Economia / Opinioni

Tornano le inutili sirene dell’austerità. È una trappola

Con lo spettro (inesistente) dell’inflazione c’è chi ripropone una riduzione della liquidità da parte della Bce e un qualche tipo di austerità nel prossimo futuro. L’idea di un capitalismo autosufficiente, però, è un’illusione. Il commento di Alessandro Volpi

© Marcel Strauß - Unsplash

Siamo di fronte a una grande trappola. I rendimenti dei titoli di Stato decennali a stelle e strisce sono tornati a salire sopra l’1,5%, scatenando immediatamente previsioni sul prossimo futuro. L’opinione dominante, infatti, lega questo aumento all’ipotesi che la possibile ripresa di alcune parti dell’economia mondiale determini un aumento della domanda di materie prime ed energia tali da generare una ripresa dell’inflazione. Dunque se ripartisse l’inflazione, le banche centrali sarebbero indotte a ridurre le iniezioni di liquidità e, di conseguenza, sarebbe inevitabile un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato per trovare compratori.

L’impressione tuttavia è che il rialzo dei tassi dei titoli Usa anticipi fin troppo una simile prospettiva e serva piuttosto a un duplice scopo, tutto americano. Da un lato, il Tesoro statunitense vuole finanziarsi attraendo la liquidità europea con il più tipico carry trade -prendo a prestito a tassi zero in Europa e compro titoli Usa con rendimento- e dall’altro tende a spingere la Banca centrale europea, per la fatidica paura dell’inflazione, ad aumentare a sua volta i tassi. Questa seconda opzione mira a indebolire le economie del Vecchio continente, private di liquidità, e a rafforzare fin troppo l’euro per renderlo poco competitivo. Si tratta, appunto, di una grande trappola in una fase in cui l’inflazione, negli Stati Uniti come in Europa, non si allontana troppo dallo zero. La Bce non dovrebbe caderci, avendo ben chiaro che Jerome Powell e la Federal Reserve continueranno a creare carta moneta a sostegno della “bidenomics”. Come in una partita a scacchi, Janet Yellen ha mosso per aprirsi la strada verso lo scacco matto.

Christine Lagarde dovrebbe evitare di ascoltare le inutili sirene dell’austerità, sollecitate da un aumento dei rendimenti dei titoli americani davvero subdolo e strumentale. Del resto è evidente che siamo in uno scenario nuovo. La Camera degli Stati Uniti ha approvato il piano da 1.900 miliardi di dollari che ora passerà all’analisi del Senato con l’obiettivo, da parte della presidenza di Joe Biden, di approvarlo entro la metà di marzo. Si tratta di un intervento imponente che, rispetto ai programmi di sostegno pubblico posti in essere in passato da Bush e Obama di fronte alla crisi del 2008, è composto in larghissima misura di sussidi diretti agli americani, senza passare attraverso banche e imprese.

In realtà, il piano di Biden è una novità, in parte già introdotta da Trump, nei confronti di una lunga tradizione americana, storicamente poco disponibile a soluzioni questo tipo. Sottraendo gli 85 miliardi, dedicati al piano vaccinale, oltre 400 miliardi sono rappresentati da assegni da versare agli americani per cifre tra i 1.400 e i 2.800 dollari, a cui si aggiungono 400 miliardi in sussidi ai 19 milioni di disoccupati a stelle e strisce. Altri 200 miliardi saranno indirizzati alle scuole e 350 per far fronte alle difficoltà di Stati e amministrazioni locali, in gran parte in affanno per l’esplosione della loro spesa sociale. In pochi mesi, in altre parole, gli Stati Uniti hanno pianificato un sistema di ammortizzatori sociali fino a oggi sconosciuto, pur avendo un debito pubblico che ha superato il 130% del Prodotto interno lordo. Resta peraltro aperta l’ipotesi del salario minimo che Biden vorrebbe portare a 15 dollari.

La pandemia sembra aver dimostrato che l’illusione del capitalismo autosufficiente è tramontata e neppure gli investimenti pubblici bastano a uscire da una crisi così profonda. Servono davvero strumenti universali di sostegno al reddito di cui proprio l’Italia, in primis, ha estremo bisogno. I dati Istat certificano un crollo del Pil italiano nel 2020 dell’8,9%, stimandolo in 1.572 miliardi di euro. Era dal 1998 che tale dato non era sceso sotto i 1.600 miliardi, a dimostrazione di come gli effetti della pandemia abbiano di fatto cancellato 23 anni. Ancora secondo le ultime rilevazioni Istat la pressione fiscale è cresciuta, sempre nel 2020, al 43,1% dal 42,4% dell’anno precedente, ma un simile incremento è dipeso da una pesante caduta delle entrate del 6,3%.

Nonostante tutto ciò, alcuni giornali italiani hanno presentato la notizia dei dati Istat sottolineando come l’inflazione sia cresciuta dello 0,6% su base annua, peraltro senza alcuna attenzione alla composizione interna di questo microscopico aumento. L’impressione, ancora, una volta è che si voglia coltivare la paura di un’inflazione inesistente per minacciare l’ipotesi di una riduzione della liquidità da parte della Bce e, dunque, ventilare un qualche tipo di austerità nel prossimo futuro. La stampa italiana, o almeno gran parte di essa, è decisamente incomprensibile nelle sue analisi.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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