Cultura e scienza / Opinioni

Le chiese abbandonate nell’Italia che crolla

Tagli al patrimonio culturale e modelli insostenibili condannano a morte il nostro tessuto storico e artistico. Dobbiamo rimediare. La rubrica di Tomaso Montanari

Tratto da Altreconomia 233 — Gennaio 2021
Le rovine della chiesa di San Bonaventura a Canale Monterano (RM)

“Il visitatore che entra nella navata di Santa Maria Maggiore si crede trasportato nel mondo antico: è una chiesa cristiana, o il portico di Atene dove i filosofi insegnavano la saggezza? Queste belle colonne ioniche sormontate da un architrave, queste lunghe linee orizzontali, questi vasti spazi esprimono la serenità e la pace”. Fin da bambino ho istintivamente sentito quel che Émile Mâle scrive, mirabilmente, in queste righe: e per questo, fin da allora, ho perdutamente amato le chiese.

Varcare la soglia delle immense basiliche ombrose della mia città, Firenze, voleva dire entrare in un tempo separato: eppure tangibile, vivo, colorato. Come una favola: ma vera, e infinita. Una favola in cui i morti, che abitano sotto il pavimento o nelle grandi arche addossate ai muri, ci parlano; le opere d’arte sono come vivi animali nella tana; Dio è vicinissimo e il tempo corre avanti e indietro. Ma quanto durerà ancora tutto questo? La netta sensazione è che la nostra generazione stia spezzando un filo millenario. Non alludo a quello della fede ma a quello dell’amore per questi spazi pubblici sottratti al mercato e alla morte.

Non c’è Regione d’Italia, neanche quelle del ricco Nord, che non sia costellata di antiche chiese in abbandono. Per rendersene conto basta farsi un giro su uno dei siti (o dei profili Instagram) degli appassionati di Urban exploration (Urbex), l’attività di esplorazione e fotografia dei siti abbandonati. Per esempio quello, curatissimo e dunque davvero inquietante di Ascosi Lasciti, dove un’intera sezione è dedicata alle “Aree sacre: chiese, conventi e cimiteri abbandonati”. Un sito che non intende affatto incentivare un pericoloso turismo delle rovine (non fornisce il nome e l’ubicazione esatta dei luoghi ed è irto di ammonimenti come questo: “I luoghi descritti negli articoli sono pericolanti o inagibili: si rammenta di non visitarli”) ma che invita alla consapevolezza: “Chi entra in questo mondo per la prima volta, non può che uscirne meravigliato. Vuoi per l’indiscusso fascino del contrasto tra bellezza e decadenza, vuoi per la presa di consapevolezza del numero spropositato di strutture abbandonate sul territorio”. Dalla rete questo singolare genere sta transitando sul mercato editoriale tradizionale: del 2020 è, per esempio, “Chiese abbandonate. Luoghi di culto in rovina”, un libro fotografico di Francis Meslet che ritrae e commenta 37 chiese in rovina in tutta Europa di cui due in Piemonte, due in Liguria, quattro in Lombardia, una in Trentino, una a Venezia, una in Umbria. Gallerie di immagini che dovrebbero pur scuotere chi di tutto questo ha la responsabilità.

Ma di chi è la responsabilità? Di un consumo culturale culturalmente insostenibile, tutto ingabbiato nell’industria delle mostre consacrate alla top ten degli artisti noti anche ai politici. Di decine di governi che hanno tagliato sul patrimonio culturale e sulla sua manutenzione, condannando generazioni di storici dell’arte e restauratori all’esilio o alla rassegnazione, e condannando così a morte il tessuto storico e artistico dell’Italia.

Di riforme, che obbedendo all’odio per le soprintendenze, hanno puntato tutto sulla valorizzazione selvaggia e hanno fatto a pezzi quel che rimaneva della tutela. Di un giornalismo servile e ignorante, sordo a ogni denuncia dal basso e capace solo di lodare il potente di turno per poi correre a stupirsi che l’Italia crolla: dai ponti alle chiese. Le campane delle antiche chiese italiane suonano per svegliarci: le ascolteremo?

Tomaso Montanari è professore ordinario presso l’Università per stranieri di Siena. Ha vinto il Premio Giorgio Bassani di Italia Nostra

© riproduzione riservata

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia