Economia / Opinioni

Perché la promessa “riforma del fisco” del governo Draghi è pura cosmesi

Nelle nove pagine della delega fiscale presentata dal governo manca una seria volontà di restituire progressività e giustizia al sistema fiscale italiano, assegnando un’imposizione maggiore a chi ha redditi più alti ed eliminando evidenti disparità di trattamento a vantaggio dei ricchi e delle rendite. L’analisi di Alessandro Volpi

© Jon Tyson - Unsplash

Sulla delega fiscale, all’interno del governo e della maggioranza, è in atto uno scontro che sembra davvero tutto propagandistico. Le nove paginette e i 10 articoli della legge delega, infatti, sono una mera promessa di “manutenzione ordinaria” del sistema fiscale, senza alcuna reale visione di cambiamento e rinviando, ancora, ogni vera modifica a dopo il 2026. Si dichiara la volontà di intensificare la lotta all’evasione e all’elusione con nuovi strumenti, quando, secondo quanto ha sostenuto lo stesso direttore dell’Agenzia dell’entrate, gli strumenti, efficaci, ci sono da tempo, e si afferma l’intento, ancora una volta, di semplificare, facendo prevalere l’efficienza delle misure alle procedure, con il rischio neppure troppo velato di nuove sanatorie fiscali.

Si prevede poi la ristrutturazione di alcuni cespiti, rigorosamente a parità di gettito, e si annunciano non ben definite modifiche delle aliquote medie e marginali dell’Irpef e dell’Iva, a cui accompagnare il superamento dell’Ires e dell’Irap; un’operazione che così come viene qualificata nella delega pare davvero tutta nominalistica, magari per complicare piuttosto che semplificare, basti pensare agli enti locali costretti ad un nuovo cambio di denominazione delle stesse imposte.

Il punto forte, la riforma del catasto, in grado di garantire una rappresentazione reale del patrimonio immobiliare del Paese, non avrà rilevanza ai fini della determinazione dell’imponibile fiscale; in pratica si tratta di una misura meramente conoscitiva che, senza ricadute fiscali, rischia di rendere ancora più paradossale la situazione. In sostanza si disporrebbe del valore reale del patrimonio immobiliare italiano che continuerebbe ad essere tassato senza tener conto di quanto intervenuto negli ultimi trent’anni di cui si avrebbero invece, dopo la revisione, riscontri certi.

In estrema sintesi, il governo Draghi sembra voler operare una cosmesi complessiva del sistema fiscale per assolvere al compito affidatoci dall’Europa di rendere più semplice il pagamento dei tributi. Un po’ poco per scatenare una rissa politica. Non c’è traccia nella delega di una seria volontà di restituire progressività e giustizia al sistema fiscale italiano, assegnando un’imposizione maggiore a chi ha redditi più alti ed eliminando evidenti disparità di trattamento a tutto vantaggio di alcune fasce di popolazione – quelle più ricche – e di alcune tipologie di reddito, a cominciare dalle rendite.

Non si pone neppure il problema delle infinite cedolari secche che stanno aggravando le distanze tra le diverse forme di reddito. Nessun accenno alla tassazione finanziaria, nonostante il proliferare di strumenti, più o meno complessi, che stanno distorcendo i prezzi reali dei beni e facendo schizzare inflazione e bollette. Del resto la scarsissima ambizione di restituire significato all’art. 53 della Costituzione, pur citato in apertura della delega, insieme all’art. 3, emerge dal Fondo destinato al finanziamento della “riforma”: 2 miliardi nel 2022 e 1 miliardo nel 2023, che, si specifica, non dovranno gravare sui conti pubblici e non dovranno comportare “alcun aumento fiscale”, fidando di nuovo sulla panacea della lotta all’evasione. In più, si aggiunge nella delega, ogni decreto che introduce ognuna delle misure previste potrà essere varato solo dopo aver adottato i provvedimenti per reperire le risorse necessarie.

In altre parole, facciamo i compitini a casa, dimostriamo all’Europa che siamo studenti modello nella semplificazione, ma lasciamo perdere la troppo complessa ricerca della giustizia fiscale; quella di cui il Paese avrebbe davvero bisogno. Dunque, perché uno scontro politico così forte che, alla fine, in ogni caso, si conclude con il mantra della “condanna” di qualsiasi eventualità di aumento fiscale persino per i plurimilionari? Peraltro è davvero singolare che qualche forza politica spinga persino per utilizzare “il tesoretto” emerso nella Nota aggiuntiva al Def per ridurre le tasse.

Come è noto il presidente Draghi e il ministro dell’Economia Franco hanno fatto riferimento, appunto, a un “tesoretto” di 22 miliardi di euro a disposizione delle finanze pubbliche che deriverebbe dal fatto che il rapporto deficit-pil non sarà dell’11,8 come previsto a primavera, ma del 9,4 per cento. È evidente però che un simile tesoretto è possibile solo se viene comunemente accettato che l’Italia possa continuare a stare ben lontana dal totem del 3 per cento tra deficit e pil e ancor più dal rito del pareggio di bilancio. In altre parole il tesoretto c’è se non si applicano le regole europee; forse servirebbe una narrazione politica in tal senso e non la schizofrenia che da un lato celebra i grandi fasti della ripresa, e del tesoretto, e dall’altro dichiara di non voler mettere in discussione i vincoli europei, ipotizzando, con un triplo salto mortale, persino di usare quel minor deficit per finanziare la riduzione delle entrate.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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