Economia / Opinioni

Il condono tombale del governo Draghi colpisce i veri danneggiati dal Covid-19

Lo stralcio delle cartelle esattoriali voluto dell’esecutivo ha ben poco a che fare con le difficoltà della pandemia e sottrae risorse necessarie stimate in 500 milioni di euro a fronte di un controvalore di 20 miliardi. In nome della “semplificazione” si sacrifica l’equità fiscale. L’analisi di Alessandro Volpi

© Wilhelm Gunkel - Unsplash

Il governo Draghi ha varato il condono-stralcio delle cartelle esattoriali, ponendo alcuni limiti, a cominciare da quello del reddito, ad un provvedimento che avrebbe potuto avere i caratteri della colossale sanatoria.
Si tratta di una misura molto discutibile, motivata dall’impossibilità di riscuotere i crediti e dalla volontà di alleggerire la mole di lavoro degli agenti della riscossione che in realtà hanno operato decisamente male. Se è vero infatti che rispetto alla proposta originaria di estendere l’area temporale del condono al 2015 senza limite alcuno di reddito sono stati introdotti alcuni limiti correttivi, tra cui l’esclusione dallo stralcio delle multe stradali, dei pagamenti di danni erariali e dei debiti per il recupero di aiuti di Stato, con una riduzione a “soli” 16 milioni di ruoli sui 61 ipotizzati, anche la soluzione adottata suscita grandi dubbi.

Cancellare cartelle fino al 2010 per una somma di cui ben oltre la metà è costituita da more e sanzioni risulta davvero poco comprensibile; perché perseguire la scelta di non far pagare, neppure somme decisamente contenute, a chi avrebbe potuto farlo in un momento in cui la crisi non aveva ancora cominciato a mordere?
Davvero, una simile scelta ha ben poco a che fare con le difficoltà dell’attuale pandemia e, però, proprio alle risposte necessarie all’attuale pandemia toglie risorse importanti stimate in circa 500 milioni di euro a fronte di un controvalore di 20 miliardi.

Il limite dei 30mila euro di reddito per beneficiare della cancellazione, poi, rischia di essere una causa, come avvenuto in altri casi, per alimentare l’evasione fiscale; sarebbe stato necessario invece aggiungere all’indicazione del reddito altre forme di certificazione della reale ricchezza dei destinatari del provvedimento che non sono state inserite, di nuovo, in nome di una semplificazione delle procedure destinata a sacrificare l’equità fiscale.

Ma il limite maggiore è di natura culturale. Utilizzare uno strumento tombale a vantaggio di chi non ha adempiuto agli obblighi minimi di rispetto delle regole, motivandone l’adozione con la necessità di dare sollievo a quella stessa platea di soggetti ancora passibili di riscossione e con le difficoltà di recuperare ormai le somme non pagate, rappresenta un’evidente disparità sociale, e culturale appunto, rispetto a chi ha contribuito con costanza a sostenere in primis la crescente spesa universalistica dello Stato e ai veri danneggiati dalla pandemia.

È assai dura da accettare in tal senso anche la norma generale secondo cui nella soluzione adottata dal governo Draghi trova spazio la strada per una sbrigativa riforma complessiva per tutti i vecchi crediti, con l’obiettivo di cancellarli in via automatica dal momento in cui, passati cinque anni dall’affidamento all’agente della riscossione, potranno essere qualificati come “inesigibili” se non sono state avviate procedure esecutive o non sono stati intrapresi percorsi di definizione agevolata.

Si tratta dell’applicazione di un principio presente in altri ordinamenti europei dove esistono situazioni che non sono però in alcuna misura comparabili con quella italiana. I numeri del fallimento conosciuto negli anni dai sistemi di riscossione italiani sono infatti davvero impressionanti e praticamente unici non solo in Europa ma nel mondo.

Il valore complessivo dei ruoli affidati all’ex Equitalia dall’Agenzia delle entrate, da istituti previdenziali e dagli enti locali tra 2000 e 2020 che non sono stati riscossi supera i 980 miliardi di euro: una montagna di risorse evase che riguarda 17,9 milioni di contribuenti e che lo Stato molto probabilmente non sarà in grado di recuperare mai. “Ormai esistono solo nominalmente”, ha dichiarato in audizione alla Camera il direttore dell’Agenzia, Ernesto Maria Ruffini. Il 41%, infatti, fa capo a nullatenenti, falliti o deceduti, un altro 45% è già stato oggetto di azioni cautelari o esecutive come il fermo della macchina o un pignoramento, senza raggiungere alcun risultato. Rimangono quindi 17 miliardi di euro già oggetto di rateizzazione e 74 miliardi aggredibili solo sul piano formale perché le azioni di recupero sono “inibite o limitate” da norme a tutela del contribuente come l’impignorabilità della prima casa. Peraltro, in segno di aperta sconfitta, la misura varata dal governo Draghi “condona” parimenti le pratiche relative alla rottamazione ter e saldo stralcio, interrompendo di fatto persino la riscossione già avviata dall’Agenzia delle entrate.

In estrema sintesi, all’evasione fiscale, che è ogni anno pari ad oltre 100 miliardi di euro, si aggiungono mancati pagamenti esattoriali per circa altri 50 miliardi, a cui con il condono attuale si dichiara di rinunciare formalmente. Davvero troppo per uno Stato con una spesa pubblica in costante lievitazione.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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