Economia / Approfondimento

Una riforma fiscale per contrastare le disuguaglianze. Ecco perché

A quasi cinquant’anni dall’entrata in vigore si impone una revisione profonda dell’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, per garantire davvero progressività ed equità. Il Parlamento ha iniziato a discuterne

Tratto da Altreconomia 236 — Aprile 2021
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L’articolo 53 della Costituzione traccia i contorni del fisco italiano. Spiega che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. A quasi cinquant’anni dall’entrata in vigore dell’Irpef (nel 1974) -l’imposta sul reddito delle persone fisiche che riguarda oltre 41 milioni di contribuenti- occorre una riforma fiscale: lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi e pensionati pagano oltre 200 miliardi di euro di tasse, pari al 40% delle entrate fiscali (nel 2019) e i criteri di equità a cui era improntata inizialmente l’Irpef sono andati scemando. Una revisione è fondamentale per “aggredire” le disuguaglianze.

Che si debba intervenire e presto lo ha detto anche Mario Draghi (in foto), nel discorso con cui il 17 febbraio ha chiesto per il suo governo la fiducia in Parlamento: “Va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività”. Secondo il presidente del Consiglio, “una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo”, poiché “indica priorità, dà certezze, offre opportunità” e rappresenta l’architrave della politica di bilancio.

Ne è convinto anche Alessandro Volpi, professore di Storia contemporanea all’Università di Pisa che da anni approfondisce la questione fiscale: “Sono cambiati i processi di produzione della ricchezza e del reddito, che con la smaterializzazione dell’economia non è più basato sulla ‘fisicità’ dei beni. A fronte di questa situazione, un sistema fiscale di cui l’Irpef resta l’asse portante è necessariamente disomogeneo, perché grava in maniera troppo marcata su alcune categorie dei lavoratori e sulle fasce di reddito medie”, sottolinea Volpi.

Secondo lui è iniquo un sistema che pesa sul lavoro perché incapace di tassare in modo adeguato imprese che producono beni materiali -Ikea- e non materiali -Google, Facebook, Amazon- capaci di sfruttare le maglie larghe di un sistema che offre loro strumenti legali di elusione: per questo, oltre a una riforma del fisco in Italia, perché torni a rispondere al mandato dell’articolo 53 della Costituzione, occorrono nuovi meccanismi di prelievo di natura sovranazionale, che aggrediscano la produzione di ricchezza delle multinazionali nei singoli Paesi in cui queste sono presenti.

4% l’imposta di successione in Italia è ben al di sotto della media dei Paesi Ocse (15%)

Le indicazioni di Draghi e le analisi di Volpi trovano eco in Parlamento, dov’è in corso una “Indagine conoscitiva sulla riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e altri aspetti del sistema tributario”. I lavori, deliberati a novembre 2020, vedono impegnate la Commissione Finanze della Camera e l’omologa del Senato. Le audizioni, iniziate nel mese di gennaio 2021, hanno coinvolto e coinvolgono numerosi soggetti istituzionali (Istat, Banca d’Italia, Agenzia delle entrate, Ufficio parlamentare di bilancio) ma anche docenti universitari e rappresentanti di categorie e parti sociali.

Il presidente del Consiglio Mario Draghi © www.governo.it/it/Filippo Atti

L’analisi dei resoconti e delle memorie depositate offre uno spaccato degli interventi necessari, a partire appunto dall’Irpef. Il primo, fondamentale, riguarda una revisione del sistema di scaglioni e aliquote. Dal 2007 ne esistono cinque, con una differenza di appena 20 punti percentuali tra quella minima del 23% (per redditi inferiori ai 15mila euro) e quella massima del 43% (per chi guadagna più di 75mila euro). Tra il 1974 e il 1982, invece, l’aliquota minima era fissata al 10% e quella massima al 72%, con una differenza di 60 punti percentuali. Inoltre, il meccanismo di detrazioni, deduzioni, esenzioni, esclusioni e riduzioni di aliquota che è conosciuto come “tax expenditures” provoca quelle che Vincenzo Visco -ex ministro del Tesoro e delle Finanze e vice ministro dell’Economia tra i primi anni Novanta e il 2008- definisce “distorsioni erratiche della progressività” e “un ulteriore aggravamento del prelievo sui ceti medi”. In realtà le aliquote effettive sono più alte per chi ha un reddito compreso tra i 28mila e i 35mila euro o tra i 35mila e i 40mila che non per chi superi i 75mila euro di reddito. Un intervento sulle aliquote è fondamentale perché, come ha spiegato Giacomo Ricotti, capo del servizio Assistenza e consulenza fiscale di Banca d’Italia, l’Irpef vale oltre un quarto della capacità redistributiva del sistema fiscale e previdenziale italiano: è un elemento centrale quando si tratta di affrontare il problema delle disuguaglianze.

 

Due gli aspetti su cui intervenire: uno riguarda quella che Volpi definisce “la giungla delle oltre 700 detrazioni e deduzioni”, che andrebbero mantenute in vita “solo quando sono in grado di produrre benefici effetti sociali e non limitate situazioni di privilegio”. Un dato evidenzia il paradosso: le istruzioni al modello dichiarativo Irpef (Unico 2020) sono fatte di 341 pagine. Gli oneri detraibili, esclusi quelli legati alla famiglia, come i figli a carico, risultano addirittura regressivi: la loro entità è infatti legata a spese che crescono all’aumentare del reddito.

Un esempio sono le “detrazioni per ristrutturazione/riqualificazione energetica”, che Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia delle entrate, ha individuato nella sua audizione. L’intervento di Ruffini fa riferimento anche ad altre disposizioni normative che hanno un effetto distorsivo. Una riguarda le addizionali comunali e regionali dell’Irpef, che variando per ogni Comune e per ogni Regione rendono diseguale il carico sui cittadini che hanno uno stesso reddito ma vivono in territori diversi. Tra il 2000 e il 2019 il gettito legato alle due addizionali è cresciuto tra le nove e le 15 volte in più rispetto a quello del gettito Irpef nazionale, evidenziando un ricorso crescente a questa modalità di intervento.

Altre questioni aperte evidenziate da Ruffini riguardano la cedolare secca sugli affitti e quella sulle locazioni brevi (dove hanno un ruolo di primo piano società come Airbnb) e la tassazione dei redditi da capitale. In che modo la cedolare secca sia un fattore che porta iniquità Volpi lo spiega così: “A parità di reddito, alcuni soggetti possono avere una imposizione fiscale diversa. Chi dovesse avere un imponibile di 60mila euro come lavoratore dipendente, ha un’aliquota del 43%. Se io vivo di rendita affittando appartamenti e guadagno la stessa cifra, sul mio reddito pago appena l’11%”. L’immagine del proprietario di immobili non è peregrina: tra il 2011 e il 2018 i contribuenti che hanno optato per la cedolare secca sono passati da 500mila e 2,5 milioni e se grazie a una riforma fiscale questi redditi da locazioni dovessero tornare a pagare un’imposta progressiva, quella maggiore graverebbe per il 51% sul 10 per cento dei contribuenti, quelli col reddito imponibile più alto (il dato è un’elaborazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio).

 

C’è poi l’anomalia delle rendite finanziarie, che sono tassate al 26%: a chi incassa dividendi da società quotate in Borsa, cioè, tocca un’aliquota di poco superiore a quella pagata da chi ha un reddito imponibile inferiore ai 15mila euro. Un paradosso. Inoltre, come ricorda Volpi, “il listino di Milano è fatto per lo più da banche, assicurazioni e utilities: questo significa che la Borsa non finanzia il sistema produttivo e non serve tenere bassa l’aliquota con l’obiettivo di favorire la capitalizzazione”.

A chi incassa dividendi da società quotate in Borsa tocca un’aliquota (26%) di poco superiore a quella pagata da chi ha un reddito imponibile inferiore ai 15mila euro

Altri interventi potrebbero garantire una maggiore equità fiscale: uno riguarda l’imposta di successione, di cui ha parlato il Forum disuguaglianze diversità (forumdisuguaglianzediversita.org) inserendola due anni fa tra le 15 proposte per la giustizia sociale. “In Italia -continua Volpi- l’imposta di successione è oggi al 4%, siamo di fatto un ‘paradiso fiscale’ considerando che la media per i Paesi Ocse è del 15%, con la Germania al 30% e la Francia al 45%. Si potrebbero immaginare una soglia di esenzione fino a 500mila euro e poi una sequenza progressiva che dal 5% fino a un milione di euro raggiunga un’aliquota marginale del 50% per i patrimoni superiori ai cinque milioni di euro. E lo stesso andrebbe applicato anche alle donazioni tra vivi”. Anche in quest’ottica, una misura ulteriore dovrebbe riguardare la revisione delle rendite catastali: il valore “fiscale” degli immobili è fermo al 1990 e questo favorisce chi vive in case di pregio nei centri storici, che spesso hanno un valore catastale inferiore in rapporto a quelle costruite in periferia in momenti successivi, il cui valore di mercato è però inferiore.

Tutti questi elementi devono tenersi, come spiega Luigi Marattin, presidente della VI Commissione della Camera, che coordina l’indagine conoscitiva in corso: “Abbiamo individuato una decina di dimensioni di analisi per una riforma complessiva, che dovrà rispondere a tre domande fondamentali, che obiettivo deve avere un sistema fiscale del XXI secolo? Qual è la base imponibile? Quale l’unità impositiva, l’individuo o la famiglia?”.

32 gli scaglioni dell’Irpef nel 1974. Dal 2007 sono scesi a cinque

Il lavoro dell’indagine potrebbe confluire in una legge delega al governo. Ciò significa che il Parlamento andrebbe a cedere all’esecutivo la funzione legislativa, stabilendo però principi e criteri ai quali attenersi per disciplinare la materia. Sarebbe una prova per Draghi, che al Senato ha riconosciuto che la pandemia ha provocato “gravi e con pochi precedenti storici effetti sulla diseguaglianza”. Saprà usare la leva fiscale per contrastarli?

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