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Scienza aperta e Covid-19: che cosa non ha funzionato. Ma la condivisione è la strada giusta

© Adam Nieścioruk - Unsplash

Dall’inizio della pandemia, ricercatori ed editori hanno reso accessibili le pubblicazioni scientifiche sul nuovo Coronavirus. L’applicazione parziale dei principi dell’open science ha però portato anche alla diffusione di studi “deboli”. La soluzione tuttavia è quella giusta, sostengono gli attivisti del movimento per la scienza aperta e trasparente

Dall’inizio dell’anno i ricercatori di tutto il mondo stanno condividendo dati e informazioni su Covid-19 per ottenere nel più breve tempo possibile una cura contro la malattia scatenata dal nuovo Coronavirus. A loro volta, gli editori scientifici hanno reso accessibili le pubblicazioni su Covid-19. Questo sforzo collaborativo globale ha messo in atto molte pratiche dell’open science, quel modo di fare scienza che mette a disposizione di tutti i dati, i risultati e i processi della ricerca. Tuttavia l’applicazione dei principi della “scienza aperta”, a volte improvvisata e parziale, ha portato anche alla diffusione di studi scientificamente deboli, che in alcuni casi hanno riportato conclusioni rivelatesi sbagliate. Lo hanno denunciato diversi ricercatori e attivisti del movimento open science in un recente articolo pubblicato sulla piattaforma bioRxiv, archivio online di articoli sulle scienze della vita.

“Ci siamo resi conto che molti articoli su Covid-19 pubblicati sono stati poi ritirati perché, ad esempio, le analisi erano sbagliate -spiega ad Altreconomia Paola Masuzzo, data scientist e ricercatrice indipendente presso l’Institute for globally distributed open research and education (Igdore), tra gli autori dell’articolo. Molti non hanno ricevuto nessuna revisione da altri ricercatori, mentre altri sono stati pubblicati dopo una valutazione troppo rapida e quindi poco rigorosa”. Tra i casi più noti ci sono due studi pubblicati, e poi ritirati, sul Lancet e sul New England Journal of Medicine, due importanti riviste mediche internazionali. Gli articoli si basavano su dati forniti dall’azienda statunitense Surgisphere. Nonostante i dubbi sollevati da alcuni scienziati sulla loro attendibilità, l’azienda non ha voluto diffondere i dati integrali con la comunità scientifica né con gli autori degli articoli apparsi sulle riviste, che hanno deciso così di ritirare le pubblicazioni.

Durante i mesi di emergenza, per accelerare la pubblicazione dei risultati della ricerca molte riviste hanno ridotto i tempi di valutazione (peer review) e pubblicazione degli articoli, che in situazioni normali possono durare molti mesi. Lo studio firmato da Paola Masuzzo e dai suoi colleghi ha analizzato più di 8mila pubblicazioni su Covid-19: nell’8% dei casi gli articoli sono stati pubblicati lo stesso giorno o il giorno dopo essere stati inviati alla rivista. Inoltre, nel 41% degli articoli almeno un autore è anche componente del consiglio editoriale della rivista su cui sono stati pubblicati. “Mentre gli editoriali sono spesso scritti da questi componenti, trovarne un numero così alto negli articoli di ricerca è stato sorprendente. Questi risultati sollevano dubbi sull’equità e sulla trasparenza del processo di revisione di molti studi su Covid-19”, continua Masuzzo.

Nel 2020 è esploso anche l’utilizzo dei preprint, le bozze degli articoli scientifici non ancora inviati alle riviste e non ancora revisionate. Se negli ultimi sei mesi del 2019 sull’archivio MedRxiv, dedicato alle scienze della medicina, apparivano 817 preprint, nel primo semestre del 2020 il numero è salito a 6.462. Un aumento del 691%. “Pubblicare un preprint ha molti vantaggi -spiega Masuzzo- perché permette di rendere immediatamente disponibili i risultati di una ricerca. Gli autori possono ottenere immediato riscontro da altri ricercatori e raccogliere suggerimenti per migliorare la qualità della loro pubblicazione. Durante una pandemia questo può essere fondamentale”.
Un loro utilizzo improprio però può avere conseguenze negative. Una di queste ha a che fare con la loro diffusione sui giornali, che spesso li presentano come risultati definitivi della ricerca. Gli attivisti dell’open science hanno scoperto che i preprint sul Covid-19 sono stati citati nei siti di notizie dieci volte di più rispetto a quelli su altri temi. I preprint rappresentano però un’anteprima della pubblicazione finale, che può subire ancora delle modifiche se necessarie. “Pubblicare un preprint senza il database completo dei dati e i dettagli dei metodi di analisi utilizzati non aiuta la ricerca né la comunicazione della scienza, dentro e fuori dalla comunità di ricercatori. Si impedisce a chiunque altro di verificare e riprodurre l’esperimento riportato. E la stampa prende per buono quello che trova nel pdf”, spiega Masuzzo.

Per gli autori dello studio, comunque, queste dinamiche non dimostrano che l’open science non funziona. Sono invece la prova che mettere in atto solo alcune delle pratiche di “scienza aperta” può essere dannoso. “La pandemia ha reso evidente che ogni passaggio della ricerca scientifica deve essere trasparente. Dall’idea dello studio ai dati raccolti in ogni fase”. Per evitare problemi come quelli emersi, Paola Masuzzo e i suoi colleghi propongono diverse soluzioni. Il processo di revisione degli articoli, le correzioni e i commenti della peer review, devono essere resi pubblici e consultabili da tutti. Secondo gli attivisti una maggiore trasparenza potrebbe migliorare anche la qualità delle revisioni, stimolando i ricercatori a fare un lavoro più accurato. Per la verifica dei risultati ottenuti dalle ricerche, chiedono la condivisione completa dei dati raccolti durante la ricerca e la pubblicazione dei codici di programmazione usati dagli statistici per le analisi. Un’altra proposta prevede la registrazione su piattaforme dedicate di tutti gli studi in corso, con una descrizione approfondita del progetto oltre a tutte le informazioni sull’approvazione da parte del comitato etico e sui metodi per la raccolta e l’analisi dei dati. La registrazione è uno strumento utile a verificare che gli studi siano condotti in linea con le normative nazionali e internazionali, ma ha anche vantaggi per i ricercatori. Può evitare duplicazioni di una stessa ricerca da parte di altri gruppi e permettere agli scienziati di ideare progetti complementari a quelli già esistenti. “Siamo convinti che la piena adozione dei principi dell’open science avrebbe potuto accelerare la scoperta di soluzioni alla pandemia sia in campo medico sia socio-economico”, conclude Paola Masuzzo.

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