Diritti / Opinioni

Tutelare le differenze, eliminare le disuguaglianze

La liberazione non può limitarsi alla sola identità sessuale o rischia di rimanere nel privato. Deve contrastare il modello liberista. La rubrica di Tomaso Montanari

Tratto da Altreconomia 244 — Gennaio 2022
© Sharon McCutcheon - Unsplash

Possiamo chiederci perché la “sinistra di destra” che ha governato l’Italia negli ultimi decenni, alternandosi alla “destra di destra”, abbia aperto (relativamente poco, in realtà) con tanta enfasi alle (sacrosante) libertà personali nell’ambito dell’identità sessuale e contemporaneamente abbia perseguitato con tanto rigore il dissenso sociale e culturale: l’ha fatto perché (sbagliando) interpretava le prime come del tutto private e “impolitiche”, mentre temeva il potenziale di liberazione del secondo. Al punto che oggi la sfida è far comprendere che, come ho il diritto di dissentire da tradizioni e usi e costumi facendo le mie personalissime scelte di vita, così ho anche il diritto di dissentire dai dogmi dell’economia e della politica liberiste. Perché non ci si libera per essere schiavi.

L’ortodossia -guardata a vista da una terribile Inquisizione, dotata del suo braccio secolare e capace di accendere i suoi roghi- è certo oggi quella economica: basti pensare che tra le domande poste a chi prova a conquistare la cittadinanza americana si legge, accanto a quelle sulla Costituzione e sul sistema di governo, anche la seguente: “What is the economic system in the United States?” La risposta di questo catechismo di Stato non ammette dubbi: “Capitalist economy”. Succede dunque che mentre per la stragrande maggioranza dei ragazzi occidentali di oggi sia addirittura ovvio accettare e adottare qualunque identità dell’universo Lgtbq+, sia invece stranissimo esprimere una critica radicale, per non dire un rigetto, nei confronti del sistema economico in cui viviamo. Mentre comprendiamo (finalmente) la necessità di “tutelare e valorizzare le differenze” (almeno quelle sessuali, mentre è già molto più difficile con quelle religiose e culturali) non riusciamo a capire l’urgenza dell’altra faccia della medaglia: “Rimuovere o ridurre le disuguaglianze” (questa e le prossime citazioni sono del giurista Luigi Ferrajoli). Quella medaglia è l’eguaglianza: è la base e insieme l’obiettivo di ogni convivenza civile perché “siamo differenti, inteso ‘differenza’ nel senso di diversità delle identità personali” e perché “siamo disuguali, inteso ‘disuguaglianza’ nel senso di diversità nelle condizioni di vita materiali”.

L’eguaglianza -questo il punto centrale- si deve realizzare “a tutela delle differenze e in opposizione alle disuguaglianze”. Se ci fermiamo alla prima parte -alla tutela delle differenze- la liberazione rischia di fermarsi nel privato, nell’esperienza individuale: mentre nella vita pubblica e nei rapporti economici e sociali ci sottomettiamo di fatto a una schiavitù che giunge a tenere in catene anche la coscienza stessa. E questo non è vero solo per i “nativi liberisti” ma per tutti: “È difficile trovare gente della strada disposta, su questi argomenti, a sfidare le affermazioni del ministro del Tesoro e dei suoi consulenti. Ma dobbiamo reimparare a farlo. Dobbiamo reimparare a criticare chi ci governa. Ma per farlo in modo credibile dobbiamo liberarci dal cerchio di conformismo in cui, noi come loro, siamo intrappolati. Non possiamo sperare di ricostruire il nostro disastrato dibattito pubblico fino a quando non saremo arrabbiati a sufficienza per la condizione in cui ci troviamo” (Tony Judt).

Sono argomentazioni di dieci anni fa: nel frattempo ci siamo arrabbiati a sufficienza per cercare e trovare le parole che indichino la strada alla sinistra che ancora non c’è? La bocciatura del “Ddl Zan” ci dice di no e insegna che chi è amico delle disuguaglianze alla fine si rivelerà anche un nemico delle differenze.

Tomaso Montanari è storico dell’arte e saggista. Dal 2021 è rettore presso l’Università per stranieri di Siena. Ha vinto il Premio Giorgio Bassani di Italia Nostra

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