ulteriore 29,69% della società nel 2017. E il 4 novembre è in programma uno sciopero generale

Francesco Caio, ad di Poste Italiane spa, festeggia la quotazione in Borsa della società, nell'ottobre del 2015
Francesco Caio, ad di Poste Italiane spa, festeggia la quotazione in Borsa della società, nell'ottobre del 2015

Nei primi sei mesi del 2016, Poste Italiane spa ha realizzato un utile di 565 milioni di euro. Nello stesso periodo, il gruppo -che da fine ottobre 2015 è quotato alla Borsa di Milano- ha chiuso 205 uffici postali.
Il comparto “Servizi postali e commerciali”, ossia corrispondenza e corriere espresso (quelli protagonisti di tutti la campagna pubblicitaria che ha preceduto la privatizzazione dell’autunno scorso), valgono ormai appena il 10,6% del bilancio totale, 1,88 miliardi di euro su 17,68 miliardi di euro, un dato in continua caduta. Basti pensare che nel primo semestre del 2015, la corrispondenza copriva ancora il 12,1% del fatturato di Poste Italiane spa. Le Poste sono invece, e sempre più, un’azienda specializzata in “Servizi Assicurativi e Risparmio Gestito”, che hanno garantito tra gennaio e giugno 2016 ricavi per 12,85 miliardi di euro (erano 11,23 nel 2015).

Nei primi sei mesi del 2016, nonostante numeri in crescita -più 10,8% per quanto riguarda i ricavi, +29,8% per gli utili- il numero di dipendenti di Poste è calato di 1.474 unità. Ecco perché il 4 novembre è previsto ciopero generale nazionale di tutti i lavoratori e le lavoratrici di Poste Italiane, convocato da Slc Cgil, Slp Cisl, Failp Cisal, Confsal Com, e Ugl Comunicazioni. La mobilitazione -spiegano le sigle sindacali- mira a “scongiurare la vendita e la privatizzazione di un’ulteriore quota del pacchetto azionario di Poste Italiane e per ribadire l’importanza che una Azienda di servizi e di logistica rimanga di indirizzo pubblico e possa essere un asset strategico per il rilancio del nostro Paese e non un altro pezzo di Paese svenduto sul mercato per fare cassa”.

Tra la prima metà del 2015 e la prima metà del 2016, infatti, il grande cambiamento in seno a Poste Italiane è rappresentato dalla quotazione in Borsa, il 27 ottobre dello scorso anno: dall’operazione lo Stato ha ricavato circa 3,1 miliardi di euro. Nel corso del 2017 il ministero dell’Economia (MEF) vorrebbe cedere un ulteriore 29,69% delle azioni, quelle rimaste di sua proprietà dopo che il 35% del capitale è passato a Cassa depositi e prestiti (CDP). La Cassa e il ministero dell’Economia sono anche le parti correlate che garantiscono a Poste ricavi per oltre un miliardo di euro nei primi sei mesi del 2016: CDP riconosce una commissione per il collocamento dei Buoni fruttiferi postali e la raccolta del risparmio postale, mentre il ministero paga un corrispettivo per il cosiddetto “servizio universale”.

Nel primo giorno a Piazza Affari le azioni di Poste Italiane spa erano scambiate a 6,7 euro; mercoledì 2 novembre hanno chiuso a 5,95 euro: la capitalizzazione (e cioè il valore della società) è sceso dell’11 per cento rispetto al momento della privatizzazione. Significa che è evaporato quasi un miliardo. E che un valore pari a 650 milioni di euro per l’azionista pubblico (MEF e CDP) è già stato bruciato nel primo anno in Borsa.

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