Cultura e scienza / Opinioni

Non dobbiamo cedere al nazionalismo antirusso

La libertà accademica è uno dei fondamenti della democrazia. I professori russi che dicono “no” alla guerra hanno bisogno di noi. La rubrica di Tomaso Montanari

Tratto da Altreconomia 247 — Aprile 2022
Vladimir Putin è stato eletto per la prima volta presidente il 31 dicembre 1999. Quello iniziato nel 2018 è il suo quarto mandato © flickr.com/ photos/neadhmokratia

Quando anche le università assumono come proprie le parole d’ordine della guerra e del nazionalismo, un altro passo verso il disastro è stato compiuto. Lo scorso 4 marzo, la conferenza dei rettori della Federazione russa ha diffuso un documento in cui i responsabili delle principali università del Paese rivendicano senza mezzi termini la scelta scellerata della guerra di aggressione contro l’Ucraina, che definiscono “una decisione della Russia: portare finalmente a termine l’opposizione che si protrae da otto anni tra l’Ucraina e il Donbass; ottenere la demilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina e al contempo proteggerci dalle crescenti minacce militari”. 

La sottomissione dei vertici del sistema universitario russo alla propaganda mistificatoria di Putin è totale, ed essi anzi affermano di voler “supportare il nostro esercito che difende la nostra sicurezza; è importante supportare il nostro Presidente che, probabilmente, ha preso la decisione più difficile della sua vita, una decisione sofferta, ma necessaria”. Quel che è ancora peggio, i rettori dichiarano che “è altresì importante non dimenticare il nostro dovere principale: portare avanti senza sosta il processo accademico e formativo, coltivare nei giovani il patriottismo e l’aspirazione ad aiutare la Russia”. 

Torna, in questo infelicissimo testo, quella retorica burocratica di sapore staliniano che abbiamo imparato a temere e detestare nelle pagine altissime di “Vita e destino” di Vasilij Grossman. Torna il culto della personalità del capo, intrecciata al rovesciamento della verità. E torna il nazionalismo -questo nazionalismo imperialista e sanguinario- che viene elevato a scopo stesso della formazione universitaria. È un disastro cognitivo e morale, che a noi italiani ricorda in qualche modo la terribile pagina del giuramento di fedeltà dei professori universitari al regime fascista, nel 1931. Sappiamo, certo, che la situazione in Russia è terribile, e che il dissenso è punito con durezza: ma proprio per questo, da chi ha alte responsabilità ci si aspetta la capacità di opporsi, di incoraggiare e legittimare le tante e i tanti docenti universitari russi, che stanno coraggiosamente manifestando il loro “no” all’oscena guerra del presidente Putin. 

E ora, come reagire a tutto questo? Le istituzioni universitarie europee e italiane lo stanno facendo nel peggiore dei modi e cioè con un simmetrico sussulto di nazionalismo. In Italia, si è arrivati ad annullare un seminario su Dostoevskij, e poi a pretendere che fosse bilanciato con uno su “autori ucraini”. Sono scelte drammaticamente sbagliate. È necessario naturalmente vegliare con attenzione perché attraverso le università non venga messa in circolo la propaganda del governo russo: ma distinguere è il mestiere di chi studia, e lo sappiamo fare con scrupolo. 

Se al vergognoso cedimento dei rettori russi al totalitarismo del governo russo, corrisponderà un totalitarismo occidentalista antirusso, se cederemo anche noi alla logica del nazionalismo, se dimenticheremo quale sia lo scopo delle nostre università: ebbene, avremo contribuito anche noi a fare la guerra, e non la pace. La libertà accademica è uno dei fondamenti della democrazia: e proprio ora, i professori russi e le professoresse russe che si oppongono alla guerra hanno bisogno del nostro sostegno. Le università non sono i loro rettori, così come la Russia non è Putin: ricordiamolo sempre.

Tomaso Montanari è storico dell’arte e saggista. Dal 2021 è rettore presso l’Università per stranieri di Siena. Ha vinto il Premio Giorgio Bassani di Italia Nostra

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